Economia / Opinioni

Legge di bilancio: che cosa non dice il “programma condiviso” M5s-Pd

La manovra fiscale mostra i suoi limiti nell’accordo del nuovo esecutivo, che si concentra sulle spese e dà scarse indicazioni sul reperimento delle risorse. Tra le cose che mancano: dalla patrimoniale all’inasprimento della tassazione sulle rendite finanziarie, dalla reintroduzione dell’Imu sulla prima casa per le fasce di ricchezza più alte alla tassazione sulle “società digitali”. L’analisi di Alessandro Volpi

Il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri - © Raul Mee

Un dato pare certo. I punti programmatici condivisi da Movimento 5 Stelle e Pd non sono certo in grado di aiutare il nuovo governo a scrivere la Legge di bilancio che dovrà essere presentata entro la fine dell’anno.
In primo luogo perché sono davvero fin troppo generici tanto da non consentire neppure di immaginare quali possano essere i tempi realistici della loro attuazione. Ma soprattutto perché sono quasi interamente dedicati al versante delle spese, con un conto, altrettanto difficile da stimare, che comunque non sembra distante dagli oltre 150 miliardi di euro. Scarsissime sono invece le indicazioni in merito al reperimento delle risorse necessarie per ottenere simili coperture. Le strade suggerite, in maniera molto sommaria, sono tre.

La più rilevante riguarda la possibilità di ottenere una corposa deroga da parte della Commissione europea rispetto ai vincoli di bilancio; una soluzione in linea con il precedente esecutivo gialloverde con la sola, importante differenza che il Conte bis dispone di una maggiore credibilità nel Vecchio Continente. Si tratta tuttavia di un’ipotesi impervia prima di tutto per la consistenza della flessibilità necessaria. Se si intende evitare che scatti l’aumento dell’Iva e si vuole mantenere il rapporto deficit Pil al 2%, per poi negoziare con l’Europa un simile obiettivo, bisogna mettere mano a una manovra non semplice. Sarebbe necessario infatti utilizzare gli spazi lasciati liberi dai “risparmi” di Quota 100 e reddito di cittadinanza, insieme al minor costo degli interessi sul debito, a cui aggiungere almeno altri 15 miliardi di euro.
Per raccogliere le risorse di quest’ultimo pezzo di manovra diverrebbe indispensabile procedere a tagli di spesa -dai ministeri, agli enti locali, alla sanità- e all’eliminazione di alcune agevolazioni fiscali. In altre parole, per un deficit al 2% occorrerebbe una stretta più che doppia rispetto alle finanziarie avviate dal governo Renzi in poi, senza porre in essere alcuna delle proposte nuove contenute nei punti programmatici.
È evidente, in questo senso, che l’esecutivo giallorosso riporrebbe le sue speranze in un più consistente allentamento dei parametri europei, magari salendo fino al 2,4 o addirittura al 3% per riuscire a fare una Legge di bilancio quantomeno non impopolare.

La seconda strada ha a che fare con la sempre dichiarata lotta all’evasione fiscale, da realizzarsi inasprendo le pene e “rendendo quanto più possibile trasparenti le transazioni commerciali”; un obiettivo lodevolissimo e per molti versi obbligato che si scontra però con i tempi della manovra destinati a risultare strettissimi.
Quale può essere la cifra recuperata attraverso la lotta all’evasione da scrivere, in maniera credibile, nei conti pubblici senza che ciò possa generare un buco di bilancio da coprire, a fatica, in corso d’opera? In tal senso i margini di aleatorietà rischiano di essere pericolosamente ampi.

La terza soluzione consiste in un intervento sul sistema fiscale, ma qui la genericità sembra ancora maggiore. I punti citano l’esigenza di una marcata giustizia fiscale, legata però a un significativo e, a prima vista, generalizzato abbattimento del carico fiscale; un traguardo molto difficile da raggiungere per un sistema fondato sul prelievo nei confronti dei redditi da lavoro dipendente e già in equilibrio precario, visto che la metà dei contribuenti paga per l’altra metà che non paga perché si dichiara al di sotto della soglia minima.
Tra i punti figura anche l’introduzione di una web tax che, proprio per le sue potenzialità, andrebbe definita meglio.

Più in generale, il tema della riforma del fisco permette di chiarire quale sia il principale limite del “programma condiviso”, al di là della sua evidente, eccessiva natura onirica. Ciò che lascia perplessi è la mancanza di indicazioni puntuali in materia di entrate; non si dice nulla circa la possibilità di una patrimoniale destinata a migliorare la distribuzione del reddito né su un inasprimento della tassazione sulle rendite finanziarie e sulle imposte di successione, o in merito alla reintroduzione dell’Imu sulla prima casa per le fasce di ricchezza più alte.
Non si dice nulla, al di là di un vago e oscuro richiamo all’equità fiscale in relazione alla “governance della società digitale”, sull’ipotesi perseguita in altri Paesi di una tassazione sui beni e sui servizi immateriali che sia ben più robusta della semplice web tax e non si prende in esame nemmeno l’idea di spostare il carico fiscale dalle persone alle cose. Anche il richiamo alla revisione delle tax expenditures -almeno 35 miliardi di euro su cui intervenire- è solo accennato. In sostanza, la questione delle entrate è ignorata, fidando solo in una generica crescita economica.
D’altra parte, i punti non contemplano neppure un ripensamento del reddito di cittadinanza né di Quota 100 sul versante della spesa. Purtroppo, l’impressione è che il programma presentato da Conte sia soprattutto un’arma di difesa, propagandistica, nei riguardi della dura polemica scatenata dai sovranisti e dunque risponda a un infinito clima elettoralistico piuttosto che a una visione di politica economica.

Università di Pisa

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