Economia / Opinioni

Tutti i rischi della “flat tax”

L’imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef), insieme all’Iva, costituisce l’asse portante delle entrate tributarie ed è pagata da una fascia ristretta di italiani. Se la spesa pubblica continuerà a crescere e non ci saranno tagli, l’introduzione di una “tassa piatta” rischia di essere estremamente pericolosa in termini di gettito complessivo. Anche da un punto di vista geografico. L’analisi di Alessandro Volpi

Gli ultimi dati sul gettito Irpef, relativi al 2017, mettono in luce alcuni elementi chiari che fotografano una situazione non semplice per quanto riguarda il sistema fiscale italiano. L’Irpef, insieme all’Iva, costituisce l’asse portante delle entrate tributarie ed è pagata da una fascia ristretta di italiani. In pratica, poco più di venti milioni di contribuenti, che dichiarano un reddito fra i 15 e i 50mila euro annui, versano allo Stato il 57,5% del gettito complessivo, a cui si aggiunge un altro 39,2% pagato da coloro che hanno un reddito superiore ai 50mila euro e che rappresentano il 5,35% della platea complessiva, pari a circa 2,2 milioni di contribuenti. Su un totale di poco più di 41 milioni di contribuenti, dunque, il gettito totale dell’Irpef è garantito da circa 22 milioni di contribuenti. In altre parole, la metà dei contribuenti paga anche per l’altra metà. Poco più di 18,5 milioni di contribuenti versano infatti solo il 4% dell’intero gettito e, tra questi, 13 milioni non pagano nulla.

Si può certamente affermare che l’imposta sulle persone fisiche è la sola realmente progressiva nel nostro ordinamento fiscale, a fronte del proliferare di imposizioni piatte: dalle rendite finanziarie, agli affitti, fino ai fatturati fino a 65mila euro. Sulla progressività incidono due ulteriori fattori. Non solo il gettito Irpef è concentrato in una parte limitata dei contribuenti, ma dipende anche in larga misura da alcune aree. Le Regioni del Nord versano quasi il 57% dell’Irpef, mentre il Centro paga poco più del 22% e il Meridione si attesta ad una percentuale vicina al 20%. In questo senso a Nord la differenza fra la percentuale di imposta pagata è superiore di 10 punti alla percentuale della popolazione, al Centro è superiore di circa 3 punti e a Sud è inferiore di quasi 15 punti.

Il secondo fattore è rappresentato dal fatto che, per effetto delle addizionali Irpef definite dai Comuni, il peso dell’imposta cresce laddove i conti pubblici sono in disordine e quindi obbligano le amministrazioni locali ad appesantire l’aliquota. Così anche in Comuni dove il reddito è basso, la pressione fiscale tende a salire in maniera chiaramente regressiva.

A Roma, per citare un esempio eclatante, il reddito medio pro capite è inferiore di 6.500 euro a quello milanese, ma la pressione Irpef raggiunge il 33,5% a fronte del 34,4% di Milano. Un ulteriore esempio può essere fornito da Napoli, dove l’Irpef mediamente pagata è vicina ai 6.500 euro, come a Biella, dove però vale il 28,85 del reddito medio mentre a Napoli rappresenta il 31,5%.

È abbastanza evidente che, con una struttura dell’Irpef con queste caratteristiche, pensare di introdurre un regime di flat tax sarebbe estremamente pericoloso in termini di gettito complessivo. Passare dalle attuali cinque aliquote a solo due o a tre, con una no tax area per le fasce più povere, come ipotizzato da alcune forze politiche, avrebbe infatti effetti pesantissimi.

Con il sistema vigente, sopra i 55mila euro si applicano per le parti di reddito eccedente due aliquote, pari al 41% fino a 75mila euro, e al 43% sopra quella cifra. Se si passasse a due aliquote del 15% fino a 50mila euro e del 20% sopra quella soglia, considerato il carattere fortemente polarizzato nelle fasce alte del reddito e in alcune aree regionali dell’attuale prelievo fiscale, non solo crollerebbero le entrate tributarie italiane ma il beneficio dello sgravio fiscale sarebbe decisamente concentrato sia in termini sociali sia in quelli geografici.

L’impatto, in estrema sintesi, sarebbe tanto marcato da destabilizzare la tenuta dello Stato sociale in vaste zone del Paese e da costringere a un vero e proprio ripensamento dell’idea stessa di cittadinanza nelle forme in cui si è sviluppata negli ultimi cinquant’anni. Si tratterebbe, peraltro, di un’impostazione in netto contrasto con l’andamento della spesa sociale, così come definita nell’ultima Legge di bilancio che ha registrato un aumento secco della spesa corrente pari a 16 miliardi rispetto al “consolidato” del 2018, a cui si dovrebbe aggiungere un ulteriore incremento di altri 8 miliardi di euro entro la fine del triennio 2019-2021.

Appare assai complicato, allora, immaginare di tagliare in maniera radicale le imposte e continuare a far crescere la spesa (compresa quella improduttiva) visto il rapido congelamento della spending review ministeriale. Ancora dalla legge di Bilancio 2019 emerge, in tale ottica, che i tagli alla spesa dei ministeri sono stimati in poco più di 800 milioni di euro e, ad oggi, non hanno avuto inizio. Ma, con un minore gettito fiscale, con una spesa corrente che sale e con i tagli che languono, l’unica soluzione praticabile resta quella di far ricorso all’indebitamento pubblico, sempre più la strada maestra della maggioranza giallo-verde.

Università di Pisa

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