Interni / Opinioni

Una sicurezza sanguinaria fondata sulla paura

L’affresco Securitas è l’immagine a cui il Sistema d’informazione per la sicurezza italiana si ispira: un modello di governo basato sul dominio di classe. La rubrica di Tomaso Montanari

Tratto da Altreconomia 250 — Luglio/Agosto 2022
La Securitas raffigurata da Ambrogio Lorenzetti nell’affresco del Buon Governo in campagna. L’opera si trova nel Palazzo Pubblico a Siena ed è databile al 1338-1339

Il sito del “sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, insieme degli organi e delle autorità che, nel nostro Paese, hanno il compito di assicurare le attività informative allo scopo di salvaguardare la Repubblica dai pericoli e dalle minacce provenienti sia dall’interno sia dall’esterno” ha adottato come uno dei propri simboli un’antica immagine artistica, ispirandosi (dice sempre il sito) a un libro di David Omand, già alto dirigente dell’intelligence britannica, “nel quale l’esperto britannico, ispirato da un suo viaggio privato nella città toscana, attualizza le figure simboliche adoperate nell’allegoria del Lorenzetti nella convinzione che il passato possa costituire un utile punto di riferimento per lo sviluppo delle strategie di sicurezza di un Paese”.

Il passato come fonte di ispirazione dei moderni esperti e protagonisti della sicurezza. Giusto, ma quale passato, e come inteso? L’immagine scelta è la Securitas dell’affresco del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo Pubblico di Siena. Quell’affresco non è un’idea platonica del governo buono, un manifesto senza tempo, senza contesto, senza committenti. Questi ultimi erano il governo dei Nove: medio-borghese, anti-tirannico e relativamente sollecito del bene comune. Quanto di meno lontano, nel nostro Medioevo, da una democrazia. E gli affreschi di Ambrogio Lorenzetti sono il capolavoro della loro geniale propaganda.

Il brano che ci interessa è la parete che rappresenta gli effetti del governo dei Nove nelle campagne. Dalle porte di Siena si libra in volo la Securitas, una delle prime allegorie nude in pittura, una statua lisippea trasfigurata che porta in mano l’atroce segno di un patibolo da cui pende il corpo di un suppliziato. Il senso del messaggio è ben restituito dall’ecfrasis contenuta in brano di una celebre predica del sanguigno francescano Bernardino da Siena: “Veggo impicato l’uomo per mantenere la santa giustizia. E per queste cose, ognuno sta in santa pace e concordia”. Nessun dubbio, per san Bernardino, sulla necessità di impiccare l’uomo, e di vederlo, di ostentarlo, impiccato: per mantenere la santa giustizia. Il suo sguardo, tuttavia, è selettivo. Quella Sicurezza sanguinaria veglia su una campagna in cui l’ordine da mantenere è anche quello sociale.

I poveri lavorano duramente, i ricchi -proprio sotto l’impiccato- escono a caccia col falcone. La garanzia di quel lusso, di quel dominio di classe è la sicurezza fondata sulla paura e sulla repressione. I Nove avevano fatto impiccare anche il figlio sedizioso di un loro pari, ma non c’è dubbio che la forca -proprio come oggi il carcere- toccasse soprattutto, anzi quasi esclusivamente, ai poveri. Lo ricorda un’altra santa senese, decisamente più cristiana di Bernardino: Caterina. “Onde spesse volte vediamo -scrive ad Andreasso Cavalcabuoi, senatore di Siena- che questi cotali mantengono la giustizia solo ne’ poverelli, la quale spesse volte è ingiustizia: ma né grandi no, cioè di quelli che possono alcuna cosa. Non è giusto, e però non tiene la santa e la vera giustizia”.

Ricapitoliamo: un governo plurale, borghese, elettivo, per quanto possibile “vicino” alla nostra democrazia sceglie l’iconografia di una Sicurezza come fondata sulla paura. Il punto era, con ogni evidenza, la necessità di acquistare il consenso, e i mezzi scelti per farlo. E fa pensare, oggi, la scelta di questa immagine terribile della Sicurezza da parte delle agenzie di sicurezza di un’altra società che si dice democratica: la nostra.

Tomaso Montanari è storico dell’arte e saggista. Dal 2021 è rettore presso l’Università per stranieri di Siena. Ha vinto il Premio Giorgio Bassani di Italia Nostra

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