Diritti / Opinioni

Una “casa di vetro” contro il veleno presente nel corpo delle forze dell’ordine

A un mese dai fatti della caserma dei carabinieri di Piacenza, il dibattito pubblico su violenze, omertà, sanzioni e anticorpi è già svanito. Roberto Settembre, giudice di appello nel processo G8-Bolzaneto, non si rassegna e rilancia una proposta per contrastare una “pericolosissima infezione”

A circa un mese dai fatti criminosi della caserma dei carabinieri di Piacenza, e dopo averne letta la corale e unanime esecrazione con l’invocazione a tener desta l’attenzione, sarebbe bello poter ricavare dalle reazioni istituzionali e dell’opinione pubblica alcuni utili spunti per imboccare la strada degli antidoti contro il veleno presente nel corpo delle forze dell’ordine, che si continua a credere non le abbia ancora contaminate.

Non c’è dubbio che siffatta affermazione possa scatenare fastidio e diffidenza, perché sull’esistenza di una potenziale e pericolosissima infezione non si hanno prove certe: anzi, l’assunto generale e condiviso, ripetuto a gran voce da almeno vent’anni, è che il corpo è sanissimo e le cosiddette “mele marce” prosperano quando agiscono indisturbate a causa dell’effetto pernicioso dello spirito di corpo, che in questi orribili casi diventa e si chiama “spirito di branco”, e così deviano dalla retta via.
Ma quando le “mele marce” vengono disturbate e colte con le mani nel sacco, o sul corpo delle loro vittime, allora lo spirito di corpo si divarica tra superiori e/o colleghi che reagiscono in modo omertoso, e chi, infine, allertato in genere da interventi esterni, inorridito dalla fellonia, procede a trasferimenti e/o sostituzioni, in nome appunto del sano spirito di corpo e della fedeltà alle istituzioni.
De hoc satis.

Di procedimenti disciplinari esemplari, seguiti da esemplari sanzioni e/o rimozioni non se ne sente quasi parlare, e diventa legittimo interrogarsi sul futuro di chi ha coperto dolosamente o non ha visto per distrazione le mele marce all’opera spadroneggiando contro gli inermi o su chi è finito nelle loro grinfie, se trasferito o sostituito.

Le sanzioni disciplinari per i crimini del G8 2001 a Genova sono state spesso delle barzellette (si ricordino i trenta, diconsi 30 euro di sanzione disciplinare inflitta a un condannato per falso, per aver costruito prove false come la falsa coltellata durante l’irruzione nella scuola Diaz) o tramutate in un banchetto di brillanti e prestigiosi avanzamenti di carriera.
Ma sul punto si è già scritto abbastanza.

E allora, esistono rimedi? C’è modo di inoculare un antidoto prima che sia troppo tardi? Perché le vicende della storia della Repubblica italiana, nonostante la sua superba Costituzione, non sono molto rassicuranti: Sim, Sifar, servizi deviati, segreti di Stato opposti alla magistratura inquirente (chi ha dimenticato i “Non ricordo” di andreottiana memoria?), e stragi, delitti misteriosi ed eccellenti, P2, legami oscuri, bancarotte fraudolente, mercato delle armi, esportazioni di capitali, processi insabbiati, trasferiti, finiti nel nulla della prescrizione o chiusi con inevitabili assoluzioni, dovrebbero indurre a riflettere un po’ sulla necessità dei rimedi.

Tuttavia, per non fare confusione, è opportuno evidenziare come, sebbene la criminalità vesta abiti diversi (politica, comune, mafiosa, anticostituzionale, corriva alla corruzione, golpista o stragista) quando è appannaggio di uomini in divisa ha un denominatore comune: il senso di onnipotenza e quello dell’impunità.
E allora che fare per sfuggire al consueto destino di attendere quasi sempre che l’allarme venga suonato da soggetti esterni al corpo nel quale le “mele marce” delinquono?

Nel precedente articolo del 29 luglio scorso, chi scrive ha sollecitato l’istituzione di una task force finalizzata a costituire, all’interno delle forze dell’ordine, un meccanismo analogo a quello del whistleblowing della Pubblica amministrazione (ex art. 54 bis d.lgs. 165/2001 e L. 190/2012).
Ma, in tutta onestà, chi scrive non lo ritiene sufficiente sulla scorta di due semplici osservazioni.

La prima discende dalla considerazione dell’essere i membri delle forze dell’ordine istituzionalmente formati e destinati alla repressione dei crimini, per cui affidarsi al whistleblowing nell’auspicio che siano loro stessi, istituzionalmente destinatari della denuncia, a denunciare sembra stridere col buonsenso.
La seconda nasce da una domanda: e se per i loro personali e immediati interessi le “mele marce”, che disinvoltamente e spietatamente non esitano ad abusare del monopolio della violenza che hanno per ragioni istituzionali, scoprissero che è più proficuo coalizzarsi, approfittando delle “distrazioni” e/o delle mere dissociazioni? E se queste coalizioni crescessero di numero interessando non solo la criminalità comune?
Come si fa e ritenere che la Repubblica italiana vanti solidissime basi e mezzi di autotutela fedelissimi?

Vorrei mutuare dalla storia qualche anticorpo.
C’è stata in Italia una Repubblica, certo non democratica, che durò quasi mille anni senza aver subito un solo colpo di Stato: Venezia, e i suoi anticorpi erano i suoi servizi segreti, come il Consiglio dei dieci, i tre Inquisitori di Stato, gli Esecutori contro la bestemmia e altri. Lungi dal prospettare simili tenebrosi e sanguinari rimedi, s’intende, tuttavia da quella antica lezione potrebbe ricavarsi una regola.
I servizi segreti veneziani erano quasi onnipotenti, si valevano di ogni mezzo, dalle varie forme di delazione, anche anonima, ai registri delle licenze per visitare l’Arsenale, alla collaborazione con i cittadini comuni che fornivano i cosiddetti “raccordi” (cioè proposte scritte su moltissimi temi), ai confidenti del Capitano Grande del Consiglio dei dieci, alle spie prezzolate, agli ambasciatori, e via via, in un intrico complicatissimo di sorveglianza e contro sorveglianza a cui non sfuggiva neppure il Doge, tale da impedire a qualunque forza (fossero nobili, membri del clero, ricchi mercanti, stranieri emissari di altre potenze) di insidiare la Repubblica, e agivano speditamente e spietatamente.

Detto questo, in Italia è noto che le diverse polizie (carabinieri, polizia di Stato, Guardia di Finanza) indipendenti le une dalle altre, hanno prosperato in modo da escludere alleanze.
Tuttavia, disgraziatamente, chi scrive ritiene che la loro fermezza democratica talvolta abbia vacillato (il progetto di colpo di Stato del Generale De Lorenzo, il Piano Solo, che nessun generale denunciò finché non venne rivelato dalla stampa, e, su un piano diverso, quanto accadde al G8 2001 di Genova, per esempio).

Non servizi segreti, ovviamente, vorremmo raccomandare (ce ne sono già abbastanza), ma agenzie, o commissioni o strutture organizzate di nomina governativa, su proposta delle singole polizie, che dovrebbero, ciascuna di esse, svolgere la propria funzione di controllo su un corpo diverso da quello di appartenenza.
Ne conseguirebbe che la commissione indicata dai carabinieri, controllerebbe l’operato della polizia di Stato, quella di provenienza della polizia di Stato controllerebbe la Guardia di Finanza, e quella di provenienza della Guardia di Finanza controllerebbe i carabinieri.
A titolo esemplificativo, si potrebbe prevedere una commissione, di provenienza della polizia di Stato, per ciascuna delle 65 Tenenze dei carabinieri a cui ciascun comando di Compagnia dovrebbe trasmettere periodicamente una relazione dettagliata sull’operato desunto dai rapporti ricevuti dalle singole stazioni, dando particolare risalto in modo particolareggiato alle modalità di esecuzione degli interventi sul territorio che non rientrino nell’ordinario svolgimento burocratico, sul suo funzionamento, sulle attività svolte, sulle capacità di spesa e sul tenore di vita di ciascun membro (una sorta di casa di vetro), e sulle manifestazioni culturali e/o ideologiche minacciose e/o incompatibili con i valori e i principi costituzionali, e ciascuna Tenenza dovrebbe trasmettere una relazione esaustiva su quanto ricevuto dalle singole stazioni.

Ma essenziale altresì dovrebbe essere la tracciabilità di ogni tipo di intervento, per cui ogni azione dovrebbe essere accompagnata da una ripresa filmata e registrata in una sorta di scatola nera, attraverso una microcamera che gli operanti dovrebbero rigorosamente mettere in funzione quando intervengono. Il che, tra l’altro, si risolverebbe in una tutela registrata del corretto comportamento degli operanti, esonerandoli dal rischio di denunce strumentali e calunniose. Questo altresì perché è nota l’ostilità e l’opposizione manifestata da tutte le forze dell’ordine, a ogni livello, in merito all’applicazione dei codici di identificazione sulle divise degli operanti.

Analogamente dovrebbe operare ciascun commissariato della polizia di Stato, riferendo alle singole questure che dovranno trasmettere la loro relazione alle varie commissioni della Guardia di Finanza. E così per i Comandi provinciali della GdF al loro comando regionale che avrà l’obbligo di redigere e trasmettere la sua relazione alla commissione dei carabinieri.

Le dette commissioni, una volta ricevute le relazioni, avranno potere di richiesta di delucidazioni e di chiarimenti, e nel caso, di sentire gli interessati, e dovranno a loro volta redigere una relazione esaustiva che dovrebbe traslare verso la commissione competente a occuparsi dell’operato degli organismi sovraordinati, a loro volta tenuti a redigere una relazione conclusiva sulle relazioni ricevute dalle strutture territoriali subordinate (prefettura per le questure, comando interregionale per la GdF e per i carabinieri), tal che le dette commissioni assumeranno una struttura piramidale analoga a quella dei corpi controllati.

A questi organismi sovraordinati sarà demandato di operare disciplinarmente, con sospensioni e trasferimenti, e attivando la sezione disciplinare, nel caso, e di trasmettere ogni notitia criminis all’autorità giudiziaria, con obbligo tassativo di cooperazione con essa, indipendentemente o su impulso della commissione di loro riferimento.
Ma non solo. A nessun componete delle forze dell’ordine dovrà esser consentito di appartenere ideologicamente ai nemici della Costituzione né di simpatizzare per essi (si pensi agli agenti che pochi anni fa postarono su Facebook le immagini di Hitler ringraziandolo per il buon lavoro svolto).

Quindi via via, le relazioni finali delle commissioni sovraordinate verranno trasmesse a due diverse commissioni, una governativa e una dell’opposizione, e da lì, al capo dello Stato, ad altri organi costituzionali, e in relazione di sintesi al Parlamento una volta all’anno.
Soprattutto, in modo analogo al Regno Unito, dove l’opposizione è di per sé un organo costituzionale su cui ricade anche la responsabilità del funzionamento del sistema parlamentare, la commissione dell’opposizione avrebbe il capitale dovere/diritto di sorveglianza e di controllo.

Certo non ci si nasconde che simili procedure (ma si ricorda sommessamente che il vocabolo con cui si definisce la democrazia è proprio “procedura”), oltre a essere complesse e macchinose, verrebbero interpretate da ciascun corpo delle forze dell’ordine come una gravissima interferenza sul suo funzionamento, e la lettura che di tutto ciò ne darebbero gli appartenenti, i sindacati e gli stessi componenti dei Corpi che operano quotidianamente nel Paese attraverso migliaia di interventi rispettosi della legge, sarebbe di palese ostilità.

Tuttavia deve sottolinearsi che non esistono terapie efficaci contro le infezioni, se prese in tempo, che non facciano patire a un corpo ancora integro qualche indesiderato effetto collaterale. E a questo punto è il corpo sociale che deve interrogarsi sulla gravità del male annunciato dagli orribili eventi venuti in luce negli ultimi anni, se la lezione della storia ha ancora un senso.
Con questo non si ritiene certamente di esaurire la questione ma solo di lanciare una proposta articolata nella speranza di suscitare un dibattito utile a garantire la sopravvivenza delle istituzioni democratiche e del convivere civile, affinché le forze dell’ordine, lungi dal costituire un pericolo, siano quel che hanno l’onore di essere: l’organismo istituzionale di riferimento di tutti i cittadini onesti che credono nei valori costituzionali della nostra Repubblica.

Roberto Settembre, magistrato dal 1979 al 2012, ha redatto la sentenza di appello sui fatti del G8 di Genova a Bolzaneto, a riposo come presidente di sezione di Cassazione.

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