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Interni / Intervista

Un museo virtuale e partecipato per ricostruire lo sterminio di rom e sinti

Un progetto che coinvolge anche giovani ricercatori appartenenti alle due comunità punta a recuperare le storie delle vittime italiane del Porrajamos. Andrà a confluire in un rinnovato museo online con l’obiettivo di portare alla luce vicende rimaste a lungo solo nella memoria privata. E di cui in Italia si fa ancora molta fatica a parlare

Il primo maggio 1944 il diciassettenne Romano Held -nato da padre sinto italiano e madre romnì istriana- viene arrestato “perché zingaro” da militari fascisti mentre si stava muovendo con la sua carovana. Viene prima detenuto nel carcere di Udine e poche settimane dopo deportato a Dachau, in Germania. Giunto nel campo il 2 giugno 1944, sul suo avambraccio viene tatuato il numero di matricola 69525. Held sopravvive alla detenzione e dopo la liberazione, nel 1945, riesce a tornare in Italia, a Trieste, dove si riunisce con i propri cari. Le dure condizioni di prigionia nel lager, però, avevano seriamente compromesso le condizioni di salute del giovane, morto nel 1948 a soli 21 anni.

Una storia tragica e dimenticata per decenni che è stata restituita alla memoria collettiva lo scorso 19 gennaio con la posa una pietra d’inciampo dedicata a Romano Held in piazza Libertà, a Trieste. “È la prima in Italia intitolata alla memoria di un rom vittima di deportazione -spiega ad Altreconomia Luca Bravi, ricercatore all’Università di Firenze, che da anni studia la storia della comunità romanes nel nostro Paese e che ha riportato alla luce la vicenda di Held-. Nella stessa piazza in cui lui si esibiva più di settant’anni fa, in occasione della posa della pietra d’inciampo si sono riuniti alcuni membri della sua famiglia, una giovane pronipote gli ha dedicato una poesia, altri hanno suonato i loro violini. Erano presenti tutte le generazioni che si sono susseguite a quella di Romano”.

La ricostruzione del Porrajamos italiano (il “divoramento” in lingua romaní) è al centro del museo virtuale presentato il 24 gennaio durante il convegno “Lo sterminio dei rom e dei sinti. Come l’antiziganismo diventa genocidio” promosso da Cild-Coalizione italiana libertà e diritti civili. L’iniziativa si inserisce all’interno del progetto “Remember against discrimination: reinforcing historical memory of the Porrajmos to combating discrimination”, finanzato dall’Unione europea, il cui obiettivo è quello di recuperare la memoria storica dello sterminio dei sinti e dei rom avvenuto durante il nazifascismo, recuperando anche gli stereotipi e i luoghi comuni che resero possibile quell’esito tragico, al fine di combattere la discriminazione che, ancora oggi, colpisce queste persone. “Parte del lavoro, oltre alla ricerca documentale, sarà dedicato anche alla raccolta e alla registrazione delle memorie orali, attraverso interviste ai familiari dei sopravvissuti alla deportazione -spiega Luca Bravi-. Inoltre, parte del museo virtuale ospiterà la ricostruzione delle storie delle persone sinte e rom deportare dopo il 1943 nei campi di sterminio nazisti”.

Luca Bravi, come è nata questa iniziativa?
LB Da un’esperienza che ha preso il via nel 2013 con un precedente progetto finanziato dall’Unione europea e di cui ho avuto la direzione scientifica. Oggi rinnoviamo quel percorso con nuovi partner: Cild, Università di Firenze, Sucar Drom, associazione 21 Luglio. L’obiettivo del progetto di ricerca e del museo è quello di ricostruire da un punto di vista storico il percorso che ha portato allo sterminio di rom e sinti durante il regime nazifascista. La ricerca verrà costruita in maniera partecipativa, grazie alla presenza di due ricercatori junior di origine rom e sinta: grazie al loro contributo sarà possibile ricostruire e far conoscere una vicenda che è poco nota al di fuori della comunità.

Qual è il valore aggiunto della presenza di questi giovani ricercatori nel gruppo?
LB Il nostro lavoro si basa sullo studio e sull’analisi di documenti che conservano i nomi e i cognomi di chi ha subito la detenzione, la deportazione e lo sterminio nazifascista. Tra questi ci sono anche quelli delle vittime rom e sinti, che però sono difficili da identificare: possono infatti essere confusi facilmente con quelli di altri cittadini italiani o tedeschi che non appartengono a queste comunità. Inoltre, abbiamo perso la memoria dei testimoni diretti perché è passato troppo tempo senza che la ricerca ufficiale si occupasse del Porrajamos. Gli unici che possono aiutarci a identificare queste storie sono le persone che appartengono alle comunità.

Che ruolo ha avuto il regime fascista nel Porrajamos?
LB Sia il fascismo sia il nazismo hanno avuto un ruolo in quella che è stata una persecuzione di stampo razziale, ma con una differenza: oggi la Germania non ha problemi a riconoscere le sue responsabilità nello sterminio di rom e sinti, anche se il percorso è stato difficoltoso. La ricerca storica ci dice che nell’Italia degli anni venti del Novecento erano in corso rastrellamenti e rimpatri per impedire che rom e sinti -tutti accomunati nella categoria degli “zingari”- entrassero nel Paese. Per il regime si trattava di persone che erano ereditariamente asociali e dedite al nomadismo; da quel momento in poi in Italia si è diffusa l’idea, già presente anche nella Germania nazista, dell’inferiorità razziale di queste persone che a partire dagli anni Quaranta sono state progressivamente rinchiuse in campi di concentramento come quelli di Agnone (IS), Tossicia (TE) e Ferramonti (CS) con l’accusa di essere pericolose. Con l’armistizio dell’8 settembre del 1943, da queste località i detenuti sono scappati, molti rom e sinti sono tornati nel Nord Italia e alcuni di loro hanno partecipato alla Resistenza. Altri, invece, sono stati arrestati, imprigionati e deportati in Germania. Per molti tempo si è negato che questo fosse avvenuto: ma la storia di Romano Held è la prova che anche dal nostro Paese, tra il 1943 e il 1945, rom e sinti italiani sono stati deportati nei lager del terzo Reich.

Ci sono stime sul numero di deportati rom e sinti in Germania dall’Italia?
LB Le nostre ricerche ci hanno permesso di ricostruire le storie di almeno cento persone che sono state deportate in Germania dall’Italia. Con le difficoltà che dicevo: per noi è molto difficile identificare chiaramente i cognomi rom e sinti.

Perché la vicenda della detenzione, della deportazione e dello sterminio dei rom e dei sinti trova poco spazio nelle commemorazioni pubbliche e, più in generale, nella memoria del nostro Paese?
LB Il pregiudizio che per molti anni ha tenuto lontano queste comunità ha allontanato anche la possibilità di confrontarsi con loro su questa pagina di storia: è come se questa “non relazione” da parte della società italiana con le comunità rom e sinte le avesse fatti sparire dal racconto storico. La memoria e il ricordo di quello che è avvenuto è ancora presente nelle comunità, quello che è mancato è lo spazio pubblico del racconto e della condivisione.

Che radici hanno gli stereotipi su queste popolazioni?
LB Nel secondo Dopoguerra non sono stati decostruiti quegli stereotipi (nomadismo e asocialità genetica) che il nazismo e il fascismo avevano attribuito a coloro che venivano definiti genericamente “zingari”. Termine che, peraltro, non è mai stato decostruito e che viene ancora utilizzato. Anche le ricerche accademiche elaborate da scienziati nazisti sono sopravvissute alla guerra e si sono diffuse in tutta Europa: non si parla più di inferiorità razziale, ma culturale. Rom e sinti vengono etichettati come nomadi -da qui l’idea di risolver il “problema” con la progettazione dei campi- come persone di bassa intelligenza che almeno fino al 1977 vengono inserite in classi speciali nelle scuole pubbliche.

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