Economia / Opinioni

Tim, Kkr e l’occasione per lo Stato di riprendersi un’infrastruttura strategica

Il fondo americano vorrebbe acquisire la maggioranza della principale infrastruttura italiana, dati sensibili inclusi. Sarebbe una anomalia. Una alternativa pubblica esiste ma difficilmente verrà percorsa dalla politica. L’analisi di Alessandro Volpi

© Jake Py - Unsplash

Il fondo americano KKR & Co. L.P., con una disponibilità di 400 miliardi di dollari, presente con posizioni di rilievo nella proprietà di numerose società di infrastrutture, e di vari mezzi d’informazione in giro per il mondo, ha manifestato l’interesse a lanciare una Offerta pubblica di acquisto (Opa) per ottenere la maggioranza assoluta e poi la totalità delle azioni di Tim.

In sintesi, Kkr vorrebbe acquisire quella che viene ancora impropriamente chiamata “rete telefonica”, ma è di fatto la principale infrastruttura italiana, possedendo già una partecipazione importante nell'”ultimo miglio” e puntando a prelevare anche quel pezzo di infrastruttura internazionale in mano all’Italia, oltre al formidabile serbatoio di dati sensibili posseduti da Telecom Italia Sparkle. Sembra che l’iniziativa del fondo americano sia stata sollecitata da una parte del consiglio di amministrazione di Tim di fronte alla caduta del prezzo del titolo e per contrastare il peso del principale azionista Vivendi. 

Al di là delle supposizioni, però, si profila un vero e proprio assalto, condotto da un operatore finanziario onnivoro, che aggredisce un pezzo cruciale del sistema strategico italiano. L’unica reazione, al momento, pare essere stata proprio quella del socio francese di Tim, Vivendi, di Vincent Bolloré, onnipresente in Italia, fresco di una dura battaglia con Mediaset, poi giunta a composizione, e impegnato in Francia a sostenere Eric Zemmour il possibile candidato della destra populista all’Eliseo. Tutto questo sta avvenendo, è bene ricordarlo, mentre la politica discute, in televisione e alla presentazione dei libri del noto storico Bruno Vespa, del “SuperGreenPass”, e soprattutto di chi sarà il “King maker” del futuro inquilino del Quirinale. 

Certo -sosterrebbe qualcuno- forse è meglio che i partiti evitino di occuparsi della rete, visti i disastri delle diverse ondate di privatizzazioni, l’operato dei “capitani coraggiosi” e lo scempio compiuto dai salotti buoni della finanza italiana. Tuttavia la principale infrastruttura italiana non può diventare preda della finanza internazionale nel silenzio generale. A questo riguardo colpiscono tre elementi colpiscono. Il primo è rappresentato dal fatto che non esiste in giro per il mondo un caso dove un monopolio di questo rilievo sia interamente nelle mani di un fondo finanziario. 

Se Kkr acquisisse la maggioranza assoluta di Tim si tratterebbe di una colossale anomalia; saremmo di fronte ad un incumbent in totale possesso della finanza. Il secondo elemento si lega ad una domanda. Perché Kkr ha manifestato la volontà esplicita di comprare la maggioranza delle azioni di Tim? Forse per far capire allo Stato italiano, che sembra non averla ancora capita in pieno, la strategicità dellasset dellinfrastrutture e dei dati connessi e magari rivendere la maggioranza di Tim tra un paio danni a Cassa depositi e prestiti, dunque allo Stato, non a 11 ma a 15 miliardi di euro, procedendo poi a vendere anche il settore dei servizi ad operatori del settore, con una significativa presa di beneficio sul prezzo. Il terzo elemento si lega alla constatazione che lesercizio del golden power da parte del governo senza una strategia vera sarebbe inutile. 

Sarebbe opportuno invece che Cassa depositi e prestiti puntasse subito al controllo di Tim muovendosi in anticipo, dopo il ricorso al golden power, e ricorrendo, se necessario, al debito, visto che Kkr userà certamente leffetto leva con l’appello al sistema bancario. Il percorso potrebbe essere dunque quello di anticipare il fondo statunitense per mettere insieme Tim, Sparkle e Open fiber, riunendo l’ultimo miglio e ricomponendo in mani pubbliche la proprietà della principale infrastruttura delle comunicazioni. 

Una volta riacquisito il monopolio, lo stesso Stato dovrebbe poi evitare di scorporare anche i servizi, per fare in modo che esista una profonda connessione tra la rete “fisica” e l’intelligenza dell’innovazione tecnologica a cui serve un disegno organico. In altre parole, l’Opa di Kkr può essere l’occasione, finalmente, per una politica pubblica delle comunicazioni, di fronte alla quale la Commissione europea potrebbe dire poco visto la situazione di altri Paesi. 

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento.

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