Economia / Opinioni

Legge di Bilancio, la solita “ricetta”. Ancora miliardi a beneficio delle imprese

Su una manovra di 30 miliardi di euro, 23,4 sono coperti con lo scostamento di deficit. Il taglio fiscale è stato quantificato da Mario Draghi in 12 miliardi, aggiungendo agli otto originari il rinvio di un anno della sugar tax e il contributo annuo per le bollette. Oltre la metà delle risorse vanno direttamente alle imprese. L’analisi di Alessandro Volpi

© Roman Wimmers - Unsplash

La capacità di narrazione pubblica del Governo Draghi sembra certamente efficace. Pare infatti che riesca a far dimenticare un aspetto fondamentale della legge di Bilancio in corso di definizione: nel testo le misure di carattere strutturale come il taglio delle imposte, la spesa per gli ammortizzatori e altre voci centrali, che hanno carattere strutturale e sono destinate a protrarsi negli anni, sono coperte quasi interamente in deficit e con una condizione “una tantum”, derivante proprio dal minor deficit registrato quest’anno rispetto a quanto previsto. In pratica su una manovra di 30 miliardi di euro, 23,4 sono coperti con quello scostamento di deficit. Peraltro il taglio fiscale è stato quantificato da Draghi in 12 miliardi, aggiungendo agli otto originari il rinvio di un anno della sugar tax e il contributo annuo per le bollette.

È molto facile pensare che una simile manovra sia stata accettata in Europa perché l’artefice è Mario Draghi, che ha scommesso tutto sulla crescita del Pil italiano per rendere sostenibile il debito. Ciò comporta però due conseguenze non irrilevanti. La prima è rappresentata dal rafforzamento della indispensabilità della figura di Draghi come unico garante italiano, con un ulteriore indebolimento del ruolo dei partiti. La seconda è costituita dall’esigenza di adottare misure che spingano il Pil a prescindere dalla sua distribuzione sociale, con il rischio che questo significhi puntare sulle realtà economicamente e socialmente più attrezzate.

La copertura in deficit della legge di Bilancio è, tuttavia, resa ancora più complessa dal contesto in cui si muove il debito italiano. La presidentessa della Banca centrale europea, Christine Lagarde, ha ribadito che a marzo del prossimo anno cesserà la copertura totale delle emissioni del debito degli Stati dell’eurozona e, immediatamente, i rendimenti dei titoli italiani a 10 anni sono cresciuti all’1,18%, mentre lo spread con i Bund tedeschi è salito a 128 punti. Si è trattato di un primo segnale cruciale perché, appunto, buona parte della legge di Bilancio del governo Draghi è finanziata con il deficit che viene ritenuto sostenibile dalla Nota aggiuntiva in previsione di una riduzione del fabbisogno di nuovo debito e di una contrazione dei tassi d’interesse dei titoli in scadenza. Più specificatamente, la Nota stima un fabbisogno di nuovo debito per 110 miliardi in titoli a media e lunga scadenza contro i 158 miliardi del 2021, con un significativo alleggerimento dell’indebitamento, e un rinnovo dei 230 miliardi di titoli in scadenza, sempre a medio e lungo termine, a tassi assai inferiori rispetto a quelli pagati attualmente. È chiaro dunque che, se i riflessi della restrizione dei rubinetti della Bce saranno pesanti, questa mole ingente di “risparmi” nella finanza pubblica sarà molto limitata con conseguenze sulla tenuta della manovra fatta in deficit, destinata a puntare tutto su una sempre più selettiva crescita del Pil.

Un’ultima considerazione riguarda la destinazione delle risorse della legge di Bilancio. Dei 23,4 miliardi di spesa previsti, oltre quattro miliardi vanno direttamente alle imprese per prorogare e ampliare i programmi di garanzie e i piani di investimento. Altri due sono indirizzati a sostituire i contributi che le imprese avrebbero dovuto versare per gli ammortizzatori e otto miliardi sono destinati a ridurre il carico fiscale; rispetto a quest’ultima misura, in modo singolare, si indica la cifra ma non come verrà utilizzata. È molto probabile, tuttavia, che si traduca nel taglio del cuneo fiscale partendo dai contributi delle imprese. Dunque più della metà delle risorse vanno direttamente alle imprese: su questo la narrazione è assai più silente.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento.

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