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Terzo settore: il cantiere aperto a due anni dalla legge di riforma

Sono oltre 336mila le realtà non profit attive in Italia, con 788mila dipendenti e oltre 5 milioni di volontari. Dotarsi di nuovi strumenti e fare chiarezza sulla natura delle organizzazioni sono passaggi essenziali per guardare al futuro

Tratto da Altreconomia 208 — Ottobre 2018

Tra Stato e mercato, c’è un mondo multiforme composto da oltre 336mila realtà (secondo l’ultimo censimento Istat, i cui dati si riferiscono al 2015), 788mila dipendenti e 5 milioni 529mila volontari. Il Terzo settore ha radici salde soprattutto nel Nord Italia, dove si concentra il 51% degli enti, ma continua a crescere nei numeri in tutto il territorio nazionale. Tra il 2011 e il 2015 sono aumentate dell’11,6% le istituzioni non profit attive in Italia, con picchi in Campania (+33%) e Lazio (+29,5%), e i dipendenti sono il 15,8% in più. Oggi si trova a dover affrontare le sfide imposte dalla riforma avviata nel giugno 2016 con la legge 106. La legge delega per “la riforma del Terzo settore, dell’impresa sociale e per la disciplina del servizio civile universale”, voluta dal governo Renzi, ha il fine di perseguire il “bene comune”, “elevare i livelli di cittadinanza attiva, di coesione e protezione sociale, favorendo la partecipazione” e sostenere “l’occupazione lavorativa” -come si legge nel testo di legge-, ma dopo due anni molti aspetti sono ancora da chiarire.

L’ultimo tassello che disegna la riforma è arrivato a inizio settembre: con un decreto correttivo e integrativo, il Governo ha concesso una proroga di sei mesi (fino all’agosto 2019) del termine per adeguare gli statuti alle nuove disposizioni. La correzione è rispetto al nuovo “Codice del Terzo settore”, emanato con il decreto legislativo 117 del luglio 2017: un documento “per la raccolta e il coordinamento” delle disposizioni che riguardano gli enti del Terzo settore, a cui faceva riferimento la legge 106/2016.

Gli obiettivi ambiziosi a cui vuole arrivare la riforma potrebbero essere alla portata di una legge “valida sotto molti punti di vista”, come la definisce Carlo Mazzini, esperto di legislazione degli enti non profit e consigliere dell’Associazione italiana fundraiser. “Grazie a un quadro legislativo unico -il Codice del Terzo settore-, si riconoscono finalmente le specificità di questo mondo e la normativa è più chiara e facilmente consultabile dai diretti interessati”, spiega. Ma la concretizzazione della riforma sembra ancora molto lontana: mancano ancora più di 30 decreti attuativi e due autorizzazioni della Commissione europea. Queste, sottolinea Carlo Mazzini, riguardano un aspetto fondamentale, ovvero “dove le organizzazioni potranno prendere le risorse, al di là delle donazioni liberali. Le norme fiscali di sostegno alle imprese sociali e i nuovi regimi fiscali agevolativi degli enti del Terzo settore, infatti, devono essere autorizzate dalla Commissione europea, ma c’è stato un ritardo nel portare avanti questa richiesta di autorizzazione -spiega-. La conseguenza è che, verosimilmente, l’attuazione di gran parte della riforma slitterà al 2020, lasciando a lungo gli enti del Terzo settore in un limbo gestionale e organizzativo”.

Tra i decreti attuativi, inoltre, manca ancora quello sul “Registro unico nazionale del Terzo settore” (Runts), al quale si dovranno iscrivere tutti gli enti. Digitale e accessibile a tutti, il Registro sarà gestito su base territoriale dalle Regioni e dalle Province autonome, diviso nelle sezioni: Organizzazioni di volontariato (Odv), Associazioni di promozione sociale (Aps), enti filantropici, imprese sociali (che comprendono anche le cooperative sociali), reti associative, Società di mutuo soccorso e altri Enti del Terzo settore (Ets). “L’operatività del Registro unico nazionale è un passaggio fondamentale per avviare le ‘attività diverse’, ovvero commerciali”, aggiunge Carlo Mazzini. Ma anche su queste ultime il Governo deve ancora entrare nel merito: intanto, il Codice del Terzo settore definisce le “attività diverse” come “secondarie e strumentali rispetto alle attività di interesse generale”, senza scopo di lucro, per “finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale”.

“Uno dei messaggi della riforma è la nuova attenzione posta nei confronti delle attività e non più dei destinatari” – Carlo Mazzini

“Uno dei messaggi della riforma è la nuova attenzione posta nei confronti delle attività e non più dei destinatari -continua Mazzini-. Così, si potenziano molto le possibilità delle organizzazioni di agire nella società, superando il tema dei soggetti svantaggiati: si potrà operare indipendentemente dalle persone a favore delle quali viene realizzata un’attività”.

“La natura del lavoro sociale ed educativo è data non solo da ciò che si fa ma da come lo si fa e come l’organizzazione è strutturata per rispondere ai compiti a cui è chiamata. La forma, infatti, ha delle ricadute positive sui contenuti, soprattutto perché bisogna essere strutturati per essere coerenti”. Emanuele Bana, presidente della cooperativa sociale di solidarietà Comin -nata nel 1975 a Milano per realizzare interventi educativi a favore di bambini e famiglie in difficoltà-, ha un’idea molto chiara di cosa debba essere il modello cooperativo. Le cooperative sociali rappresentano, secondo l’Istat, il 4,8% del settore (con un aumento del 43% dal 2011 al 2015). Una parte in crescita, ma ancora piccola rispetto alle associazioni riconosciute e non riconosciute (85%) e all’8% di istituzioni con altra forma giuridica (tra cui enti ecclesiastici, società di mutuo soccorso, istituzioni sanitarie ed educative), mentre le fondazioni rappresentano il 2% di questo mondo.

“Come posso chiedere agli educatori di promuovere la dignità delle persone se la mia stessa organizzazione non si fa promotrice della dignità dei lavoratori? -chiede-. È questo a caratterizzare il senso della cooperazione, per come è prevista dalla Costituzione e per le tante esperienze che la incarnano”. “Siamo nati nei condomini -dice quando gli si chiede di Comin-, per sperimentare una forma di accoglienza diversa da quella dei grandi istituti”. E a chi lavora nella cooperativa sociale Comin -sono 200 oggi i soci lavoratori e 40 i volontari- viene chiesto di diventare socio, “perché ciascuno partecipi allo sviluppo della cooperativa e si senta responsabile della nostra impresa comune”. Un aiuto che, secondo Emanuele Bana, può dare la riforma è “fare chiarezza sulla natura delle organizzazioni, facendo le giuste distinzioni: oggi sotto al cappello della cooperazione si nascondono tante esperienze che cooperazione non sono. Per diverse ragioni: pensiamo ai lavoratori. Sono tante le cooperative che al proprio interno instaurano rapporti e dinamiche tra datore di lavoro e dipendente”. Un tema caldo, al quale Comin ha dedicato una pubblicazione, che sarà il punto di partenza del convegno organizzato per venerdì 19 ottobre a Palazzo Marino, a Milano.

“La riforma fa un’operazione importante sul racconto del Terzo settore, che aveva bisogno di tornare a una sua purezza”  – Valerio Pedroni

Inoltre, continua Bana, il lavoro sociale è poco riconosciuto da un punto di vista economico: “Ci occupiamo di fragili e di ultimi, e allo stesso tempo siamo un po’ tra questi, perché ci sono pochissime risorse per il welfare e nelle ‘false cooperative’ i costi dei tagli sono scaricati sui singoli lavoratori”. Se la riforma stabilisce “che di sociale si possa occupare non solo il Terzo settore, ma anche l’impresa profit, e l’ambito del sociale non sarà più definito dalla forma organizzativa, ma dal contenuto delle attività svolte, chi deciderà di essere cooperativa lo potrà fare con maggiore serietà, entrando nel merito della governance, delle cariche sociali e della partecipazione”.

Un altro aspetto positivo, osserva Valerio Pedroni, portavoce del Forum del Terzo settore della Martesana -un’area della città di Milano con 350mila abitanti-, è che la riforma è nata considerando il concetto di welfare generativo. “Crediamo che i servizi di welfare non debbano essere una materia di specialisti. Al contrario, chi ha delle fragilità ha bisogno di una comunità che faccia propri questi servizi, recuperando la sua vocazione a svolgere attività di cura nei confronti delle proprie difficoltà interne. Allo stesso tempo, anche le persone che beneficiano dei servizi di welfare non devono essere considerati degli assistiti, ma possono contribuire alla costruzione di benessere. In questo modo la comunità si umanizza, in una dimensione di reciprocità e responsabilità condivisa che porta al bene comune”.

È questo l’orizzonte del Forum del Terzo Settore della Martesana -recepito dalla riforma-, che a partire da una contaminazione con il mondo delle istituzioni, della ricerca e delle imprese, ha deciso di organizzare, con un percorso itinerante in cinque tappe nella provincia milanese che si svolgerà tra i mesi di ottobre e dicembre, gli “Stati generali della comunità generativa”. “Istituendo il Registro unico e valorizzando il tema della trasparenza, la riforma fa un’operazione importante sul racconto del Terzo settore, che aveva bisogno di tornare a una sua purezza e a un ruolo di mondo vitale della società civile, soggetto di intermediazione tra il Primo e il Secondo settore”.

Pur con molti aspetti ancora da chiarire e approfondire sulla base dei prossimi decreti attuativi, conclude Valerio Pedroni, dopo anni difficili, il Terzo settore sta avendo un’occasione per “ricostruire un legame fiduciario con la comunità: una condizione necessaria per essere rappresentativi della società civile”.

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“Come Sisifo? Essere cooperativa per abitare le contraddizioni del lavoro sociale” è il titolo del convegno organizzato da Comin il 19 ottobre a Milano. Un’occasione per riflettere sul senso di un’esperienza coerente di lavoro cooperativo. Per info e iscrizioni: cooopcomin.org. Il Forum del Terzo Settore della Martesana organizza, tra ottobre e novembre, gli “Stati generali della comunità generativa”. Il calendario: 23 ottobre, “Generare opportunità” a Pioltello; 8 novembre, “Generare luoghi” a Trezzo; 21 novembre, “Generare coesione” a Melzo; 11 ottobre, “Generare partecipazione” a Cernusco sul Naviglio. Il percorso si chiude il 4 dicembre a Carugate con “La comunità generativa”. Per saperne di più: forumterzosettore.it

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