Diritti / Attualità

Il carcere è un luogo di radicalizzazione. Ma l’Italia è in ritardo sulla prevenzione

Il primo contatto con gli istituti penitenziari da parte di chi è stato arrestato per reati minori è fondamentale. Ma il sistema penale del nostro Paese non tutela i soggetti vulnerabili, esponendoli al rischio di avvicinamento da parte dei leader carismatici. L’alternativa è un “modello di integrazione culturale”

Il 19 dicembre 2016, Anis Amri si lanciò sulla folla al mercatino di Natale di Berlino a bordo di un camion. Il bilancio fu di 12 morti e 56 feriti. Amri era arrivato dall’Italia, Paese nel quale si era “radicalizzato” durante la carcerazione in Sicilia. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria l’aveva infatti segnalato tra i “leader” di spicco all’interno della struttura penitenziaria.
Da allora, però, la delicata questione della “radicalizzazione” in carcere dei detenuti, della sua prevenzione e delle procedure di valutazione del rischio, è uscita dalle cronache. Eppure, dati del ministero dell’Interno alla mano, oggi, su 54.731 detenuti (al febbraio 2017 il tasso di sovraffollamento era al 111%), 18.655 dei quali stranieri e tra questi circa 11.029 provenienti da Paesi tradizionalmente di fede musulmana, gli individui a “vario titolo radicalizzati” sono 375. Nove volte di più dei 44 individui attualmente detenuti nelle sezioni di “alta sicurezza” italiane perché ritenuti legati al terrorismo internazionale.

Francesca Delvecchio, dottore di ricerca in Diritto processuale penale presso l’Università degli Studi di Foggia, ha concentrato i propri studi sulla lotta al terrorismo sotto il profilo della “prevenzione terziaria”. “Quando il fondamentalismo nasce e si sviluppa nelle carceri -spiega- l’unico strumento valido va ricercato nel trattamento rieducativo della pena”. Che cosa si intende per “prevenzione terziaria”? “Le azioni preventive si distinguono in tre: la prima è diretta a eliminare o ridurre le condizioni criminogene presenti in un contesto fisico o sociale, quando ancora non si sono manifestati segnali di pericolo. La seconda comprende tutte le misure rivolte a gruppi a rischio di criminalità; la terza interviene quando un evento criminale è già stato commesso, per prevenire ulteriori ricadute. Sinteticamente, dunque, quest’ultimo tipo di prevenzione mira a contenere la recidiva”.

All’attenzione verso le “forme” della radicalizzazione, quindi, si affianca quella per i “luoghi” di proselitismo. Carceri in testa. “La durezza dell’ambiente conseguente alla privazione della libertà, l’emarginazione sociale, la violenza e la pressione del gruppo sono tutti elementi che pongono in crisi il detenuto, generando un naturale senso di appartenenza, che per molti si traduce nell’avvicinamento alla religione”, riflette Delvecchio.

La “strategia terapeutica deradicalizzante” -come la definisce Delvecchio- ha un momento nevralgico: si tratta del primo contatto con il carcere da parte di chi è stato arrestato per reati minori; soggetti vulnerabili, non terroristi conclamati. “L’allocazione di un detenuto fragile in una cella popolata da probabili radicalizzatori potrebbe rapidamente condurre il primo all’adesione dei valori dei secondi”. Che cosa accade oggi al momento della immatricolazione? “Dopo gli adempimenti burocratici -spiega Delvecchio- c’è l’incontro con l’equipe del ‘Servizio Nuovi Giunti’, costituita da medici, psicologi ed educatori”. Nel caso degli stranieri, il problema è certamente rappresentato dalla lingua. “L’incidenza reale del ricorso alla figura dell’interprete è assai limitata -segnala Delvecchio- e si scontra con le croniche deficienze strutturali”. Non va meglio per quella del mediatore (“Irrinunciabile per un corretto inserimento nel contesto carcerario”).
Accanto a quest’ultimo, c’è il “ministro di culto”, tassello centrale per garantire la libertà religiosa. “Fino ad un passato recente -continua Delvecchio- l’accesso dell’Imam non era in alcun modo istituzionalizzato e in ogni caso era una figura che compariva solo in un momento successivo all’allocazione”. Soltanto nel novembre 2015 è stato sottoscritto un protocollo d’intesa volto a favorire l’accesso di mediatori culturali e di ministri di culto negli istituti penitenziari.

Questo “modello di integrazione culturale” è positivo, ragiona Delvecchio, ma da solo non basta. “Nell’attuale contesto detentivo è indispensabile che il personale penitenziario venga messo nelle condizioni di decodificare i codici di comportamento ed i valori di riferimento propri dei detenuti stranieri attraverso l’affiancamento di personale qualificato”. Il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, del resto, lo raccomanda da tempo. “Ci è suggerito un reclutamento mirato del personale, basato su caratteristiche specifiche quali la sensibilità ed il rispetto delle diversità culturali, le capacità di interazione e le abilità linguistiche -continua Delvecchio-; inoltre si punta alla multiculturalità dei servizi, sviluppando e agevolando la formazione degli operatori in prima linea, personale delle autorità di contrasto e penitenziarie, ma anche assistenti sociali, educatori e operatori della sanità”.

Ad oggi, però, non ci sono protocolli unitari. “È per questo che l’allocazione del detenuto rimane affidata all’intuito e all’esperienza maturata sul campo dagli agenti penitenziari -evidenzia Delvecchio-, e gli accoppiamenti paiono inconsapevoli e non partecipati”. Senza contare che questi sono del tutto sottratti a qualsiasi controllo -che sia ex ante o ex post– da parte della magistratura di sorveglianza. L’ubicazione del “nuovo giunto”, infatti, è compito esclusivo di ciascun istituto penitenziario.

È una questione di approccio. In questo senso, la proposta di legge “Misure per la prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo violento di matrice jihadista” in discussione alla Camera, non sembra centrare esattamente il punto. Il giudizio della professoressa Delvecchio è tiepido. “L’anticipazione sul campo della prevenzione primaria è un momento importante, siamo indubbiamente di fronte all’emergenza. Non credo che il testo sia criticabile: i contenuti della proposta di legge, infatti, sono stati ampliati e con il nuovo articolo 11 (Piano nazionale per la rieducazione e la deradicalizzazione di detenuti e di internati) si fa timidamente cenno alla prevenzione terziaria, laddove si sottolinea la necessità di un trattamento penitenziario che tenda alla deradicalizzazione. La norma, d’altro canto, è assai generica, demandando ad un futuro regolamento ministeriale la specificazione dei contenuti; l’auspicio però è che il legislatore non ricorra a interventi dettati dalla fretta ma punti sempre di più ad abbassare i ponti levatoi tra carcere e società”.

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia