Esteri / Intervista

Il terrorismo sfida la globalizzazione

Il “terrorista” non è un nichilista, ma mira a un progetto politico, approfondirlo è la chiave per sminare il fenomeno. Ma i Paesi occidentali preferiscono rispondere con la paura. Intervista a Donatella Di Cesare, docente di filosofia teoretica all’università La Sapienza di Roma

Tratto da Altreconomia 195 — Luglio/Agosto 2017

Nè arcaico, né folle, né nichilista: il terrore jihadista è parte della modernità e pone una sfida politica che non andrebbe affrontata con i soli strumenti della repressione e del controllo, oltretutto destinati a intaccare la forma e la sostanza della democrazia. Il jihadismo, scrive Donatella Di Cesare, docente di Filosofia teoretica alla Sapienza di Roma, nel suo libro “Terrore e modernità” (Einaudi), è violenza politica che si oppone alla globalizzazione e come tale andrebbe considerato, rigettando i molti comodi stereotipi oggi dominanti.

Professoressa Di Cesare, perché parla di guerra civile globale?
DDC Perché da tempo ci si interroga se siamo in guerra o no e, se sì, che tipo di guerra sia. C’è grande incertezza su questo punto: basti pensare alla dichiarazione di Bergoglio sulla terza guerra mondiale a pezzi e sulle perplessità che ha suscitato. Siamo alle prese con una guerra a bassa intensità, intermittente, nata all’interno della globalizzazione, direi provocata dalla globalizzazione, un processo che lascia dietro di sé molti perdenti. È una guerra civile nel senso che i cosiddetti terroristi hanno spesso passaporti europei e perché non ci sono fronti definiti e questo crea enorme incertezza.

Lei scrive: “Il terrorismo sta al neoliberismo come il recto e il verso di un foglio”. Il jihadismo è una forma di opposizione a quella che lei chiama “globalizzazione armata”?
DDC
C’è un gravissimo limite nel dibattito politico e mediatico su questi temi: la stigmatizzazione del fenomeno jihadista prevale su tutto e così il progetto politico che il jihadismo persegue è diventato un tabù, del quale non si vuole e non si può parlare.

Qual è il progetto politico?
DDC Lo definisco terzo sogno. Terzo rispetto al sogno americano, cioè il capitalismo, e al sogno della sinistra, il socialismo. Il terzo sogno è il neocaliffato planetario: che ci piaccia o no, è questo il progetto politico che ispira i cosiddetti terroristi, ed è un progetto dai forti risvolti esistenziali, oltre che politico-ideologici, tanto è vero che molti jihadisti sono pronti a morire per questo. Quel che mi disturba nel dibattito corrente è che si tende a far passare i jihadisti per folli e nichilisti: è una spiegazione di comodo che serve ad eludere il nodo politico del jihadismo come risposta al capitalismo e all’imperialismo.

Se accettiamo la sua interpretazione, in che modo l’occidente dovrebbe rispondere al jihadismo e alle sue azioni terroristiche
DDC Innanzitutto dovrebbe essere nostro compito riflettere sul perché, cercando un’alternativa al capitalismo neoliberale, loro abbiano scelto questo terzo sogno anziché la via dell’emancipazione indicata dalla sinistra. Perché un ventenne della periferia di Parigi o di Londra -anche se cominciano a comparire nelle cronache giovani di passaporto italiano- sceglie il terzo sogno jihadista e rifiuta la sinistra? È una questione poco indagata e poco compresa fin dagli anni Ottanta, quando Michel Foucault, inviato in Iran dal Corriere della Sera all’avvento degli ayatollah, fu il primo a rendersi conto della natura a suo modo rivoluzionaria dell’islamismo.

“Ho messo a confronto il jihadismo contemporaneo con le Brigate internazionali che si formarono per difendere la repubblica spagnola attaccata dal fascismo. Allora, chi partiva sapeva di rischiare la vita, ma erano persone che volevano vivere
e volevano vincere affinché si affermasse una società aperta e democratica”

Perché non è stato messo a fuoco questo potenziale?
DDC Perché ha prevalso un’idea illuministica, tipica della sinistra europea, secondo la quale i jihadisti in fondo sono solo dei fanatici e quindi non vale la pena di farsi troppe domande su ciò che pensano e sostengono.

La nozione canonica di terrorismo non la convince. Perché?
DDC Ho cercato di de-costruire questa nozione perché mi pare che l’etichetta di terrorista sia stata utilizzata in modo troppo sbrigativo, quasi per chiudere i conti. Alcuni hanno anche cercato le radici del terrore attuale nell’antichità, per definire una continuità di lungo periodo. Sono molto perplessa. Il Terrore è un fenomeno della modernità e paradossalmente nasce con la democrazia, ne è l’altra faccia. Un modo per definire la democrazia è proprio la capacità di governare senza ricorrere al terrore, che però resta sullo sfondo, come un pericolo incombente. Ho cercato anche di distinguere fra rivoluzione e terrore e di difendere in qualche modo la figura del rivoluzionario che compie attentati con finalità e obiettivi politici. È una figura forte fin dai primi del 1900, pensiamo ai regicidi, ma permane almeno fino agli anni Settanta: possiamo ovviamente rifiutare questi metodi, ma dobbiamo riconoscere che avvengono dentro uno schema politico, colpendo figure simbolo.
In questo senso oggi assistiamo a una forte discontinuità: l’11 settembre 2001 segna una svolta epocale, con i civili che divengono le vittime predilette.

Un’altra discontinuità è il ricorso all’attentato suicida. Come dobbiamo interpretare questa novità?
DDC È un elemento molto importante che ci riporta alla natura politico-esistenziale del progetto jihadista. Gli attentatori potrebbero limitarsi a uccidere, quindi perché scelgono di morire, di farsi saltare in aria? Certo dimostrano di essere disposti a morire per le loro idee ma in qualche modo ci dicono: posso vivere e realizzarmi in questa vita soltanto morendo.
Io militante jihadista -è questo il messaggio- che vivo nelle periferia di una grande città, ma anche nella periferia della globalizzazione, non riesco a realizzarmi in alcun modo, se non morendo. È un messaggio di enorme drammaticità.

Un messaggio rivolto a chi?
DDC È un messaggio che ci riguarda e ci porta nella dimensione della tanatopolitica, per riprendere un concetto di Roberto Esposito, una politica fondata cioè sulla morte. Ho messo a confronto il jihadismo contemporaneo, che richiama affiliati da tutta Europa attorno al progetto del califfato globale, con le Brigate internazionali che si formarono per difendere la repubblica spagnola attaccata dal fascismo. Allora, negli anni Trenta, chi partiva per la Spagna sapeva di rischiare la vita, ma erano persone che volevano vivere e volevano vincere affinché si affermasse una società aperta e democratica. Oggi il jihadismo afferma una politica fondata sulla morte e mette quindi in crisi gli Stati, i quali restano paralizzati di fronte a questi combattenti che non possono essere spaventati con l’arma in passato più potente, cioè la minaccia d’essere uccisi.

“Negli anni Ottanta, Michel Foucault fu inviato in Iran dal Corriere della Sera all’avvento degli ayatollah; fu il primo a rendersi conto della natura a suo modo rivoluzionaria dell’islamismo”

Quanto pesa il tradizionalismo islamico in questa dimensione tanatopolitica?
DDC Da una parte c’è sicuramente il sogno arcaicizzante del cavaliere errante che vuole ripristinare il califfato, dall’altra parte però c’è una forte post modernità, nel senso che il sogno del neocaliffato è una risposta alla modernità. D’altronde la radicalizzazione dei militanti jihadisti avviene spesso sul web e la pratica del terrore è ampiamente spettacolarizzata e mediatizzata: anche questa è una grande novità. Non mi convince la formula, molto utilizzata, del lupo solitario per descrivere i jihadisti che agiscono in Europa: in realtà sono sempre inseriti in una rete, magari attraverso il web, nella quale peraltro chiunque può entrare. È facilissimo. Ho provato anch’io.

Come giudica la risposta dei Paesi occidentali alla minaccia jihadista?
DDC
È imperniata sulla fobocrazia, cioè il potere esercitato attraverso la paura. La risposta al terrore avviene con misure di sicurezza e di controllo sempre più stringenti cosicché la politica diventa piano piano polizia.
Le nostre democrazie, più che alla prova del terrorismo, sono sottoposte alla prova dell’antiterrorismo, perché lo stato d’emergenza prolungato per mesi, come accade in Francia; le restrizioni imposte allo spazio pubblico; i controlli sempre più invasivi sono misure destinate a incidere profondamente sul rapporto fra stato e cittadino e quindi a ritorcersi contro la democrazia. Il potere della paura è un potere che non abbiamo mai sperimentato nelle forme attuali.

Lo Stato di diritto è a rischio?
DDC È difficile che possa reggere l’urto molto a lungo.

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