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Soccorsi nel Mediterraneo: le persone continuano a partire mentre le navi umanitarie sono rimaste sole

Nel 2019 a fronte di 11.471 persone sbarcate in Italia tra operazioni di soccorso, polizia e rintracci a terra, le sedicenti “autorità libiche” ne hanno intercettate almeno altre 8.406. Manca un “meccanismo automatico per cui sai che fai un soccorso e poi puoi sbarcare”, spiega Alessandro Porro, presidente di SOS MEDITERRANEE Italia che con la nave Ocean Viking ha appena salvato 400 persone

© Hannah Wallace Bowman / MSF

“Le persone continuano ad attraversare il mare e ad affogare, mentre a soccorrere restiamo soltanto noi civili, senza un meccanismo automatico che coordini le operazioni. Il problema non è cambiato e non è stato risolto”. Alessandro Porro è il presidente di SOS MEDITERRANEE Italia, organizzazione umanitaria europea che insieme a Medici Senza Frontiere (MSF) ha messo in acqua la scorsa estate la nave “Ocean Viking” per continuare a soccorrere i naufraghi della rotta del Mediterraneo centrale. “Continuare” perché con la precedente imbarcazione, la “Aquarius”, prima “vittima” del blocco imposto nel giugno 2018 durante il governo Conte I (ministro dell’Interno, Matteo Salvini), SOS MEDITERRANEE ha soccorso circa 29.500 persone.

Nella mattina del 28 gennaio Porro risponde da terra dopo essere sbarcato all’inizio dell’anno. Ed è da terra che ha seguito le sei recentissime operazioni di soccorso in mare della “Ocean Viking” durante le quali sono state tratte in salvo 407 persone (216 uomini, 39 donne, 12 incinte, 152 minori), provenienti in particolare da Sudan, Somalia ed Eritrea. “Domani mattina (29 gennaio, ndr) sbarcheremo a Taranto -spiega Porro-, ci è stato assegnato poco fa il porto di sbarco”. La situazione sarebbe stata “gestibile” ancora per poco, dunque l’assegnazione è una notizia positiva.

Quel che manca, però, è quello che Porro chiama un “meccanismo automatico per cui sai che fai un soccorso e poi puoi sbarcare”. Perché “le persone partono e ci piacerebbe non essere soli, ci piacerebbe ci fosse un piano europeo mentre al contrario il soccorso in mare viene ancora fatto prevalentemente da civili. Non ci sono in giro navi militari italiane, europee, francesi o spagnole come invece era in passato”.
Prima dell’estate 2018, infatti, una sorta di coordinamento, pur con le sue insufficienze, c’era. Poi, attrezzate le “autorità libiche” e istituita una zona SAR di ricerca e soccorso di competenza di Tripoli rispetto ai soccorsi, “è venuta a mancare una struttura che desse la garanzia che ci fosse un porto. E questo ci fa lavorare sotto tensione”. Per Porro quindi la situazione “è migliorata per i tempi”, riferendosi alla stagione degli annunciati “porti chiusi”, ma “non c’è ancora un meccanismo automatico standard, che è quello che invochiamo da tempo”.

Le milizie libiche continuano a operare i respingimenti delegati: nel 2019 a fronte di 11.471 persone sbarcate tra operazioni di soccorso, polizia e rintracci a terra, i libici ne hanno intercettate almeno altre 8.406. “All’inizio di gennaio -racconta Porro- abbiamo visto in mare una nave battente bandiera libica che aveva fatto un ‘soccorso’, che per noi è un intercettamento, di circa 30 persone sul ponte. Essendo più veloci di noi ci hanno superato e hanno concluso il respingimento: lo abbiamo documentato grazie ai giornalisti e alle telecamere a bordo”.

Dalla fine del giugno 2018, con la dichiarazione di una zona SAR sottoposta al coordinamento di Tripoli, la filiera del “soccorso” è sfilacciata. “Quando avvistiamo una nave in acque SAR libiche cerchiamo subito di metterci in contatto con Tripoli -spiega Porro- ma o non riceviamo risposta o la riceviamo in ritardo. Quando chiediamo un porto sicuro di sbarco ci viene indicato Tripoli, come accaduto a metà gennaio con 39 persone a bordo”. A quel punto? “Rispondiamo cordialmente che per noi e per le leggi internazionali la Libia non è porto sicuro. Dall’Italia riceviamo in prima battuta risposte ferme del tipo ‘Non possiamo darvi indicazioni perché la competenza è della Libia’. Poi, in un secondo tempo, facendoci trattenere il fiato, arriva l’indicazione”.

Il processo non è lineare: l’unica certezza è la continua ritirata degli assetti delle missioni EUnavformed SOPHIA (che non ha navi) e dell’Agenzia europea Frontex. Nell’anno appena trascorso i naufraghi salvati o “recuperati” in operazioni di polizia da parte delle due entità sono rimasti inchiodati a zero.

La società civile è l’unica luce del Mediterraneo. “Con il nuovo consiglio direttivo stiamo cercando di dare impulso alle nostre attività anche in Italia -riflette Porro-. Complice in passato il clima politico ostile e la percezione distorta degli sbarchi, è stato difficile strutturare un gruppo di volontari che facesse attività sul campo. È la nostra missione di quest’anno, insieme a quella di fare sempre più rete con le organizzazioni ‘consorelle’. Ci definiamo gli occhi della società civile ma senza società civile non si va da nessuna parte”.

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