Ambiente / Opinioni

Criticare la disordinata corsa al fotovoltaico a terra non vuol dire tifare per i petrolieri

La tutela dei suoli e la produzione di energia solare non devono essere messe in conflitto. Ecco perché è importante richiamare l’attenzione sul metodo sbagliato adottato dal Governo Draghi per individuare le aree idonee alla pannellizzazione. La risposta del prof. Pileri all’accusa di fare il gioco dei combustibili fossili

© Anders J - Unsplash

Il 20 giugno abbiamo pubblicato l’opinione del prof. Paolo Pileri intitolata “Questa corsa alla pannellizzazione fotovoltaica non fa il bene dei suoli agricoli”. È parte di un dibattito che vogliamo stimolare anche a seguito del nostro recente approfondimento “Fotovoltaico a terra: tra rischi e benefici per il (fragile) suolo”. Tra chi ha commentato su Facebook sotto al contributo di Pileri c’è anche il prof. Mario Grosso, ingegnere ambientale che insegna al Politecnico di Milano. Grosso ha scritto: “Poiché se l’energia non si produce da fonti rinnovabili va prodotta da combustibili fossili, con questo scritto Pileri si schiera ufficialmente a favore di questi ultimi, i quali stanno sì mettendo in crisi tutti i nostri ecosistemi. Imbarazzante…”. Ecco la risposta di Paolo Pileri. Questo spazio è naturalmente aperto (redazione@altreconomia.it).

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L’accusa che mi viene mossa da Mario Grosso mi obbliga a un chiarimento.
Provare a dire qualcosa che non va nel modo in cui si sta disegnando la transizione energetica non equivale a schierarsi con l’uso dei combustibili fossili. Starei molto più cauto nel fare queste equivalenze che, onestamente, sono spericolate.

Comunque, voglio chiarire. La vicenda del “Decreto energia” ci ripropone di nuovo il medesimo dilemma che spesso questo modello di sviluppo usa: mettere una contro l’altra due sostenibilità. Da un lato la tutela dei suoli (agricoli, in questo caso) e dall’altro la produzione di energia solare. È chiaro che vorremmo entrambe e di entrambe abbiamo diritto. Ed è proprio per questo che non possiamo sceglierne una a scapito dell’altra perché quel che davvero la transizione ecologica dovrebbe fare, diciamolo alla politica, è darci entrambe al posto di qualcosa di altamente insostenibile.

Quello che ho provato a spiegare è proprio il fatto che il decreto energia non fa questo, ovvero non fa iniziare la nostra transizione energetica con un principio ecologico alto, ma bassissimo: va a occupare terre agricole in nome della fretta o dell’emergenza che la situazione internazionale ha aperto. A onor del vero, questo stesso governo e pure il precedente non avevano dato migliori soluzioni prima della guerra, questo dobbiamo ricordarlo (e lo avevo già scritto nella mia rubrica “Piano Terra” l’1 luglio 2021, quando però nessuno si è preso la briga di dirmi nulla).
E infatti nelle prime stesure del Pnrr non vi era scritto che le terre agricole non si sarebbero toccate. Non vi era scritto nulla di chiaro e certo e tutto faceva sospettare al peggio. E oggi eccolo il peggio (e in un anno non si è riusciti a pensare a nessuna alternativa per le aree idonee?).

Il mio articolo non è contro la transizione energetica verso il fotovoltaico, che io voglio, ma è una riflessione su un’infilata di decreti che ha scelto una strada iper-semplificata (banale potremmo probabilmente dire senza essere smentiti) per avviare una transizione energetica necessaria ma non per questo da deregolamentare, urgente ma non per questo con la licenza di non rispettare la sfida ecologica nel suo complesso.

Vorrei che si facesse di tutto e di più per fare energia pulita partendo da tutte le superfici impermeabili (tetti, piastre, strade abbandonate, ex aeroporti, edifici abbandonati e dismessi, capannoni e magazzini, impianti, etc.) e poi, solo poi, se davvero vi sarà necessità, parleremo di aggredire i suoli agricoli con i quali mangiamo e non solo.

Ma dico di più. Vorrei anche che si accelerasse per attivare tutte le misure possibili per il risparmio energetico, per orientare a una dieta meno carnivora (che sappiamo eccessiva e sballata dal punto di vista delle unità di energia spese rispetto a quelle rese), per ridurre spostamenti urbani inutili o sostituibili (i cugini tedeschi stanno offrendo in questo momento ai loro cittadini un abbonamento a tutti i mezzi pubblici per soli nove euro al mese: questa politica fa risparmiare un sacco di energia privata e pure di consumo di suolo), per obbligare tutto il comparto logistico e delle grandi superfici di vendita a pannellarsi, e così via.

Insomma sto dicendo che prima di far fuori la risorsa più preziosa e meno rinnovabile che abbiamo, il suolo, avrei gradito che il “governo dei migliori” ci proponesse qualcosa di migliore e non un metodo geometrico con il compasso per decidere le aree idonee alla pannellizzazione. Se questo mio appello è totalmente infondato e per questo volete accusarmi di essere del clan dei petrolieri, accomodatevi. Comunque ci hanno teso una trappola e ci stiamo cascando: ci accusiamo tra noi anziché denunciare chi non è sostenibile.

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “L’intelligenza del suolo” (Altreconomia, 2022)

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