Ambiente / Attualità

Sfruttamento animale e diffusione di virus: gli effetti degli allevamenti intensivi

Il modello produttivo agro-industriale è nocivo per ambiente e salute. Il racconto dal campo. La rubrica “L’ecologia tesa alla libertà” di Maurizio Gritta

Tratto da Altreconomia 226 — Maggio 2020
© Animal Equity

Da agricoltore biologico e biodinamico trovo difficile parlare di Coronavirus perchè non ho conoscenze mediche ma non posso farne a meno dato il momento storico che viviamo. Dal mio osservatorio privilegiato sul mondo ambientale e naturale, mi chiedo come sia possibile che gli esseri umani -siano produttori, consumatori, ingegneri o altro- ancora non si siano chiesti come mai negli ultimi 50 anni stiano aumentando i problemi sanitari connessi alla sfera animale (Aviaria, Sars, peste suina). Una delle cause principali è insita nel modello produttivo intensivo agro-industriale a livello mondiale. Possiamo fare alcuni esempi. Gli allevamenti avicoli, da carne e da uova, sono sovraffollati, bui, con decine di migliaia di animali stretti l’uno contro l’altro e un impiego spropositato di ormoni e antibiotici nell’acqua e nel mangime.

In Pianura Padana, una popolazione di maiali così numerosa e concentrata in un unico territorio produce talmente tante deiezioni da non risultare sostenibile nel lungo termine perché i terreni sui cui vengono sparse possono assorbirne solo una certa quantità alla volta. Il limite è di 170 unità di azoto a ettaro ma i dati ufficiali ci dicono che ne vengono distribuiti tre volte tanto. Poi, le stalle con bovini da carne e da latte ammassati e spesso riempiti di medicinali di cui non hanno realmente bisogno. Una mucca negli anni 70 e 80 viveva mediamente 10/12 anni mettendo al mondo una decina o dozzina di vitelli: ora è fatta partorire solo un paio di volte prima di essere destinata al macello. E così via: uno schema che si ripropone con tutte le specie allevate dall’uomo per la propria alimentazione.

60 sono i chilogrammi che corrispondono al consumo annuo pro capite di carne in Cina. Un dato che negli ultimi decenni è quasi triplicato

In Paesi come Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda e Argentina, dove l’abitudine di mangiare spesso carne è ancora molto diffusa, si raggiungono facilmente i 150/180 chilogrammi annui procapite. In Europa sono circa 80 chilogrammi. Negli anni 60, il consumo medio di carne per persona in Cina era inferiore ai cinque chilogrammi ma negli ultimi decenni è quasi triplicato. Oggi siamo a 60 chilogrammi. Stessa situazione in India dove, nonostante le motivazioni religiose e culturali, il dato di meno quattro chilogrammi a testa, rimasto stabile fino a fine anni 90, è più che raddoppiato nell’ultimo periodo. India e Cina da tempo assorbono e imitano il prototipo occidentale comprando e usando  la stessa tecnologia e metodologia: è evidente, data la loro numerosa popolazione, che il pianeta non potrà reggere ancora a lungo la crescita di questo stile di vita. Non è sostenibile nè realistico continuare a proporre ed esportare un sistema economico capitalista e consumista focalizzato esclusivamente sul benessere economico, il successo finanziario e una crescita fine a se stessa senza considerare gli aspetti negativi che questo comporta a lungo termine come l’impatto sull’ambiente e sulla salute. Come singoli cittadini, possiamo fare scelte immediate, più equilibrate, utili per noi stessi e per la collettività. Non c’è bisogno di diventare vegani o vegetariani: già diminuire il consumo quotidiano o settimanale di prodotti di origine animale, sceglierne con attenzione la provenienza e il tipo di produzione può rallentare il processo degenerativo in atto e migliorare la situazione. L’agricoltura biologica e biodinamica pone sullo stesso piano le necessità dell’uomo, dell’animale e del suolo. Non offre solo cibo più sano ma anche un approccio commerciale più rispettoso, ragionato e moderato. Se volete, insieme lo possiamo fare. Dipende dalle nostre scelte.

Maurizio Gritta, agricoltore, è da sempre impegnato nella divulgazione delle tecniche di produzione biologica. Nel 1978 ha fondato insieme ad altri il progetto della cooperativa Iris

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