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Ambiente / Attualità

SACE fuori dal mega-progetto fossile nell’Artico russo. Ma solo per evitare sanzioni

Il 31 gennaio verrà risolta la polizza assicurativa che l’agenzia italiana di credito all’export aveva emesso nel 2021 a favore di Intesa Sanpaolo e di Cassa depositi e prestiti per lo sviluppo del contestato Arctic LNG-2. È una buona notizia anche se la decisione è dettata esclusivamente dal timore di “sanzioni” da parte degli Usa

La città di Murmansk nell'artico russo © Natalia Arkusha, unsplash

Mancano pochi giorni all’uscita di SACE da Arctic LNG-2, un sito per l’estrazione del gas fossile vicino a Murmansk, nel settore occidentale dell’Artico russo. Il prossimo 31 gennaio, infatti, ci sarà la risoluzione della polizza assicurativa che l’agenzia italiana di credito all’export (ente pubblico che gestisce decine di miliardi di euro) aveva emesso nel 2021 a favore di Intesa Sanpaolo e di Cassa depositi e prestiti (Cdp). Si tratta di un mega-progetto di liquefazione di gas naturale promosso della società russa Novatek attualmente in fase di costruzione nella penisola di Gydan, uno dei territori più a rischio dell’Artico russo.

Dopo più di tre anni di pressione esercitata da ReCommon, dai suoi partner italiani e internazionali, non possiamo che accogliere con grande favore la notizia. Il denaro dei contribuenti italiani, posto a garanzia del progetto, non avrà un ruolo nella realizzazione di un’opera devastante dal punto di vista ambientale e climatico. Senza contare che il settore dei combustibili fossili rappresenta una fondamentale fonte di finanziamenti che vanno ad alimentare la guerra in Ucraina dopo l’invasione del Paese voluta da Vladimir Putin.

Ma in tutta questa vicenda c’è un fattore che getta pesanti ombre sulla stessa SACE e sulla sua condotta, ed è legato proprio al conflitto in corso. In uno scambio avuto con ReCommon, l’assicuratore pubblico ha messo nero su bianco che sta abbandonando Arctic LNG-2 solo per “il potenziale rischio di sanzioni secondarie degli Stati Uniti”. Il termine del 31 gennaio 2024 è in linea con la “finestra temporale indicata dall’Office of foreign assets control (Ofac)”.

Si tratta dell’Ufficio di controllo dei beni esteri che fa capo al dipartimento del Tesoro statunitense che lo scorso 2 novembre ha inserito la società “LLC Arctic LNG-2” (di cui il colosso energetico russo Novatek è l’azionista di maggioranza) “nella lista delle specially designated nationals and blocked persons, con conseguente facoltà per ogni interessato di concludere tutti i rapporti in corso entro il 31 gennaio 2024, onde evitare possibili sanzioni secondarie”.

Insomma, c’è stato bisogno di una guerra e di un corposo pacchetto sanzionatorio extra-Ue per costringere SACE a uscire da Arctic LNG-2. Come se prima del novembre del 2021, quando l’assicuratore pubblico italiano entrò nel progetto, la Russia non fosse già uno Stato autoritario, responsabile di gravi crimini in vari Paesi confinanti, e non solo.

È poi evidente che la questione dei pesanti impatti ambientali e sul clima sussisteva già due anni fa, ma SACE non li aveva tenuti in debita considerazione. D’altronde parliamo di un ente che è primo in Europa e sesto a livello globale in termini di finanziamenti pubblici al settore dei combustibili fossili. Dall’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi sul clima, quasi dieci anni fa, l’ammontare garantito dall’assicuratore pubblico a progetti fossili equivale infatti a 15,1 miliardi di euro.

Arctic LNG-2 è la riprova che la due diligence ambientale e sociale dell’agenzia di credito sui progetti finanziati è a dir poco approssimativa e apparentemente molto prona agli interessi delle corporation del comparto oil&gas. Eppure, a novembre del 2021, in occasione della Cop26 l’Italia aveva sottoscritto la Dichiarazione di Glasgow, impegnandosi a porre fine a nuovi finanziamenti pubblici internazionali per progetti di estrazione, trasporto e trasformazione di carbone, petrolio e gas entro il 31 dicembre 2022. “È arrivato il momento che SACE recepisca questo documento e ponga fine, una volta per tutte, al sostegno a progetti fossili, adottando una policy degna di questo nome. Ne va dell’ambiente, del clima e delle tasche dei cittadini e cittadine italiane”, ha commentato Simone Ogno di ReCommon. Non deve certo scoppiare una guerra per decretare la fine del coinvolgimento pubblico italiano in progetti come Arctic LNG-2.

Luca Manes, ReCommon

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