Ambiente / Reportage

Ritorno in Sardegna dopo gli incendi. I nodi aperti e i tentativi di ripartenza

Allevatori e cittadini denunciano l’abbandono del territorio e l’assenza di un corpo addestrato per affrontare le fiamme. A fine luglio 2021, solo nella zona di Cuglieri (OR), perso l’80% di 70mila ulivi secolari. Mentre si attendono le risorse per la ricostruzione, fioriscono iniziative di mutualismo. Il nostro reportage

La strada per Cuglieri devastata dagli incendi che hanno colpito la Sardegna nell'estate 2021 © Alice Facchini

“Le persone hanno subito traumi profondi. Hanno visto bruciare la loro terra, perso i propri mezzi di sostentamento, hanno sentito il fuoco entrare nelle loro case. Oggi i cittadini si sentono abbandonati: non c’è un commissario unico per l’emergenza, e i ristori chissà quando arriveranno. Sono i singoli Comuni, insieme ai volontari, a rimboccarsi le maniche, ma non basta”. Gianluigi Bacchetta, ordinario di Botanica ambientale all’Università di Cagliari e direttore del Centro conservazione biodiversità, non ha dubbi: a più di un mese dagli incendi che hanno devastato la Sardegna lo scorso luglio, quello che si sta ancora sottovalutando è l’impatto psicologico, oltre che ambientale ed economico, che la devastazione ha avuto sulla popolazione. Il Parlamento sta lavorando a una legge da 150 milioni di euro che comprende i risarcimenti per i danni degli incendi, i ristori alle imprese in difficoltà per la pandemia e provvedimenti di carattere economico e sociale. Ma l’iter è lungo e non si sa quando effettivamente le risorse verranno stanziate.

“La stalla, il capannone del foraggio, le reti idriche, le recinzioni, tutto è andato in fumo -racconta Tino con le lacrime agli occhi-. La montagna da un giorno all’altro non c’è più e con lei il lavoro di anni. Ci vorranno decenni prima che la flora e la fauna ritornino come prima: non vedrò mai più questo paesaggio come l’ho conosciuto fin da bambino”. Tino è un allevatore di Santu Lussurgiu, Comune in provincia di Oristano, tra i più colpiti dagli incendi. Il primo rogo è partito nella notte tra il 23 e il 24 luglio: il fronte del fuoco, lungo 20 chilometri, ha bruciato per giorni con fiamme che hanno raggiunto anche i 30 metri, alimentate da un forte libeccio. Nelle zone dei roghi si trovano aziende d’eccellenza per la produzione di carne e formaggi, come il tipico casizolu, con allevamenti di razze speciali come il bue rosso. “Nella nostra azienda sono bruciati 130 ettari di terreno -continua Tino-. Per fortuna non abbiamo perso il bestiame, ma 250 balloni di fieno sono andati in fumo. La montagna era in uno stato di abbandono da anni: è bastata una miccia per dare origine a un disastro di questa portata”.

Tra le azioni che più oggi stanno sostenendo gli allevatori c’è “sa paradura”, letteralmente “la riparazione”, un’antica pratica sarda nata originariamente tra i pastori: quando a uno veniva rubato il gregge, gli altri gli donavano una pecora ciascuno per permettergli di ricominciare l’attività. Oggi questa forma di solidarietà e di mutuo soccorso si è estesa a tutta l’isola, finanche al continente da dove vengono inviati camion di foraggio e mangimi per le aziende colpite dagli incendi. “Per noi, ‘sa paradura’ è una bellissima normalità -spiega Giuseppe, fratello di Tino-. Stavolta gli aiuti sono arrivati non solo dalla Sardegna ma da tutta Italia: è stato commovente vedere come tante persone si siano attivate per darci una mano”.

Sulle cause del fuoco e della sua propagazione, la procura di Oristano ha aperto un’inchiesta a carico di ignoti per incendio colposo aggravato. Per il momento, quello che si sa è che il primo innesco è partito dal rogo di un’auto tra Santu Lussurgiu e Bonarcado. Le fiamme sono state domate, ma non sarebbe stata fatta la bonifica del terreno, e così il fuoco è ripartito alcune ore dopo.

“I fattori predisponenti di propagazione degli incendi possono essere raggruppati in tre grandi gruppi: meteorologia, orografia e caratteristiche della vegetazione”, spiega Giorgio Vacchiano, ricercatore in gestione e pianificazione forestale alla Statale di Milano, nel rapporto “Un paese che brucia” di Greenpeace. Ma se negli ultimi decenni l’orografia, ossia la conformazione fisica del territorio, è rimasta la stessa, sono mutate invece le condizioni meteorologiche, dovute al cambiamento climatico: “Il cambiamento climatico sta amplificando il pericolo incendi nel bacino del Mediterraneo, Italia compresa, tanto che la componente meteo sembra aver superato in importanza quella relativa alla vegetazione nel determinare il regime di incendi del Mediterraneo occidentale”, scrive Vacchiano.

A Cuglieri le fiamme sono entrate fin dentro il paese colpendo rimesse, capannoni e il giardino dell’ufficio postale © Alice Facchini

Guardando ai dati, negli ultimi due anni in Sardegna ci sono stati meno incendi (1.047 nel 2020 a fronte dei 1.265 nel 2019), ma è aumentata la loro estensione (8.143 ettari interessati da roghi nel 2020, 6.805 nel 2019, secondo la ricostruzione della Regione). Lo stesso è avvenuto in Italia: le statistiche dei Carabinieri forestali e dei corpi delle Regioni e Province autonome dicono che, mentre tra la fine degli anni Settanta e il 2000 la superficie media per incendio diminuiva, dal 2000 in poi è aumentata, nonostante le risorse stanziate per i servizi di spegnimento siano cresciute.

“I cambiamenti climatici, caratterizzati da un sostanziale aumento delle temperature e delle condizioni di siccità, stanno giocando un ruolo sempre maggiore nel determinare i regimi degli incendi insieme con le attività umane -scrive Valentina Bacciu, ricercatrice presso la Fondazione centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici, nel rapporto di Greenpeace-. Si prevede che la futura variabilità climatica aggraverà ulteriormente specifiche componenti del rischio di incendi in molte zone d’Europa con conseguenti impatti su persone, beni ed ecosistemi esposti nelle aree più vulnerabili”. Negli ultimi anni, in effetti, si è assistito a un aumento delle temperature medie e a un allungamento sia dei periodi di pioggia durante gli inverni sia di quelli di siccità durante le estati, che riducendo l’umidità della vegetazione facilitano la diffusione delle fiamme. Anche la maggiore abbondanza di piogge invernali, in realtà, può favorire gli incendi estivi, perché causa una maggiore crescita delle piante che nella stagione secca diventano materiale da combustione.

E allora, che cosa si sarebbe potuto fare per evitare un incendio di così grande portata? Come agire in maniera preventiva? Il primo passo potrebbe essere sostenere l’economia e contrastare lo spopolamento, visto che campi e pascoli sono ostacoli naturali per la propagazione delle fiamme: negli ultimi otto anni, secondo l’Istat, sull’isola si contano 27mila abitanti in meno a causa delle poche nascite e dell’emigrazione, e tra dieci anni 31 piccoli paesi potrebbero non esistere più. Poi sarebbe necessaria una maggiore cura dei boschi: i grandi incendi sono favoriti se si accumulano piante e rami secchi a terra, e se non si usano tecniche di selvicoltura, come diradamenti selettivi e fuoco prescritto. “Ciò che manca davvero è un investimento sulla formazione del personale che si occupa di spegnere gli incendi -dice Giuseppe, arrabbiato-. Si punta troppo sui mezzi, invece che sulle persone: vanno bene i canadair, ma manca un corpo addestrato e preparato per questo genere di situazioni. Un investimento di questo tipo genererebbe anche nuovi posti di lavoro, e funzionerebbe come politica occupazionale di contrasto all’abbandono del territorio”.

E invece, quello che rimane oggi nella zona del Montiferru sono 20mila ettari distrutti. Le strade di montagna attraversano interi boschi inceneriti e dietro le curve svelano un paesaggio spettrale. Il fuoco è arrivato fino alla costa ed è stato fermato solo dal mare: circa 1.500 persone hanno dovuto lasciare temporaneamente le proprie case in paesi come Scano di Montiferro, Macomer e Tresnuraghes. A Cuglieri, il Comune più colpito, addirittura le fiamme sono entrate dentro al paese, e hanno bruciato rimesse, capannoni e il giardino dell’ufficio postale.

“Io l’azienda me la sono salvata da solo -racconta Gianfranco, proprietario di un’impresa di forniture edili-. Ho visto il fronte del fuoco scendere dalla montagna e avvicinarsi sempre di più: ci siamo difesi con due cannette d’acqua, i pompieri non c’erano. Sotto la tettoia dove teniamo i materiali edili, la carta e il nylon degli imballaggi hanno preso fuoco. Di fianco, un deposito di birra è esploso. È un miracolo che non sia bruciato tutto”. Gianfranco è riuscito a salvare la sua attività, ma nelle campagne intorno al paese ha perso 400 piante di ulivo che avevano più di 400 anni. “Se tu consenti all’incendio di correre per 100 chilometri senza riuscire a fermarlo, significa che c’è un problema di preparazione ad affrontare l’emergenza. E allora io non mi sento più sicuro in questo posto. Cosa faccio, continuo a pagare le tasse? I responsabili devono essere puniti”.

Nella vallata intorno a Cuglieri, sulla discesa tra la montagna e il mare, uliveti e vigneti oggi appaiono come una distesa nero-marrone di rami secchi. Si stima che in totale nella zona ci fossero 70mila ulivi secolari, risalenti alla dominazione spagnola. Oggi circa l’80% è andato in fumo. Tra questi anche l’ulivo millenario di Tanca Manna che per gli abitanti aveva un grande valore simbolico: oggi i volontari di diverse associazioni stanno cercando di salvarne parte del tronco e delle radici. “Abbiamo fatto una serie di interventi di potatura, irrigazione, protezione del suolo e della chioma, tutto a titolo gratuito -conclude Bacchetta-. Rimangono solo piccole porzioni che non sono state intaccate dalle fiamme, e che potrebbero riprendersi, ma senza alcuna certezza. L’albero è come un malato in terapia intensiva: solo tra un paio di mesi capiremo se ce la farà. Molte persone vengono qui a portare fiori e piangono davanti alla sua chioma devastata: l’olivastro è il simbolo della resilienza di questo territorio, che nonostante tutto è sempre riuscito a rialzarsi”.

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