Interni / Opinioni

I diritti dei cittadini e la criminalità organizzata

Il reato di “associazione a delinquere di tipo mafioso” nel 2016 ha compiuto 34 anni. E andrebbe riscritto

Tratto da Altreconomia 186 — Ottobre 2016
Il deputato siciliano Pio La Torre - © archiviopiolatorre.camera.it

Sono passati trentaquattro anni dall’approvazione delle legge 646/1982, meglio nota come “Rognoni-La Torre”, con la quale nel Codice penale italiano è stato introdotto l’articolo 416-bis che definisce e sanziona la fattispecie di reato denominata “associazione a delinquere di tipo mafioso”. Eppure, che la mafia come fenomeno criminale, e non solo, fosse presente nella nostra penisola lo si sapeva già dall’800, grazie all’opera di inchiesta portata avanti da alcuni giornalisti, studiosi e parlamentari che rifiutavano la visione negazionista della maggioranza istituzionale, clericale, economica e sociale degli italiani.

Purtroppo, per portare a riconoscere ufficialmente che essere mafiosi è un reato sono stati necessari diversi omicidi di onesti servitori dello Stato. Gli ultimi, in ordine cronologico prima dell’approvazione delle legge 646, sono stati quelli di Pio La Torre, sindacalista e parlamentare del Partito Comunista, proponente della legge, e quella del prefetto di Palermo, Carlo Alberto Dalla Chiesa, entrambi assassinati nel 1982. L’ennesima e tragica testimonianza di come, in Italia, la lotta alla mafia è stata prevalentemente di tipo emergenziale: si è legiferato sull’onda emotiva e dell’indignazione popolare. Lo dimostrano i diversi bis, ter e quater che accompagnano alcuni articoli del Codice penale. Nell’ultima relazione della Direzione nazionale antimafia al Parlamento, il procuratore Franco Roberti scrive per il 416-bis è una norma da attualizzare, in considerazione dell’evoluzione delle mafie tra il XX e il XXI secolo.

82 miliardi di euro è il giro d’affari dei prestiti usurai in Italia, stimati dall’Eurispes per il 2015. Il tasso medio pagato da famiglie e imprenditori che si sono rivolti al mercato illegale del credito è stato del 120%

Una frase della relazione sintetizza il suo messaggio: “Le mafie oggi sparano meno ma sono sempre vitali e, soprattutto, fanno più affari di ieri”. Se gli anni Novanta sono stati quelli in cui la violenza contro lo Stato e i suoi migliori rappresentanti ha toccato il massimo, con le stragi di siciliane di Falcone e Borsellino e le bombe a Firenze, Roma e Milano, gli anni Duemila sono quelli della mafia imprenditrice, finanziaria e politica, come testimoniano le più recenti inchieste svolte sia dalle procure del Sud che del Nord, che hanno portato alla confisca di beni e aziende per milioni di euro, allo scioglimento di Comuni per infiltrazione mafiosa, nonché all’arresto di sindaci, assessori, consiglieri comunali, funzionari e dirigenti pubblici, oltre che di membri del Parlamento.

La corruzione, prima della violenza, è diventata lo strumento utilizzato dai mafiosi per fare affari e inserirsi, condizionandoli, nei luoghi decisionali. La corruzione non genera allarme sociale come un omicidio; salvaguarda formalmente la facciata democratica delle istituzioni mentre le divora; accende rapporti con i cosiddetti “concorrenti esterni”, persone che non appartengono ad alcuna cosca, spesso liberi professionisti qualificati dalla fedina penale intonsa, che mettono a disposizione dei mafiosi i loro servizi e le loro competenze perché i boss sono clienti che pagano bene, in tempi rapidi e, spesso, non richiedono nemmeno l’emissione di un documento fiscale. Per i mafiosi, il fine ultimo è l’esercizio di un potere dominante derivante dall’accumulazione illecita di ingenti capitali e dalla capacità di controllare un territorio, mentre per i suoi “concorrenti esterni” quello che conta è fare soldi, tanti, in fretta e possibilmente evadendo o eludendo quanto dovuto al fisco. La mafia è innanzitutto un fenomeno politico, scrive il procuratore Roberti, e per questo motivo l’articolo 416-bis va considerato non tanto un reato contro l’ordine pubblico ma un delitto “contro la personalità dello Stato” che comprime i diritti politici dei cittadini.

Pierpaolo Romani è coordinatore nazionale di “Avviso pubblico, enti locali e Regioni per la formazione civile contro le mafie”, www.avvisopubblico.it

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