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Economia / Opinioni

Rischi, incognite e un inghippo della prima “vera” manovra del Governo Meloni

© Sigmund - Unsplash

Sarà una manovra di dimensioni limitate perché dovrebbe fermarsi a 24 miliardi di euro, di cui circa 16 miliardi in deficit. Ma le stime di crescita, l’impatto dell’inflazione, le sorti delle garanzie pubbliche alle imprese causa Covid-19 e la solidità delle coperture pongono più di un problema. L’analisi di Alessandro Volpi

Sulla Legge di Bilancio sembrano chiare, per ora, alcune cose. Sarà una manovra di dimensioni assai limitate perché dovrebbe fermarsi a 24 miliardi di euro, di cui circa 16 miliardi in deficit. La parte più corposa sarà costituita dal rinnovo, sempre una tantum, del taglio del cuneo fiscale fino a 35mila euro e dall’accorpamento di due aliquote Irpef, a cui si aggiungono risorse per il rinnovo dei contratti e per la sanità. C’è un altro dato rilevante ed è costituito dalla previsione di crescita del Prodotto interno lordo, fissata all’1,2% su cui si regge l’intera manovra. Dunque, la prima “vera” Legge di Bilancio del Governo Meloni ha obiettivi molto contenuti e deve misurarsi con una realtà assai complessa che, tuttavia, può essere ancora più difficile di come la stessa manovra la immagini.

Il primo rischio di tale provvedimento, infatti, sta proprio nelle stime su cui è costruito. L’esplosione di un nuovo conflitto, la ripresa dell’inflazione e le difficoltà della congiuntura internazionale contengono il duplice pericolo di una crescita assai più modesta dell’1,2% che, se per caso venisse centrata, dipenderebbe in gran parte soltanto dalla ripresa dell’inflazione, destinata, appunto, a gonfiare il Pil. In questo caso, però, i rinnovi contrattuali, le indicizzazioni parziali delle pensioni, contemplate nella legge e nei decreti, gli aumenti della spesa sanitaria e i tagli fiscali non sarebbero in alcun modo in grado di tutelare il potere d’acquisto della popolazione e neppure di consentire la tenuta dei servizi. In altre parole, se anche si realizzasse, in regime di inflazione in ripresa, una crescita dell’1,2%, questa non sarebbe capace di migliorare il quadro del Paese.

La stessa inflazione peserebbe poi sul costo del finanziamento del debito pubblico perché indurrebbe la Banca centrale europea a mantenere i tassi alti e, di conseguenza, renderebbe il finanziamento in deficit dei circa due terzi della manovra molto più costoso di quanto previsto. Già ora i rendimenti dei Bot a sei mesi si avvicinano a quelli dei Btp decennali, a testimonianza di una situazione particolarmente difficile. D’altra parte, la prospettiva di una crescita del Pil dell’1,2% senza inflazione appare assai poco probabile per le stesse ridotte dimensioni della manovra in questione.

Sul versante delle incognite si collocano almeno due  altri elementi di rilievo. Il primo è costituito dal peso delle garanzie pubbliche concesse dallo Stato alle imprese italiane dopo il Covid-19; il tema è stato sollevato dall’ex ministro Giulio Tremonti ed è tutt’altro che banale. Se nei prossimi mesi il nuovo inasprirsi dell’inflazione, la possibile recessione tedesca, il rallentamento cinese e di altre parti dell’economia mondiale, insieme alla ulteriore contrazione dei consumi interni, provocheranno un’ondata di fallimenti e di sofferenze creditizie, quelle garanzie pubbliche dovrebbero essere versate e impegnerebbero risorse finanziarie del bilancio dello Stato che ad oggi non ci sono. Reperirle sul mercato del collocamento del debito pubblico sarebbe estremamente gravoso.

C’è, parimenti, una difficoltà a realizzare le coperture di quella parte della Legge di Bilancio non affidata al deficit. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha fatto un esplicito riferimento al taglio di alcune detrazioni fiscali: si tratta di una misura difficile da quantificare e che certamente incontrerà decise resistenze nelle forze della maggioranza fermamente ostili a un aumento della pressione fiscale. Peraltro, verrebbe da aggiungere, saremmo ancora una volta di fronte a provvedimenti che si muovono all’interno del perimetro dell’Irpef da cui già proviene la gran parte del nostro gettito tributario, abbandonando la strada della lotta all’evasione e della maggiore imposizione sulle rendite. È paradossale che non si metta mano allo scandalo delle cedolari secche che costituiscono una formidabile esenzione fiscale per i possessori di rendita. Certamente, di fronte a un quadro di questo genere, buona parte della tenuta italiana sembra dipendere dallo stato di attuazione e dalle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza; una dipendenza, tuttavia, che rischia di diventare patologica proprio per la sua assoluta indispensabilità.

In conclusione, è bene fare riferimento a un vero e proprio “inghippo” presente nella documentazione che circola sulla Legge di Bilancio. Provo a spiegarlo. Il taglio del cuneo, l’accorpamento delle aliquote e gli sgravi sulle assunzioni sono finanziati in deficit. E durano un anno. L’inghippo consiste nel fatto che tale finanziamento in deficit per il 2024 è consentito a condizione che nel 2025 il rapporto tra deficit e Pil scenda al 3,6% e il debito si stabilizzi al 140%: due parametri che per essere raggiunti prevedono il mancato rinnovo, per il 2025, proprio del taglio del cuneo, degli accorpamenti e degli sgravi previsti per il 2024: che dunque è già stabilito durino un anno. In altre parole, per avere il deficit quest’anno, bisogna cancellare le misure, tutte, l’anno prossimo.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento

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