Ambiente / Approfondimento

Rifiuti tessili: dal primo gennaio 2022 scatta l’obbligo della differenziata. Senza linee guida

Entra in vigore in Italia l’obbligo di raccogliere in modo differenziato i rifiuti tessili. Il ministero della Transizione ecologica non ha ancora definito regole e obiettivi chiari ed è ancora assente un sistema di responsabilità estesa del produttore che indicherebbe precisi obblighi sul ritiro e riciclo dei beni

© Rifò

In Italia dal primo gennaio 2022 entra in vigore l’obbligo di raccogliere in modo differenziato i rifiuti tessili. Attraverso il decreto legislativo 116/2020, il Paese ha anticipato di tre anni l’attuazione di uno dei decreti contenuti nel “Pacchetto di direttive sull’economia circolare” adottato dall’Unione europea nel 2018. Questo stabilisce obiettivi vincolanti per il riciclo dei rifiuti e la riduzione del numero delle discariche entro il 2025: le finalità sono favorire percorsi di riciclo e riutilizzo e, come nel caso dell’industria tessile, ridurre gli impatti causati dal comparto sull’ambiente. Secondo la Commissione e il Parlamento Ue, il settore è responsabile del 10% delle emissioni mondiali di gas a effetto serra. Stando alle analisi dell’Agenzia europea dell’ambiente, gli acquisti di abbigliamento e prodotti tessili effettuati in Europa nel 2017 hanno generato 654 chilogrammi di CO2 per persona.

La decisione di anticipare l’obbligo, assunta nel settembre 2020, ha suscitato reazioni diverse tra gli operatori del settore che hanno messo in evidenza sia le potenzialità del nuovo vincolo sia gli aspetti ancora da implementare per potenziare la raccolta e il riciclo. Per quanto riguarda i rifiuti tessili urbani, il recepimento del decreto europeo implica che i Comuni che non hanno un sistema di raccolta del tessile saranno obbligati ad avviarlo. Dal ministero della Transizione ecologica non sono state definite linee guida od obiettivi da raggiungere, come conferma ad Altreconomia anche l’Associazione nazionale comuni italiani (Anci). Anci che aveva inoltre proposto un emendamento alla Legge di bilancio in votazione finale alla Camera (non recepito nel testo approvato dal Senato) per chiedere che tale obbligo venisse posticipato almeno di un anno. Anci Lombardia, che nel febbraio 2021 aveva inviato una circolare informando i Comuni della Regione sull’entrata in vigore del decreto, ha sottolineato che “la situazione normativa non è chiara”. Ha aggiunto, riportando i dati elaborati da Arpa Lombardia sul 2019, che il 68% dei Comuni già dispone di un servizio di raccolta differenziata del tessile. Anche l’associazione Comuni virtuosi, rete di 90 Comuni distribuiti in tutte le Regioni che propongono una gestione sostenibile dei propri territori, ha detto ad Altreconomia che la maggior parte di loro già effettua la raccolta e che non sono previsti sostanziali cambiamenti in vista del prossimo gennaio.

Secondo il “Rapporto sui rifiuti urbani” pubblicato nel dicembre 2021 dall’Istituto superiore per la protezione ambientale (Ispra), nel 2020 sono state differenziate 143,3mila tonnellate di rifiuti tessili urbani (nel 2019 erano state 157,7mila tonnellate), pari a circa lo 0,8% del totale della raccolta differenziata (per fare un paragone, la plastica è pari all’8,6% e il vetro al 12,2%). “Se guardiamo alla raccolta in Italia, possiamo dire che non siamo indietro rispetto agli altri Paesi europei. Ogni Comune la effettua secondo le sue modalità che possono essere, per esempio, i cassonetti in strada o le campane. Questo è un buon punto di partenza per i nuovi obblighi previsti dall’Ue che possono rappresentare per noi un’opportunità”, spiega Valeria Frittelloni, direttrice del Centro nazionale dei rifiuti e dell’economia circolare di Ispra. “Tuttavia ci sono aspetti da migliorare. Un primo passo da compiere è incrementare i punti in cui conferire i rifiuti per facilitare i cittadini. Bisogna aumentare quanto raccogliamo, diminuendo la parte che finisce nell’indifferenziato”, aggiunge Frittelloni. Nel 2019 la percentuale di rifiuti tessili nell’indifferenziato era stata pari al 5,7%. “È poi fondamentale che le attività di riciclaggio avvengano in modo diffuso su tutto il territorio già a partire da un sistema di raccolta che le garantisca”. A essere centrale, infatti, è la destinazione finale dei rifiuti tessili: bisogna cioè impedire che arrivino in discarica o vengono inceneriti.

“Avere anticipato i tempi rischia di portare a passaggi male organizzati. Dal 2022 non si parla solo di obbligo di raccolta dell’abbigliamento ma in senso più ampio del rifiuto tessile pre-consumo e post-consumo.Vuol dire che saranno coinvolti diversi attori, anche chi finora non lo era stato, e non solo le cooperative che si occupano della raccolta degli indumenti usati”, spiega Carmine Guanci, coordinatore della Rete Riuse che comprende nove cooperative operanti, in collaborazione con le Caritas locali, nelle diocesi di Milano, Bergamo e Brescia. Dal 1998 al 2020, ha raccolto 175mila tonnellate di vestiti, poi venduti in Italia o nei mercati dei Paesi a basso reddito.Il ricavato ha permesso di avviare 182 progetti sociali di cui hanno beneficiato settemila persone. “Di fronte all’obbligo della differenziata è necessario avviare il sistema della responsabilità estesa del produttore (Extended producer responsibility, Epr) al momento ancora mancante”, aggiunge. Questo implica che i produttori siano responsabili dell’intero ciclo di vita del prodotto stesso e soprattutto del suo ritiro, riciclo e smaltimento finale.

“Non è il solo punto da incrementare. È anche necessario un potenziamento degli impianti per il riciclo. Non a caso il Piano nazionale di ripresa e resilienza prevede finanziamenti per la creazione di textile hubs”, conclude Guanci, con l’obiettivo di arrivare al 100% di recupero dei rifiuti tessili. Oggi in Italia secondo i dati del rapporto “L’Italia del riciclo”, pubblicato a dicembre dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile e Unicircular, del totale della differenziata del tessile il 29% è riciclato mentre il 68% è riutilizzato. Nel primo caso, i materiali sono sottoposti a procedimenti meccanici che li sfilacciano per farne materie prime seconde poi utilizzate in circuiti industriali. Nella seconda circostanza sono invece riutilizzati direttamente nei cicli di consumo in Italia o su mercati esteri. Secondo Ispra, nel 2020 sono state esportate circa 72mila tonnellate di rifiuti di abbigliamento, prodotte prevalentemente in Lombardia e Toscana; sono destinate al recupero, soprattutto in Tunisia (circa 33mila tonnellate).

Anche per Rossano Ercolini, Goldman Prize per l’Ambiente nel 2013 e presidente della Rete Zero Waste Europe, è necessario incentivare la filiera del tessile non limitandosi alla raccolta differenziata ma pensando all’intero ciclo del prodotto. “Il nuovo obbligo è una buona notizia ma bisogna anche pensare a un riciclo di qualità. Ne beneficerebbero realtà come il distretto tessile di Prato, già caratterizzato da una intercettazione di abiti e tessuti usati”, afferma. “Bisogna però lavorare per massimizzare il recupero di quanto raccogliamo e ridurre le quantità che finiscono per essere smaltite. Oggi questo è reso in parte difficoltoso dai prodotti della fast fashion composti da materiali non facilmente riciclabili”.

Oltre al riuso degli indumenti usati, sui territori si sono sviluppate esperienze nel riutilizzo degli scarti della produzione industriale. È il caso di Rifò che dal 2017 a Prato impiega fibre rigenerate di cotone, lana e cashmere per realizzare vestiti. Il filato di lana cashmere, per esempio, è composto al 95% da cashmere rigenerato e dal 5% da lana rigenerata. “Il cashmere proviene da vecchi indumenti oppure da scarti industriali. Maglie e scampoli sono selezionati per colore e riportati allo stato di fibra attraverso un processo di cardatura. Il materiale ottenuto viene di nuovo filato. Si può rigenerare per più cicli”, spiega Niccolò Cipriani, fondatore di Rifò. Il panno di lana cardata, proveniente da scarti industriali di tessuto, segue un processo simile: gli scampoli sono selezionati per colore e ridotti allo stato di fibra attraverso un processo di cardatura. Il materiale ottenuto viene trasformato in filo con cui si produce un nuovo tessuto già colorato in un sistema che abbatte il consumo di acqua. Il cotone rigenerato è prodotto da scarti tessili trinciati e trasformati in filo. “È il nostro modo di chiudere il cerchio”, conclude Cipriani

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