Diritti / Intervista
“Questa terra è donna”. Sui movimenti femminili e femministi palestinesi

Nel suo ultimo libro per Astarte edizioni la giornalista Cecilia Dalla Negra racconta le battaglie delle donne palestinesi dal mandato britannico al dopo 7 ottobre. In lotta contro il colonialismo israeliano e contro l’impostazione patriarcale della società. Sfatando pregiudizi, luoghi comuni e il mito della “salvatrice bianca” che vuole spiegare alle altre come liberarsi
La presa di parola diretta dei palestinesi, amplificata dal divieto di Tel Aviv di far entrare i giornalisti internazionali nella Striscia di Gaza dopo i fatti del 7 ottobre 2023, ha acceso un nuovo interesse non solo sul conflitto, ma anche su alcuni aspetti meno noti della loro storia e della loro resistenza.
Tra questi spicca l’attivismo delle donne, che fin dall’epoca del mandato britannico hanno giocato un ruolo fondamentale sia nella produzione teorica sia nella pratica politica nel processo di liberazione.
Il libro della giornalista indipendente Cecilia Dalla Negra, “Questa terra è donna. Movimenti femminili e femministi palestinesi”, ripercorre la militanza delle donne attraverso il racconto delle più importanti cesure della storia palestinese, mostrando come la lotta per l’autodeterminazione si intrecci strettamente a quella per i diritti di genere.
Dalla Negra, nel contesto palestinese le donne vivono una relazione molto complessa tra femminismo e nazionalismo. In che modo queste due lotte sono interdipendenti?
CDN Il filo rosso del libro è proprio questo rapporto dialettico tra nazionalismo, che le donne riscrivono e influenzano profondamente in chiave di genere, e lotta per l’emancipazione dalle strutture patriarcali. È una relazione costante nel corso della storia e che assume tratti diversi in base all’epoca. Nei primi decenni del Novecento le donne palestinesi si sono inserite nella lotta indipendentista, prevalentemente maschile all’epoca, per esserne parte e imprimere il proprio segno, consapevoli che questa partecipazione avrebbe aperto per loro degli spazi di possibilità. La loro presenza, anche quando non dichiaratamente femminista, è comunque radicale perché è trasformativa dell’ordine sociale. Con la nakba e la necessità di organizzarsi all’interno di società frammentate, in diaspora, nei campi profughi, le donne hanno assunto un ruolo fondamentale nel tenere insieme le comunità, nel tenere viva la memoria dell’identità palestinese e allo stesso tempo prendendo parte alla resistenza (anche armata). Le donne hanno iniziato così a negoziare il proprio spazio di partecipazione, a volte anche in chiave conflittuale con la compagine maschile che non sempre ha visto di buon grado la loro presenza o ha tentato di ricondurle a dei ruoli più ausiliari rispetto alla resistenza. Già dagli anni 50 le donne hanno portato avanti l’idea che non può esistere una patria libera senza una liberazione anche dalle gerarchie di genere.
Quali sono i modi specifici in cui si manifesta l’oppressione di genere sulle donne palestinesi nel contesto dell’occupazione israeliana?
CDN Dal punto di vista materiale i contesti militarizzati hanno sulle donne ricadute specifiche che non sono uguali sugli uomini. Pensiamo ai controlli ai check point o alla violenza sessuale, che è utilizzata in maniera sistematica all’interno delle carceri. Le studiose palestinesi hanno inoltre sottolineato la relazione tra uno spazio militarizzato e l’aumento della violenza domestica. Laddove la violenza è normalizzata ed è subita anche dagli uomini è molto più probabile che si riversi anche nei contesti privati. Poi c’è la dimensione politico-simbolica: il sistema coloniale è di per sé patriarcale perché sintetizza la relazione tra egemonia e subalternità. È impossibile leggere la realtà patriarcale della società palestinese senza metterla in profonda relazione con il sistema coloniale israeliano, che ha tutto l’interesse a sfruttare e rinforzare questa struttura.
Nel libro scrive di movimenti femminili e femministi. Perché il termine femminismo può essere problematico nel contesto palestinese?
CDN Perché è considerato da molte donne come un prodotto esclusivamente occidentale (soprattutto il femminismo mainstream) che propone delle soluzioni per i problemi delle donne che sono guidati da caratteri di universalità, come se fossimo tutte oppresse allo stesso modo, ignorando le specificità del contesto. Tantissime donne che adottano delle pratiche che noi potremmo chiamare femministe perché sono trasformative delle gerarchie esistenti e radicali non si definirebbero mai con questo termine. Per questo è importante prestare più attenzione alle pratiche che alle definizioni, per non rischiare di sovradeterminare nessuna. Le militanti dell’Islam politico non si definirebbero mai femministe, ma sono comunque delle attiviste di genere che hanno impresso delle trasformazioni all’interno dei loro contesti.
Come le attiviste di Hamas?
CDN Sì, anche le militanti laiche, femministe e di sinistra guardano con grandissimo rispetto all’esperienza politica delle donne islamiste. In Palestina c’è uno spettro vastissimo di militanza: dalle comuniste che prendono le armi negli anni Settanta alle donne di Hamas che nel corso degli anni Novanta portano avanti un lavoro preziosissimo dentro il partito e addirittura sono considerate le artefici del successo elettorale del 2006. Le militanti islamiste evidenziano in maniera unanime l’Islam e il Corano come fonte di emancipazione e spiegano che il problema non è la religione, ma l’interpretazione che ne viene data e chi detiene il potere. Per loro muoversi all’interno di un quadro rispettoso dei principi religiosi è più adeguato rispetto alle soluzioni del femminismo fornito dall’esterno.
Dal 7 ottobre il problema della narrazione dei media occidentali mainstream è diventato sempre più evidente. Nel caso delle palestinesi questo atteggiamento si riflette nella scomparsa delle donne come soggetti attivi o nella loro riduzione al semplice ruolo di vittime. Perché?
CDN Il problema è il residuo coloniale che ci permea, che riguarda tutte e che resta nelle categorie utilizzate, nel linguaggio. Il modo in cui noi guardiamo ad altri contesti è viziato da questa postura, soprattutto verso il mondo arabo-islamico in cui diamo per scontato che le donne siano necessariamente oppresse. Pensiamo all’ossessione che nelle nostre società occidentali abbiamo per il velo: per la maggior parte di noi è inconcepibile pensare che una donna velata sia una donna libera, magari femminista o militante. Tendiamo a riconoscere solamente le esperienze che ci somigliano e quindi mettiamo in atto una pesante infantilizzazione di queste donne, oltre all’idea della “salvatrice bianca” che vuole spiegare alle altre come liberarsi. Le donne palestinesi nel corso di oltre un secolo ci hanno ampiamente spiegato che non hanno bisogno del nostro aiuto e della nostra interferenza, ma anzi ci hanno fornito un esempio e un insegnamento straordinario.
Com’è cambiata la postura delle donne palestinesi verso la solidarietà internazionale?
CDN Il 7 ottobre rappresenta una cesura storica anche in questo senso, non solo all’interno dei movimenti femminili e femministi, ma più in generale nella relazione tra lotta palestinese e realtà e soggettività solidali. Il punto di svolta è una sostanziale riappropriazione da parte della popolazione palestinese del linguaggio e anche della rabbia. Le attiviste palestinesi hanno lanciato una lotta senza quartiere contro il femminismo coloniale bianco, occidentale, imperialista, in cui noi veniamo chiamate in causa. Se vogliamo essere alleate dobbiamo riconoscere che la linea deve dettarla chi vive l’oppressione sulla propria pelle, anche perché nessuno meglio di loro sa smascherare i meccanismi di propaganda e di narrazione.
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