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Quelle gallerie che salvarono migliaia di vite nella Kleine Berlin di Trieste

Una delle gallerie sotterranee della “piccola Berlino” in cui trovarono rifugio i civili durante la Seconda guerra mondiale © Anna Maria Selini

Un gruppo di volontari tiene viva la “Piccola Berlino” costruita in città dai tedeschi durante la Seconda guerra mondiale. Dalle visite guidate nei bunker e nei tunnel sotterranei alle mostre: per non dimenticare la crudeltà dei conflitti

Tratto da Altreconomia 266 — Gennaio 2024

C’è una piccola Berlino, Kleine Berlin, nel sottosuolo di Trieste: gallerie antiaeree e bunker, realizzati dopo l’8 settembre 1943. “Quando i tedeschi, passati da alleati a nostri nemici, occuparono la città con l’intenzione di rimanerci a lungo, dopo aver preso il tribunale come loro sede amministrativa, per prima cosa costruirono un bunker. Tutta la zona era interdetta agli italiani e così venne soprannominata ‘piccola Berlino’. Nella dicitura tedesca, in realtà, c’è un errore grammaticale, proprio perché è detto alla triestina”. A raccontarlo è Maurizio Radacich, che a Kleine Berlin, ha dedicato oltre vent’anni della sua vita.

“Accanto al bunker tedesco -riprende- furono costruite anche per i civili italiani delle gallerie grazie alle quali le vittime triestine, durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale, furono inferiori a quelle di altre città”.

Gallerie oggi visitabili per merito dell’impegno e della passione di volontari come Radacich: “Vogliamo ricordare come si viveva in guerra per non dare mai per scontata la pace”. La riscoperta di Kleine Berlin avviene tra gli anni Ottanta e Novanta e in maniera curiosa, grazie ai soci del Club alpinistico triestino (Cat) e della Società adriatica di speleologia (SasTrieste). “Quando è iniziata la speleologia in cavità artificiali -spiega Radacich, che è per l’appunto anche speleologo- ci siamo interessati non solo alle grotte ma anche a manufatti realizzati dall’uomo. Trieste aveva venti gallerie: facendone il censimento, ci siamo imbattuti in questa e ci siamo messi a studiarne un po’ la storia. Abbiamo fatto indagini, frequentato le biblioteche e così siamo riusciti a ricostruirne le origini che nessuno di noi conosceva”. Fino a quel momento, infatti, la presenza delle gallerie era nota, ma erano chiuse e non visitabili, oltre che abbandonate e fatiscenti. Grazie all’impegno e alla passione, anche per la storia, dei volontari, il luogo è così letteralmente rinato.

“Nel 1996 l’abbiamo ottenuto in affitto dal Comune di Trieste e abbiamo iniziato a occuparcene -continua Radacich-. Abbiamo rifatto l’impianto elettrico, pulito, messo in sicurezza le gallerie, allestito mostre, scritto e pubblicato libri e organizzato visite guidate anche in inglese”. Due le esposizioni permanenti: una sui bombardamenti della città, con fotografie e testimonianze dell’epoca, e un’altra sugli estrattori di bombe e mine, ovvero quelle persone, civili, che una volta terminata la guerra andavano in giro a sminare il territorio dai residuati bellici. “C’è anche il timone di coda di un B24, un bombardiere anglo-americano, caduto al largo di Grado. Nel Duemila è stato recuperato e lo Stato italiano ce l’ha dato in concessione. È esposto insieme alle fotografie delle operazioni di rinvenimento”, racconta entusiasta lo speleologo che, dicono i colleghi, gira non solo Trieste ma tutto il mondo, scrivendo anche alla Nasa, per ottenere e raccogliere reperti.

Nel 1996 il Comune di Trieste ha affidato ai soci del Club alpinistico triestino e della Società adriatica di speleologia la gestione delle gallerie concedendogliele in affitto

“Si tratta di un periodo molto buio della nostra storia -continua- e poco noto, per questo abbiamo pensato di parlare di quello che accadeva attraverso una cosa viva, che la gente possa vedere, toccando con mano le sofferenze della popolazione civile”. Ma com’erano e come sono le gallerie? “Mentre la parte tedesca era ben definita, con i tunnel pitturati di bianco (ancora oggi c’è il colore originale) e i muri erano da 45 centimetri di calcestruzzo, nella parte italiana le pareti erano di 15 e non c’era l’impianto idraulico”. La differenza si percepisce chiaramente ancora oggi, con l’acqua, nelle gallerie italiane, che cola dalle pareti, tanto che si sono formate stalattiti e stalagmiti, in un ambiente molto umido che sembra una grotta più che un ricovero, esattamente come doveva sembrare allora.

Lucio Mircovich, che oggi è il responsabile di Kleine Berlin e che, come tutti volontari, guida i visitatori in un tour di due ore, racconta la storia di una giovane sarta che, grazie al suo lavoro per i tedeschi, quando le sirene suonavano, si intrufolava nelle loro gallerie. E non lo faceva solo perché non si stava accalcati come in quelle italiane, che potevano contenere fino a 1.300 persone, senza un impianto idraulico, ma anche perché “i tedeschi avevano un gabinetto di ceramica e soprattutto la carta igienica”, a quei tempi qualcosa di rarissimo.

“Lo facciamo per i giovani. A scuola studiano i movimenti degli eserciti ma non sanno quanto ha sofferto la gente durante i bombardamenti” – Maurizio Radacich

Tra le tante storie, Radacich non ne predilige una: “Mi affascinano le testimonianze orali, i diari personali, le foto, tutto quello che ci aiuta a ricostruire la vita minuta. La fila per comprare il pane, la paura di essere bombardati. I racconti negli anni possono cambiare, deformarsi, ma ci danno sempre uno spaccato della vita vissuta dalle persone”. Tra le gallerie si trovano manufatti di vario tipo: oggetti di casa, attrezzi da lavoro, articoli di giornale, registri delle fabbriche e addirittura i fumetti che leggevano i bambini, con un autarchico Tuffolino, identico in tutto e per tutto allo statunitense Topolino, che proprio perché americano fu a lungo boicottato, ma anche perfettamente imitato.

Kleine Berlin viene visitata ogni anno da circa cinquemila persone ed è tra le mete preferite delle scolaresche italiane. “Lo facciamo soprattutto per i giovani -conclude Radacich- a scuola studiano i movimenti degli eserciti, ma non sanno quanto ha sofferto la gente comune durante i bombardamenti. Nessuno pensa a quelle che vengono chiamate ‘vittime collaterali’. Basti vedere quello che succede ancora oggi nel mondo”.

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