Economia / Opinioni

Quella “visione di futuro” che sa tanto di vecchio colonialismo

I governi dei Paesi “ricchi” continuano a proteggere il monopolio delle aziende farmaceutiche, nonostante 15 milioni di morti nella pandemia, mentre riparte la corsa a nuove estrazioni fossili in Africa e Medio Oriente. Sono “riserve nostre”, rivendica ad esempio Eni, pur di non cambiare rotta. L’editoriale del direttore, Duccio Facchini

Tratto da Altreconomia 250 — Luglio/Agosto 2022
L’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, e il ministro per gli Affari energetici del Qatar, nonché presidente e amministratore delegato di QatarEnergy, Saad Sherida Al-Kaabi, celebrano l’accordo sul Gnl dello scorso 19 giugno © Archivio ENI

Stiamo andando dalla parte sbagliata e la chiamiamo “transizione”, “visione”. Peggio ancora: “futuro”. E lo stiamo facendo nonostante la dura lezione di questi ultimi due anni e mezzo. Partiamo dalla pandemia e dalle promesse di “non tornare alla normalità”. Dopo oltre 20 mesi dalla proposta di India e Sudafrica di sospendere temporaneamente i brevetti e le altre misure di proprietà intellettuale relative a vaccini, farmaci e dispositivi medici utili a contenere e combattere l’infezione da Covid-19, l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) ha raggiunto a metà giugno di quest’anno una “intesa” deludente.

“Il testo della decisione contiene una serie di chiarimenti sulle misure di salute pubbliche già esistenti e un’eccezione estremamente limitata sull’utilizzo della licenza obbligatoria contemplata solo ed esclusivamente per l’esportazione di vaccini Covid-19 da parte di Paesi considerati eleggibili e per una durata di cinque anni”, ha segnalato, tra gli altri, Medici Senza Frontiere. Nessun passo concreto è stato fatto per “ripensare e riformare il sistema dell’innovazione biomedica” e per “garantire che gli strumenti medici salvavita siano sviluppati, prodotti e forniti in modo equo e dove le norme del monopolio e del mercato non rappresentino un ostacolo all’accesso”. Gli interessi di una ristretta cerchia di multinazionali (e del ceto politico), ancora una volta, sono venuti prima delle persone. Nonostante 15 milioni di morti. 

Poi c’è l’energia, altro campo in cui la confusione tra “futuro” e “solita ricetta” si spreca. “In questo momento non bisogna temere nulla. Bisogna solo temere l’inazione”, ha detto testualmente Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, ospite -e sponsor– della “Repubblica delle idee” tenutasi a Bologna a giugno. Per Descalzi, e quindi per la multinazionale degli idrocarburi di cui siamo i principali azionisti (tramite Cassa depositi e prestiti e il ministero dell’Economia), l’inazione da temere sarebbe però quella di chi si oppone al gas e a nuovi investimenti fossili (come i rigassificatori). 

Ingenui noi che teniamo a mente l’Accordo di Parigi, il Green deal europeo, il Piano nazionale energia e clima o il pacchetto “Pronti per il 55%”. Visionari invece coloro che, dopo anni di import sfrenato di gas russo, festeggiano l’ingresso di Eni “nel più grande progetto al mondo di gas naturale liquefatto in Qatar” (19 giugno). “Si tratta di una mossa strategica per Eni -dice l’azienda- che rafforza la propria presenza in Medio Oriente ottenendo l’accesso a un produttore di Gnl leader a livello globale, con riserve di gas naturale (sic) tra le più grandi al mondo. Questa collaborazione rappresenta inoltre una tappa significativa nella strategia di diversificazione dell’azienda, che amplia il proprio portafoglio di fonti energetiche più pulite e affidabili”. È dal 2014 che le rinnovabili sono al palo in Italia e questa sarebbe la “diversificazione”? Sembra di sì, con buona pace della popolazione del Mozambico, altra terra di “diversificazione” con Algeria, Repubblica democratica del Congo, Egitto, Ruanda, Angola e altri. 

Sempre a giugno Eni ha annunciato infatti l’avvio, “in piena sicurezza”, dell’introduzione di idrocarburi nella Coral Sul, l’impianto di gas liquefatto galleggiante dal giacimento di Coral South, al largo delle coste mozambicane. “Per anni, sotto il dominio coloniale, quando i leader europei dicevano all’Africa di ‘saltare’, la nostra risposta era ‘Quanto in alto’? -ha scritto su Avvenire il 10 giugno Mohamed Adow, direttore di Power Shift Africa, think tank con sede a Nairobi-. Ora la Germania e l’Italia lavorano per riempirci di infrastrutture per i combustibili fossili, nonostante le sofferenze che causeranno”. Descalzi le ha addirittura chiamate “riserve nostre”, portandosi orgogliosamente l’indice al petto. Per carità, “con il rispetto che dobbiamo al Paese che ci ospita”. Questa sì che è visione. Coloniale.


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