Diritti / Approfondimento

Precari sul lavoro, precari in salute. Le disuguaglianze e il “caso Roma”

Il Dipartimento di epidemiologia del Lazio ha seguito per 14 anni quasi 1,5 milioni di cittadini romani, valutando l’impatto sulle donne. Il rischio di mortalità aumenta al diminuire del grado di specializzazione lavorativa. Ecco perché

Tratto da Altreconomia 229 — Settembre 2020
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Al piano superiore di un grattacielo dove ha sede una grossa azienda si trovano gli uffici dei dirigenti. Al piano di sotto siedono gli ingegneri informatici e scendendo si trovano gli addetti alla segreteria. Poi i centralinisti e via via fino ad arrivare al portiere. Man mano che si scende lungo il grattacielo, oltre a diminuire il livello nella scala gerarchica dell’azienda, la probabilità di morire tra le persone presenti aumenta. Questo grattacielo non esiste ma è la rappresentazione dei risultati di un recente studio condotto dal Dipartimento di epidemiologia del Lazio (Dep) che ha monitorato per 14 anni quasi un milione e mezzo di residenti della città di Roma in età lavorativa. Secondo i risultati, i disoccupati e i lavoratori meno qualificati hanno una probabilità più alta di morire di tumori, malattie cardiache o incidenti rispetto a chi è occupato e a chi ricopre una posizione lavorativa più elevata. “Il lavoro rappresenta il capitale sociale ed economico delle persone. Garantisce relazioni sociali, potere e prestigio che a loro volta influenzano la salute degli individui”, spiega ad Altreconomia Lorenzo Paglione, medico al dipartimento di prevenzione dell’ASL Roma 1 e primo autore dello studio.

33% le donne disoccupate hanno il 33% di rischio in più di morire per un tumore

I cittadini che vivono in condizioni di svantaggio sociale, oltre ad avere minori opportunità di raggiungere un buon livello di istruzione, una buona occupazione e uno stipendio degno, sono anche quelli che si ammalano di più, guariscono di meno e muoiono prima. Queste differenze sono chiamate disuguaglianze di salute e sono state considerate dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) come sistematiche, ingiuste ed evitabili. Secondo l’Oms, sono causate dalle condizioni in cui le persone nascono, crescono, vivono, lavorano e invecchiano. Queste condizioni a loro volta sono determinate dall’iniqua distribuzione di denaro, potere e risorse a livello globale, nazionale e locale. Michael Marmot, professore di epidemiologia alla University College di Londra, è stato uno dei primi a mettere in luce la relazione tra status socioeconomico e salute. Nei celebri studi condotti tra migliaia di funzionari pubblici inglesi, l’epidemiologo ha dimostrato l’esistenza del cosiddetto gradiente sociale in grado di determinare la possibilità di vivere o meno in salute. Dal gradino più basso della piramide sociale all’aumentare della posizione socioeconomica diminuisce il rischio di ammalarsi e morire. Questo fenomeno è stato osservato anche nello studio del Dep.

450mila sono le persone che si sono rivolte ai centri della Caritas da marzo a maggio 2020 nei mesi dell’emergenza sanitaria causata da Covid-19

Rispetto alle lavoratrici, le donne senza occupazione hanno il 49% in più di rischio di morire per qualsiasi causa, il 33% in più per tumore e l’81% in più per malattie cardiovascolari. Tra gli uomini il rischio è rispettivamente del 99%, del 69% e del 87% in più. Ma le disuguaglianze di salute  non rappresentano solo una differenza tra chi lavora e chi no. Sono presenti anche tra i lavoratori e seguono una determinata gerarchia sociale, in particolare tra gli uomini. Ad esempio rispetto a ingegneri e chirurghi -lavoratori non manuali a elevata specializzazione- i ragionieri -a media specializzazione- hanno il 23% di rischio di mortalità in più che sale al 28% tra chi ha bassa qualifica. Il dato aumenta tra i lavoratori manuali: quelli ad alta qualifica, come i muratori, hanno il 54% in più di rischio di mortalità. Scendendo verso l’ultimo gradino della scala gerarchica lavorativa, tra i lavoratori manuali non specializzati come facchini e braccianti, il rischio sale al 68%. Anche tra le donne è presente questo gradiente ma le differenze sono meno pronunciate: “Una possibile spiegazione è data dal fatto che tra gli uomini sono presenti forti disuguaglianze nell’adozione di stili di vita sani per cui chi ha un basso status socioeconomico rischia maggiormente di assumere comportamenti insalubri come avere un’alimentazione cattiva”, spiega Paglione. “Alcuni studiosi suggeriscono che gli uomini sono più influenzati dall’importanza della posizione lavorativa ricoperta e dal prestigio sociale che ne deriva”.

Nei suoi studi Marmot ha osservato che non è solo il reddito a influenzare il livello di salute ma anche quello che una persona percepisce di poter fare con quanto possiede. Secondo l’epidemiologo tutto può contribuire alla sensazione di non avere il controllo della propria vita: la difficoltà a pagare le bollette, le pressioni sul posto di lavoro, le richieste del padrone di casa per l’affitto mensile o il partner che viene licenziato. Più bassa è la posizione di potere e responsabilità, minore è la sensazione di controllo. Questo, secondo i ricercatori del Dep, potrebbe spiegare le forti disuguaglianze di salute emerse nel loro studio tra chi non lavora rispetto a chi ha un’occupazione. I disoccupati o le casalinghe dipendono economicamente da altri membri della famiglia e la mancanza di controllo sulla loro vita è fonte di stress e causa di malattie cardiovascolari o tumori. L’emergenza causata dal Covid-19 potrebbe peggiorare la situazione. Una recente analisi della Banca d’Italia ha evidenziato che per metà dei nuclei familiari il reddito è diminuito come conseguenza della pandemia. Più della metà dei lavoratori a termine e dei disoccupati dichiara di avere risorse sufficienti a coprire le spese essenziali per meno di tre mesi. La Caritas ha segnalato un aumento dei problemi legati alla perdita del lavoro e delle fonti di reddito. Durante la pandemia si sono rivolti ai centri Caritas prevalentemente disoccupati, lavoratori precari, irregolari, autonomi in attesa di cassa integrazione e casalinghe.

Secondo l’epidemiologo Marmot non è solo il reddito a influenzare il livello di salute ma anche quello che una persona percepisce di poter fare con quanto possiede

“Da marzo a maggio quasi 450mila persone si sono rivolte ai nostri centri. Di queste il 34% sono ‘nuovi poveri’, cioè persone che per la prima volta si sono rivolte a noi”, racconta ad Altreconomia Nunzia De Capite, sociologa della Caritas Italiana e membro del Forum Disuguaglianze Diversità. Secondo Marmot, per ridurre le disuguaglianze di salute bisogna adottare interventi che permettano di fare entrare più persone nel mondo del lavoro e aumentino i redditi dei lavoratori più poveri. “La questione non è solo la mancanza di lavoro. Negli ultimi anni il dibattito attorno al reddito di cittadinanza è stato ridotto all’equazione povertà uguale assenza di lavoro. Ma esistono anche i lavoratori poveri, persone con un’occupazione che non riescono a raggiungere un reddito sufficiente”, continua De Capite. Fino al 2017 l’Italia era, insieme alla Grecia, l’unico Paese europeo a non avere alcuna forma di reddito minimo. Con il reddito di inclusione (Rei) prima e il reddito di cittadinanza (Rdc) poi, si è dotato di misure a sostegno del reddito e contrasto alla povertà. Per De Capite è una base da cui partire: “Anche se tengono fuori una parte di popolazione, questi interventi permettono alle persone di sostenere spese essenziali come quelle per la salute, tra le prime voci ad essere tagliate in caso di riduzione della capacità di spesa”. Il passaggio dal Rei al Rdc ha permesso di ampliare la platea di persone aiutate -da 1,3 a 2,8 milioni- ma la gestione di questa misura è stata centralizzata. Il Rei prevedeva infatti una presa in carico a livello locale: la persona faceva domanda al Comune per poi essere convocata e orientata dai servizi territoriali. Col Rdc le persone fanno direttamente domanda all’Inps senza passare dal Comune.

Un problema che secondo De Capite lascia chi riceve il sussidio senza un accompagnamento: “A molti non basta ricevere solo il sostegno economico. Per questo è necessario rafforzare un coordinamento territoriale che garantisca ai beneficiari di raggiungere una propria autonomia e permetta, ad esempio, di gestire il budget mensile o di destinare parte delle spese alla prevenzione”. In questo quadro il Servizio sanitario nazionale, secondo i ricercatori del Dep, può avere un ruolo e riacquistare centralità potenziando gli ambiti della prevenzione e della promozione della salute, l’integrazione sociosanitaria e la medicina di comunità. Come avvenuto durante la pandemia, si riafferma l’importanza del territorio e delle comunità come strumento per raggiungere le categorie più fragili. “Parafrasando Marmot -conclude Lorenzo Paglione- per ridurre le disuguaglianze occorre redistribuire ‘potere’ alle persone, cioè la capacità di agire e realizzarsi all’interno della società”.

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