Ambiente / Attualità

I popoli indigeni sono l’alleato migliore per salvare il clima

I grandi polmoni verdi del pianeta assorbono il 25% dei gas serra. L’azione quotidiana delle popolazioni che vivono nelle foreste pluviali è uno degli strumenti più economici ed efficaci per preservarle

Tratto da Altreconomia 195 — Luglio/Agosto 2017

Quando nasce un bambino tra gli indigeni Orang Rimba, nell’isola di Sumatra in Indonesia, il suo cordone ombelicale viene seppellito nel ricco terreno della foresta e un albero viene piantato in quel punto. Attraverso questo rituale ogni individuo instaura un legame profondo con il suo albero che proteggerà per tutta la vita per evitarne l’abbattimento o la caduta: tagliare un albero della nascita equivale a togliere la vita.

Non solo per gli indigeni, ma per tutti gli abitanti della terra, difendere le foreste sta diventando questione di vita o di morte. Il loro ruolo è fondamentale nella lotta al cambiamento climatico, non solo perché secondo l’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc, www.ipcc.ch), il gruppo di scienziati internazionali che studia il cambiamento climatico in seno all’ONU, attualmente assorbono il 25 per cento delle emissioni provenienti dalle attività umane, ma anche perché sono un fattore chiave nel ciclo dell’acqua, della conservazione del suolo e della protezione dell’ambiente. I custodi di questa ricchezza sono i popoli indigeni, che contemporaneamente sono anche i più esposti ai cambiamenti climatici rispetto a qualsiasi altro popolo al mondo. Abitano le regioni della Terra dove il loro impatto è maggiore, dall’Artico alle Ande all’Amazzonia, dalle isole dell’Oceano Pacifico alle coste canadesi, e dipendono in larga parte, o esclusivamente, dall’ambiente che li circonda per il loro sostentamento e la loro cultura.

A Sumatra gli alberi del Parco Nazionale Bukit Tigapuluh sono la prova che gli indigeni vivono in equilibrio con la foresta. Orang Rimba nel linguaggio bahasa significa proprio “popolo della foresta” e si riferisce alla comunità che vive nella provincia Jambi nella zona centrale dell’isola. La foresta è la casa dove vivono da generazioni cacciando, raccogliendo frutti e coltivando. Ma oggi solo una parte di loro può vivere lì. Survival International (www.survival.it), il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni, ha recentemente documentato le condizioni in cui vivono questi popoli. Tutto intorno al Parco, circa 128mila ettari che il governo gli ha riconosciuto, gli alberi stanno rapidamente sparendo e il nuovo paesaggio, trasformato da foresta in migliaia di ettari di piantagioni di palma da olio, ha lasciato molti aborigeni senza casa.

Il Global Forest Watch (www.globalforestwatch.org), il progetto di monitoraggio delle foreste nel mondo del World Resources Institute (www.wri.org), intrecciando i dati dell’Università del Maryland, di Google e della Nasa, ha calcolato che dal 2001 al 2015 nella sola isola di Sumatra si siano persi quasi 36mila chilometri quadrati di alberi, una superficie superiore a quella di Belgio e Lussemburgo. Tutto il mondo sta perdendo questi grandi “catturatori” di anidride carbonica. La deforestazione, per l’Ipcc, è una delle cause più importanti dell’incremento delle emissioni di CO2. Le principali foreste pluviali -l’Amazzonia, la foresta del Congo e quella nel Sud-Est asiatico- hanno ridotto di migliaia di ettari la loro estensione. Nel “Global Forest Resources Assessment” del 2016 la Fao, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’agricoltura e il cibo, ha calcolato che il mondo ha perso 129 milioni di ettari di foreste (il 3,1 per cento) nel periodo compreso tra il 1990 e il 2015 .

Donne di etnia Mbororo, un popolo nomade che vive nel Shael © Afpat

Proteggere queste terre e chi le abita può essere uno dei metodi più efficaci, efficienti ed economici per combattere la deforestazione e contrastare gli effetti del cambiamento climatico. Survival international nel report “Parks Need People” definisce gli indigeni “i migliori conservazionisti” perché la stragrande maggioranza dei 200 luoghi a più alta biodiversità sono terra indigena, tra il 75 e l’80% di quella mondiale.

I popoli tribali hanno sviluppato stili di vita sostenibili, adatti alle terre che abitano e hanno contribuito direttamente all’altissima diversità di specie che li circonda, a volte nel corso di millenni. Come nel caso degli Awà del Brasile che non cacciano alcune specie per mantenere l’equilibrio dell’ecosistema. Oppure degli abitanti Baiga, nel villaggio dei Dhaba, nell’India centrale, che hanno salvato 600 ettari di foresta che il Dipartimento Forestale stava abbattendo per via di un parassita. Attraverso semplici regole come il divieto di usare asce per tagliare gli alberi o fumare dentro la foresta i Baiga hanno trasformato l’area in una foresta con disponibilità di acqua perenne.

Ma l’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn) ha lanciato un allarme: la biodiversità è in una fase di crisi. Almeno 20mila specie di piante e animali rischiano di sparire dalla Terra a causa di distruzione degli habitat naturali, sfruttamento commerciale dei terreni, inquinamento e cambiamento climatico. Nel rapporto “The Indigenous World 2016”, il Gruppo di lavoro Internazionale per gli Affari dei popoli Indigeni (Iwgia), ha rivelato che le popolazioni indigene vivono in condizioni di estrema povertà a “causa della mancanza di un riconoscimento formale delle terre indigene”.

Tra i più poveri dei più poveri chi subisce maggiormente le conseguenze di questa situazione sono le donne. “Essere una donna indigena significa subire l’effetto doppio del cambiamento climatico”, ha spiegato ad Altreconomia Hindou Oumarou Ibrahim, , una comunità pastorale nomade che vive nella zona del Sahel in Chad. Per vivere il suo popolo dipende dall’ecosistema del lago Ciad, bacino idrico che sta scomparendo: “Le donne devono provvedere al nutrimento dell’intera comunità: devono recuperare il latte, la legna per cucinare e l’acqua. La siccità e le alluvioni, che sono sempre più frequenti con il cambiamento climatico, rendono l’accesso alle risorse sempre più difficile”.

Una ragazza Baiga, popolo indigeno dell’India centrale © Survival

Come divulgatrici della conoscenza tradizionale, le donne indigene sentono la minaccia della scomparsa del loro patrimonio di saperi: “Con il peggiorare delle condizioni atmosferiche i bambini sono costretti a aiutare le donne nei loro compiti e gli uomini ad allontanarsi per cercare altre fonti di sostentamento. L’isolamento delle donne e dei bambini peggiora le condizioni di vita e non garantisce un futuro alla nostra comunità”. Per questo per Hindou Ibrahim “la conoscenza tradizionale di questi popoli, il suo riconoscimento a livello internazionale come mezzo di contrasto ai cambiamenti climatici è profondamente legata al riconoscimento dei diritti dei popoli indigeni”.

L’importanza di questa fonte di saperi per la conservazione dell’ecosistema è stata riconosciuta dallo stesso comitato di scienziati sul cambiamento climatico, l’Ipcc, che ha espresso la necessità di coinvolgere direttamente queste popolazioni nell’implementazione delle misure di mitigazione dell’Accordo di Parigi sul clima. La principale causa dell’allontanamento anche forzato degli indigeni dalle loro terre è l’agricoltura di larga scala, spesso destinata all’esportazione. La Fao ha sottolineato quanto questo fenomeno riguardi soprattutto i Paesi in via di sviluppo: è lì che finiscono i maggiori investimenti in agricoltura, ma non solo per colture alimentari strategiche al contrasto della mancanza di cibo. Fortissima è l’espansione di palma da olio e canna da zucchero usati come biocarburante. Qui nasce il paradosso del mondo industrializzato: correre ai ripari per attenuare le emissioni da fonti fossili e distruggere sistemi naturali in grado di attenuare gli effetti dei cambiamenti climatici e i popoli che li custodiscono.

I dati del Land Matrix (www.landmatrix.org), il più grande database di accordi su acquisizioni di terra, confermano questa tendenza: il 59 per cento di tutta la terra acquisita nel mondo, inclusi i pascoli e le zone boschive, è terra sottratta ai popoli tribali. Gli investimenti arrivano dai Paesi più industrializzati: quelli europei hanno firmato contratti per l’acquisto di terre pari a 7,3 milioni di ettari, e fanno della regione il più grande investitore nell’accaparramento di terre (land grabbing). Per Hindou e gli indigeni del Sud e del Nord del mondo il coinvolgimento ai tavoli della conferenza mondiale delle Nazione Unite sui cambiamenti climatici (Ufnccc) è importante, ma non basta: “La sfida è quella di riuscire a trasmettere il lavoro che facciamo all’interno dell’Onu a livello nazionale e fare pressioni sui governi locali: da lì viene la vera minaccia al nostro modello di vita”.

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