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Pnrr, questo “misterioso”. Il monitoraggio dei progetti finanziati è un miraggio

© Minator Yang - Unsplash

Una ricerca di “Common” (Gruppo Abele e Libera) denuncia la scarsa trasparenza nell’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza. A seconda dei portali che si consultano cambia il numero di progetti finanziati e i siti dei Comuni non hanno informazioni accessibili. Così il rischio di infiltrazioni da parte delle mafie aumenta

“Prima volevamo intitolare la nostra ricerca ‘Pnrr questo sconosciuto’ ma ci siamo resi conto che non è mai stato ‘conoscibile’, poi ‘il Pnrr perduto’ ma nuovamente non so se qualcuno l’abbia mai trovato. Insomma resta un Piano misterioso”. Leonardo Ferrante, coordinatore di Common, un progetto del Gruppo Abele e di Libera contro le mafie che si occupa di prevenzione alla corruzione, commenta con amarezza i primi risultati di un’indagine partecipata svolta sull’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Quando a inizio ottobre Giorgia Meloni ha dichiarato che i ritardi nell’attuazione del Pnrr erano “evidenti”, il presidente del Consiglio uscente Mario Draghi è subito corso in difesa dell’operato del suo governo sottolineando che “21 obiettivi erano già stati conseguiti e che [se ci fossero rallentamenti] la Commissione europea non verserebbe i soldi”. “Ma nessuno ha alzato la mano chiedendo come questi soldi vengono spesi -osserva spiega Ferrante-. Salvo le macro-voci di spesa, scoprire quali progetti vengono finanziati è praticamente impossibile”. 

In occasione della tre giorni della Scuola Common che si è svolta dal 13 al 16 ottobre a Torino, con l’obiettivo di far incontrare le diverse comunità monitoranti presenti in Italia, sono stati presentati i primi dati del monitoraggio, svolto con il contributo di 120 attivisti e attiviste su tutto il territorio nazionale, che fotografano una situazione paradossale. La domanda a cui rispondere era “dov’è il Pnrr vicino a casa?” con il duplice obiettivo di capire quanto i dati fossero accessibili a un cittadino comune, e quanto a coloro che hanno le competenze “tecniche” per sapere muoversi all’interno dei siti web delle pubbliche amministrazioni. Italia Domani dovrebbe essere il sito in cui il governo dà conto ai suoi cittadini dello stato di avanzamento del Piano. Ma rispetto ai dati di territorializzazione e di dettaglio sui progetti è aggiornato al 31 dicembre 2021. Mappa 5.246 progetti ma è difficile “leggere” i dati perché non c’è un cruscotto navigabile e di facile accesso. “Quel sito dovrebbe essere la risposta alle nostre richieste di trasparenza -spiega Ferrante-. Ma è paradossale: c’è tanta narrativa ma poca sostanza. Davvero, nel 2022, analizzando il piano di investimenti più importante dopo il piano Marshall seguito alla Seconda guerra mondiale quello che viene proposto sono dei video emozionali?”. 

Ma le “sorprese” continuano. Il portale ReGis, il sistema gestionale unico del Pnrr, è la piattaforma di trasparenza promessa per monitorare l’attività delle amministrazioni centrali, territoriali e le strutture coinvolte nell’attuazione. Ma non è accessibile liberamente alla cittadinanza. Inoltre alla voce “Ufficio III”, ovvero quel servizio, che si dovrebbe specificamente occupare di monitoraggio non compare il nome del dirigente e dei relativi contatti. Il paradosso però si raggiunge nel terzo “contenitore” di informazioni: il portale OpenCup dovrebbe “registrare i progetti finanziati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e indicare i relativi target di previsione associati”. Non esiste però un “etichetta” ad hoc che si assegna ai progetti del Piano scoprire quali siano. Serve digitare “Pnrr” per arrivare ai 1232 progetti che hanno nel titolo o nella descrizione del progetto la parola. Di questi 833 fanno riferimento al 2022 e non compaiono su Italia Domani che è aggiornato al 31 dicembre 2021 ma anche i restanti 399 presenti su Open Cup e riferiti al 2021, non si trovano. La stessa OpenCup ha un set di dati che dichiara 98.541 codici unici di progetto che afferiscono al Pnrr: ma gli stessi gestori del portale non sanno esattamente come leggere questa informazione. Il confronto con Italia Domani è nuovamente sorprendente. Dei 5.246 progetti presenti su Italia Domani solo 4.299 compaiono anche su OpenCup, 947 non hanno alcuna corrispondenza e solo 1 compare nel set di dati citato poco fa. “Uno storico progetto di Olbia”, commenta amaramente Ferrante che non sa spiegare (e spiegarsi) questi dati.

Infine Anac, il portale dei contratti pubblici, avrebbe dovuto subire degli interventi di rafforzamento ma per ora “la meta sembra lontanissima” secondo il report di Common. Non c’è alcun dataset specifico nella sezione dedicata appunto agli “archivi di dati”. Indicando invece Pnrr nell’oggetto dell’appalto, compaiono 8480 procedure afferenti a 3540 stazioni appaltanti. Non si sa però se siano tutti perché la stessa Anac, in incontri pubblici, ha dichiarato di non aver messo online tutti i progetti. “Quando si parla di trasparenza è un on/off: o ci sono tutti i dati o averne solo alcuni ci lascia comunque nell’incertezza”, commenta Ferrante. 

La Scuola Common si è svolta a Torino tra il 13 e il 16 ottobre 2022 © Common – Comunità monitoranti

Rispondere alla domanda “Dove sta il Pnrr vicino a casa?” è ad oggi impossibile. “Difficilmente una cosa che nasce in un modo può trasformarsi in corso d’opera: oggi aprire questa scatola nera presenta difficoltà gigantesche -sottolinea Ferrante-. Fin dall’inizio, diverse associazioni della società civile, avevano preteso forme snelle di monitoraggio civico e soprattutto il riconoscimento formale e anche economico di tali forme di vigilanza all’interno della governance di monitoraggio di tutto il Piano. Non siamo stati neanche incontrati”. Come raccontato su Altreconomia in tutta Italia cittadini e cittadine hanno unito le forze per sviluppare dei meccanismi di monitoraggio dal “basso” per chiedere conto alle istituzioni del loro operato. La stessa Common è partner di Libenter, una rete trasversale che unisce diversi soggetti (dal mondo accademico alle associazioni del terzo settore) nata nel maggio 2021 proprio con funzione di controllo sull’attuazione del Pnrr.

Scendendo di un “gradino” e andando a mappare cosa succede a livello locale analizzando i 109 capoluoghi di provincia italiani. Solo il 16,5% hanno, nelle pagine principali dei loro siti, un qualunque riferimento al Pnrr. È necessario digitare la sigla del Piano nella barra di ricerca e, in quel caso, nel 94,5% dei casi compaiono informazioni. Ma i risultati riguardano determine di appalti, documenti, che rendono “praticamente inaccessibile, salvo un enorme lavoro, la conoscenza di quali siano i progetti che si stanno realizzando ‘dietro a casa’”, osservano da Common. “I dati sulla territorializzazione sono fondamentali perché è solo studiando l’impatto che i progetti hanno sui territori che si capisce come sta funzionando il Pnrr”, sottolinea Ferrante. Anche i giornalisti locali sono disattenti: il racconto dei media locali infatti “aumenta la confusione”. Le comunità monitoranti hanno ricercato su quattro fonti giornalistiche (con picchi di 15) e nel 67% dei casi i “toni” usati dalle fonti giornalistiche sono considerati neutri, il 43% “entusiasti” e solo nel 16,5% si esprime una critica alle istituzioni rispetto all’approccio al Pnrr. 

Durante la scuola Common il giornalista Giulio Rubini di Irpi media, invece, ha sottolineato come il problema sia alla testa. Già la struttura generale di tutti i Pnrr, quindi la pianificazione all’origine, è stata gestita da pochissime persone, condizionate da forti interessi economici. E a cascata tale assenza di co-programmazione è ricaduta su tutti i Paesi che hanno a loro volta adottato il Piano. “Ma se il pesce puzza dalla testa, si sfiletta dalla coda. Serve partire dalla fine, ossia dal basso, per aumentare la consapevolezza rispetto al Piano e, purtroppo, alla scarsa disponibilità di dati. -osserva Ferrante-. Io penso che il Pnrr sia il modo per evitare la Troika che abbiamo visto che effetti ha avuto sulla Grecia. Se il Piano non porterà ai risultati sperati, come reagirà l’Europa nei confronti dell’Italia? Dobbiamo chiedercelo e pretendere più trasparenza dall’esecutivo”. Il rischio secondo l’analista di Common riguarda poi la “privatizzazione” dei soldi previsti dal Pnrr. Un esempio su tutti è Invitalia Spa che, nel luglio 2022, comunicava sul sito la “collaborazione con le principali Amministrazioni centrali e locali nel pianificare e attuare gli interventi strategici per l’Italia del domani”. “È noto che i comuni spesso non hanno le competenze per gestire così tanti fondi mentre la criminalità organizzata invece li ha -conclude Ferrante-. Demandare al ‘privato’ il mandato di attuare il Piano rende ancora tutto meno trasparente e quindi controllabile: se un’azienda è quotata in borsa è impossibile pretendere piena accountability ed esercitare l’accesso civico, lo strumento fondamentale per chiedere conto alle amministrazioni del loro operato. Non possiamo permettercelo. Se lo Stato non ha competenze (o più spesso non riesce a organizzarle) per gestire così tanti fondi, la criminalità organizzata invece li può facilmente acquisire da professionisti compiacenti, non avendo problemi di spesa. Sono segnali che non possono non agitare. Come ci immaginiamo l’Italia del 2026, quando il Pnrr finirà?”

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