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La partita della plastica, in Europa e in Italia: da chi punta sul riciclo a chi lavora per la riduzione a monte

Mentre 100 partner pubblici e privati della filiera della plastica europea sottoscrivono la “Circular Plastics Alliance” puntando sul mercato della plastica riciclata, in Italia si discute la bozza di Decreto legge che potrebbe agevolare le botteghe di prodotti sfusi e alla spina. Due approcci diversi per affrontare il problema della plastica e della produzione di rifiuti

@bareware.ch

“Rendere la plastica più circolare ridurrà l’inquinamento della plastica”. L’Unione europea ha una strategia per non liberarsi dalla plastica: renderla riciclabile. Mentre scriviamo, un centinaio di partner pubblici e privati che rappresentano l’intera filiera della plastica stanno firmando la dichiarazione della “Circular Plastics Alliance”, un’alleanza -proposta già nel dicembre 2018 dalla Commissione europea- che si sta finalmente impegnando per promuovere “azioni volontarie per il buon funzionamento del mercato dell’Unione europea nel settore della plastica riciclata”.
L’obiettivo -fissato dalla Commissione europea nella sua strategia per la plastica del 2018- è arrivare entro il 2025 a 10 milioni di tonnellate di plastica riciclata utilizzata ogni anno per fabbricare nuovi prodotti in Europa, con un aumento del mercato della plastica riciclata di oltre il 150%. “Grazie al riciclaggio efficiente ripuliremo il Pianeta e combatteremo i cambiamenti climatici sostituendo i combustibili fossili con i rifiuti di plastica nel ciclo di produzione”, ha dichiarato oggi Frans Timmermans, primo vicepresidente responsabile per lo Sviluppo sostenibile.
Al momento -è la stessa Unione a dirlo- “il potenziale di riciclaggio dei rifiuti di plastica (in Europa) è ancora ampiamente inutilizzato”: degli oltre 27 milioni di tonnellate di rifiuti plastici raccolti ogni anno in Europa, meno di un terzo è inviato agli impianti di riciclaggio. Nel 2016 in Europa sono stati venduti meno di 4 milioni di tonnellate di plastica riciclata, appena l’8% del mercato dell’intera Unione.

Mentre in Europa la (ancora) fiorente industria della plastica propone “una transizione verso l’eliminazione totale dei rifiuti di plastica in natura e l’abbandono della messa in discarica” che passi da una migliore progettazione dei prodotti, dall’aumento della raccolta, la selezione e il riciclaggio dei rifiuti, dalla creazione di un “programma di ricerca e sviluppo per la plastica circolare”, e da un migliore sistema di monitoraggio dei rifiuti, in Italia c’è anche chi si sta ponendo il problema di ridurre la plastica -e i rifiuti in generale- a monte.
Pierpaolo Corradini, insieme alla moglie, ha aperto da tre anni a Pisa la bottega dello sfuso “Bio al sacco”. “‘Sfuso, biologico e a filiera corta’ è lo slogan del nostro negozio”, racconta. “Quando è possibile mettiamo in pratica questi tre concetti, rifornendoci dal forno e dal campo più vicino”. Per altri prodotti -come le spezie o la quinoa, che non cresce bene in Italia- “Bio al sacco” si rivolge invece a fornitori equosolidali.

La recente bozza di Decreto legge “Misure urgenti per il contrasto dei cambiamenti climatici e la promozione dell’economia verde”, dopo la qualità dell’aria e la tutela degli ecosistemi, dedica un terzo capitolo all’economia circolare, dove compaiono anche i prodotti sfusi e alla spina.
L’articolo 11, “al fine di ridurre la produzione di imballaggi per i beni alimentari e prodotti detergenti, per gli anni 2020, 2021 e 2022” riconosce un contributo “pari al 20 per cento del costo di acquisto di prodotti sfusi e alla spina, privi di imballaggi primari o secondari”. Per gli “esercenti di attività commerciali che acquistano i beni”, il contributo sarebbe sotto forma di credito d’imposta (fino a un massimo di 10mila euro a beneficiario); per gli acquirenti sarebbe invece corrisposto con uno sconto sul prezzo di vendita. E la bozza del Decreto -poi parzialmente arenata- prevederebbe anche un contributo “pari al 20 per cento del costo di acquisto delle attrezzature per l’erogazione di prodotti sfusi e alla spina” per sostenere l’apertura di nuove botteghe o l’allargamento di quelle esistenti.

Secondo Pierpaolo la bozza del Decreto “è una proposta ancora vaga” per essere giudicata seriamente, ma la “Rete botteghe sfuse” -di cui “Bio al sacco” fa parte con altre 23 realtà in tutta Italia- l’ha accolta con interesse. “Dovremo vedere le evoluzioni e capire bene come funzionerà. La bozza sembra riservare sconti ai venditori dei prodotti sfusi e ai consumatori. Ma noi botteghe dello sfuso siamo nel mezzo: siamo acquirenti (dai produttori, ndr) o venditori (ai consumatori finali, ndr)?”, osserva.
Nessuno li ha interpellati nella fase di stesura del testo, ma la “Rete botteghe sfuse” si sta organizzando anche per avere un maggiore peso politico. “Nel 2017 eravamo in quattro negozi; piano piano abbiamo proposto ad altri di entrare a far parte della rete e stiamo crescendo”, dice Pierpaolo. La loro caratteristica fondamentale è l’indipendenza: nella rete non c’è nessun franchising. “Siamo piccoli e tutti con nomi diversi: una piccola distribuzione organizzata”. Chi aderisce vende almeno il 70% di prodotti sfusi, da almeno due anni.

Un primo risultato lo stanno ottenendo relazionandosi in modo unitario con i fornitori che hanno in comune, per esempio per chiedere una riduzione degli imballaggi in plastica che avvolgono i prodotti che arrivano nelle loro botteghe. “Tra i primi produttori si sono resi disponibili a una conversione ecologica ci sono la pasticceria Manzi di Lecco, che ora fa le confezioni in carta; Biolù di Lucca, che ritira le taniche dei cosmetici e detersivi; o Gusto Vivo di Faenza (Ravenna), che è passato dalla plastica alla carta o alle pellicole di mais”. E in quest’ultimo caso, i contatti per trovare nuovi materiali meno impattanti sono venuti proprio dalla rete.
Un gruppo che si attiverà all’unisono anche in occasione della prossima settimana europea per la riduzione dei rifiuti, dal 16 al 24 novembre.

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