Diritti / Intervista

Il movimento per i diritti sul lavoro che sta scuotendo l’Albania

Nata dal basso e senza leader, Organizata Politike è la novità della politica albanese. Con scioperi e manifestazioni si batte contro lo sfruttamento dei lavoratori insieme ai sindacati indipendenti. Vuole fare rete e creare coscienza critica al di là del governo

Tratto da Altreconomia 232 — Dicembre 2020
Redi Muçi, docente presso la facoltà di Geologia del Politecnico di Tirana, è una delle voci del movimento Organizata Politike. La sua organizzazione è orizzontale ed è articolata in assemblee e votazioni collettive © Redi Muci

“La vicenda dell’insurrezione degli studenti universitari nel 1990, per noi, come per tutto il Paese, è sempre un esempio molto forte, importante. Ma oggi il contesto è profondamente differente. Era un confronto diretto: gli studenti contro il potere e il potere era impaurito, trattava, aveva negli occhi le immagini di Ceausescu giustiziato in Romania. Oggi tra la società civile e la politica esiste un livello intermedio: i tycoon dell’economia, che detengono le leve del potere economico e dei media. La politica è un passo indietro. I cittadini, invece, a tutti i livelli, hanno gli stessi problemi: siamo tutti senza tutele sociali”. Redi Muçi, docente presso la facoltà di Geologia del Politecnico di Tirana, è una delle voci del movimento che sta scuotendo lo scenario asfittico della politica in Albania. Si chiama Organizata Politike e, 30 anni dopo i moti del 1990 che innescarono la caduta del regime albanese, al potere dal 1945, è una delle poche novità di un contesto ancora fermo alla dicotomia socialisti-democratici. “Nel 2011 il mondo bruciava di voglia di cambiamento. In Albania, per la prima volta dal caos del 1997, si scendeva in piazza. All’epoca all’opposizione c’erano i socialisti ma in tanti non erano là per loro, erano là da soli. Con la propria rabbia. Nacquero dei contatti, delle relazioni, tra persone che non sapevano come organizzare politicamente questa rabbia. Qualche anno dopo, nel 2014, nuove dimostrazioni furono represse dalla polizia, ci furono vittime. Per l’opinione pubblica fu sconvolgente e molti di noi, che erano in contatto, si decisero a prendere un’iniziativa. Così è nato un movimento, a vocazione progressista. Di sinistra, senza dubbio”.

Parlare di sinistra, in Albania, non è facile. Il regime di Enver Hoxha, dal 1945 agli anni Novanta, è stato il più chiuso e duro del blocco orientale. “Non è stato facile, per noi, ragionare in termini di sinistra con le persone. Io sono nato pochi mesi dopo la morte di Enver Hoxha, da una famiglia della middle class del regime, non vivevamo male. Ero scisso tra la narrazione che avevo del passato in casa e quella che c’era nella società. Mi sentivo anarchico ma alla fine, negli anni dell’università, ci siamo confrontati con tanti della mia generazione che pensavano in fondo la stessa cosa: un conto è il regime, un altro le idee. E vedevamo tutto crollare attorno a noi, vedevamo la crisi del capitalismo che mostrava il volto feroce delle disuguaglianze. Ci siamo organizzati su Facebook, abbiamo iniziato a incontrarci. Oggi siamo un gruppo di 50 attivisti, più tutti i contatti locali, a Tirana e nel resto del Paese”.

Visto dal di fuori, nonostante la visibilità e i risultati, Organizata Politike potrebbe sembrare un’organizzazione delle élite urbane, sconnesse con il resto del Paese. “Questo rischio esiste, certo -spiega Redi- ma ne eravamo consapevoli e fin dall’inizio abbiamo messo le nostre idee in ascolto: andare nelle comunità, dire loro che quello che sappiamo fare è al loro servizio, che non abbiamo verità scolpite da difendere, ma capacità da mettere in rete, tutti assieme, per creare dei movimenti sociali dal basso che hanno lo stesso nemico: lo sfruttamento dei lavoratori”.

Ed è così che, giorno dopo giorno, Organizata Politike è stata al fianco di nascenti sindacati indipendenti di settore: i minatori del carbone, gli operai delle raffinerie, gli insegnati del settore pubblico, i call center e le aziende in sub-appalto del manifatturiero che lavorano quasi tutte per committenti italiani. Scioperi, manifestazioni, supportati da una comunicazione vincente e molto attenta ai social network. “La battaglia per noi è questa: aiutare i lavoratori a prendere coscienza della loro forza, creare e condividere piattaforme che non parlano di ideologie ma del costo degli affitti a Tirana, dei salari da fame, dei tagli a sanità e scuola. In Albania non ci sono mai state vere organizzazioni della società civile perché questo popolo è passato dall’Impero Ottomano all’occupazione italiana, poi al regime comunista e infine a un turbo-capitalismo violento senza che si radicasse una coscienza critica. Da cento anni il lavoro è legato alla benevolenza del potente di turno e oggi è ancora così perché chi vince le elezioni tra i due partiti dà o toglie posti di lavoro. È questa la nostra battaglia, disseminare coscienza dei diritti al di là del governo. Per ora non ci interessa essere un partito”. Intanto nel 2018, per le manifestazioni contro la riforma della scuola, sono state 20mila le persone che hanno risposto all’appello di Organizata Politike.

Per molte di queste persone, per anni, Edi Rama (l’attuale premier albanese, molto mediatico e molto amato in Italia) è stato un punto di riferimento. Oggi non lo è più. “Ricordo, nel 2014, Rama in tv in Italia con Renzi che invitava gli imprenditori italiani a investire in Albania. E affermava trionfante ‘da noi non ci sono i sindacati!’. Ecco, Rama ha tentato una sorta di terza via alla Tony Blair, oltre destra e sinistra. Ma le vittorie di Rama oggi si spiegano solo con il legame con gli oligarchi, come quello delle costruzioni edili. L’Albania è un eterno cantiere, Rama garantisce affari d’oro -come con la distruzione del vecchio stadio della capitale e del vecchio Teatro Nazionale- ai palazzinari e quel settore è uno dei principali snodi del riciclaggio di denaro nel Paese. Vince per quello e perché l’opposizione è impresentabile. Quando il governo Rama è stato sfiorato dagli scandali legati al traffico internazionale di marijuana, l’opposizione non aveva alcuna credibilità o alternativa da proporre. Ma come dicevo prima, in questo abbraccio mortale del business continuo tra pubblico e privato, più che chi governa, l’obiettivo della lotta sono gli oligarchi”.

L’organizzazione è orizzontale: assemblee, votazioni collettive, documenti condivisi. Non ci sono leader. Anche se, a differenza per esempio del Movimento 5 Stelle in Italia, c’è una forte e chiara identità politica. “Noi siamo di sinistra, le nostre fonti di ispirazione si chiamano Naomi Klein e Noam Chomsky, Jeremy Corbin e Bernie Sanders, il circolo della rivista Jacobin negli Usa. Però guardiamo al nostro passato, anche. In particolare a una figura, quella di Migjeni, il poeta dei poveri, che cantava gli ultimi negli anni Trenta, i perseguitati, i contadini e gli operai. Perché sappiamo dove vogliamo arrivare ma dobbiamo ricordare da dove veniamo”.

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