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Ambiente / Opinioni

Ognuno di noi può dare voce al suolo per salvarlo, liberandolo così da chi lo riduce a una merce

Il 5 dicembre è la Giornata mondiale del suolo. Per non renderla l’ennesima occasione vuota, Paolo Pileri invita a comprendere le ragioni della terra maltrattata, tombata, cementificata, pretendendo un cambiamento vero da urbanisti e politici. “Ma anche cambiando le nostre domande e le abitudini di ogni giorno”

© Clay Banks - Unsplash

Ei fu. Siccome immobile, | dato il mortal sospiro, | stette la spoglia immemore […] (versione definitiva)

[…] Muta la terra sta, | Trema la terra e sta. | Così percossa, attonita … (bozza iniziale, poi modificata)

Mi perdonerà il Manzoni se prendo a prestito, stropicciandoli un pochino, i mirabili versi della sua poesia “Il cinque maggio”. Lo faccio per una buona causa. Provo per un attimo a immaginarli come inclusi in un poema dedicato al 5 dicembre e al suo eroe, il suolo.
Cominciamo da “Ei fu”. Quell’Ei riconosce appieno al suolo il suo status di soggetto: ei uguale egli, quindi non una cosa, un prodotto, un bene commerciabile. Ei è un essere vivente o un insieme di esseri viventi, con tanto di personalità, carattere, forza e fragilità, storia e storie.

Purtroppo, però, il nostro soggetto non se la passa bene e quindi ecco quel fu a ricordare che è qualcosa che non è più. Fu a causa nostra, visto che in vari modi il suolo lo facciamo fuori noi o inneschiamo noi ciò che lo uccide. E quindi fu rimanda alle cause di morte del suolo: l’erosione; le colate fangose e delle frane –come a Ischia a novembre scorso-; gli inquinamenti che continuano sotto forma di plastiche, microplastiche, metalli e olii di vario genere; l’agricoltura industriale e arrogante che lo stordisce con overdosi di agrofarmaci, insetticidi ed erbicidi; le deportazioni di enormi volumi spostati da un sito all’altro per far posto a strade, edifici e opere; le ferite infernali profonde e insanabili delle cave e, infine, il continuo stillicidio della cementificazione.

Siccome immobile. Un passo che ci ricorda che il suolo è qualcosa di fisso, fermo, stabile in un luogo. Una fissità che è parte della sua vulnerabilità perché da lì non può scappare né sottrarsi al suo predatore (noi): deve subire il male che gli viene afflitto, fino all’ultima goccia, come un partigiano a testa alta riceveva le pallottole fasciste. Mortal sospiro. Il suolo è vivo, respira, ansima e sospira. Non è cosa morta, ma è un laboratorio di vita che mai si ferma. Respira, si nutre, scambia, riceve, espelle e dona benefici senza chiedere nulla in cambio. Ma, come dicevamo sopra, la sua fragilità e la nostra presenza lo espongono al teorema dell’incertezza. Le ostinate e inutili cementificazioni continuano, nonostante pandemie e finte e/o mancate leggi contro il consumo di suolo, a tombare il nostro Paese come mai negli anni passati: più 6.300 ettari asfaltati che sono “spirati” per sempre; più 22,4% il tasso di crescita del consumo tra 2020 e 2019 (Ispra, 2022). Follie che pagheremo care. Una volta seppellito sotto il cemento, il suolo è morto per sempre. La depavimentazione non lo restituisce a buona vita, se non dopo decine e decine di anni e al caro prezzo di energia e spesa pubblica.

La spoglia immemore è una immagine che calza a pennello, visto che noi dimentichiamo coscientemente e sistematicamente di tenere viva la memoria di cosa sia il suolo. Men che meno lo fanno coloro che più di altri dovrebbero intestarsi la missione di parlarne, ovvero tutti quelli che lavorano nel settore pubblico e, in specie, urbanisti e politici. Questi ultimi, unici tra tanti, hanno tra le mani un potere che nessun’altro ha: quello di trasformare un suolo libero, un prato verde, un campo agricolo, in un parcheggio grigio, in una strada nera e morta. Una volta tombati, i suoli escono dalla nostra memoria. Quando giace morto e sepolto, sparisce ai nostri occhi ed esce dalla nostra memoria: diviene immemore. I movimenti terra di ruspe e camion grattugiano le superfici depositando lungo i bordi dei cantieri alti cumuli di suoli che non suscitano alcuna compassione tra geometri, urbanisti, ingegneri e architetti. Se fossimo capaci di guardarli meglio, riconosceremmo in quelle forme delle spoglie immemori. Eppure i tecnici del cemento si ostinano a chiamarle “terre da scavo” usando una brutale terminologia tecnica che cancella con violenza tutta la vita pulsante che c’è dentro quei suoli.

Muta la terra sta. Il suolo non ha voce. Subisce in silenzio. Muore senza rantolii. Soffre senza gemere. La sua unica possibilità di dire qualcosa è affidata a noi, alle nostre parole, alla nostra denuncia, al nostro sguardo compassionevole, al nostro attivismo ecologico, al nostro lavoro di restituzione dei significati giusti a quei concetti che altri manomettono per propria avidità e comodità. Rompiamo noi il mutismo della terra dolente dandole voce, per dire che il suolo è un ecosistema vivente e non solo una merce utile a un qualche bisogno; che il suolo è uno spessore e non una squallida estensione; che è vivo e non è cosa morta; che non è rinnovabile né resiliente; che non ha bisogno del nostro avido concetto di valorizzazione perché è valore generoso già di per sè. Ognuno di noi ha una voce per dare voce al suolo salvandolo: usiamola.

Trema la terra. Si, trema. Trema di paura. Trema perché se le cose continuano così non ce la farà né a vivere né a garantire quei preziosi e unici servizi ecosistemici che ogni giorno sono donati all’ambiente e a noi. Trema, impaurita dal nostro cinismo ecologico, violata dalla nostra ingordigia irrefrenabile, ingannata dalle parole manomesse dell’urbanistica e della politica, offesa da uno sprezzante e insensibile diritto di proprietà che non ne vuole sapere di tener conto, sempre e prima, della sua funzione sociale. Ma trema anche la Terra in quanto pianeta perché il degrado del suolo blocca i suoi servizi ecosistemici peggiorando il clima. Ciò, indubitabilmente, genera effetti devastanti che ci faranno tremare, disperare, imprecare, soffrire e piangere. Quel ‘trema’ è un avvertimento che possiamo cogliere o ignorare. Ad oggi, ancora ignoriamo.

Così percossa, attonita. Non ha bisogno di commenti. Lo abbiamo detto: il suolo è sempre più maltrattato, offeso, tombato, inquinato, movimentato, spostato, consumato. Percosso è il termine corretto che ci trafigge. A ben pensarci, i fatti di Ischia sono esattamente il risultato di una terra “così percossa”, ripetutamente percossa. Ma non lo vogliamo capire. Quel continuo percuotere nasce dalla indifferenza verso la terra, da non sapere più cos’è, dal sentirci padroni indiscussi. Siamo così disgiunti dalla natura che nessun senso di colpa ci viene a visitare prima o dopo le percosse inflitte. Per azzerare le percosse bisogna usare la testa, formare le menti, educare gli istinti peggiori. La violenza si placa con la cultura. Si deve spiegare, formare, leggere, frequentare, mettere mani e piedi nella terra, capire. Il rispetto del suolo ha bisogno di cultura ecologica con la quale insegnare allo sguardo a vedere oltre ciò che vede, a fermare il pensiero consumista, a esser felice di salvare anche un sol fazzoletto di terra, a imparare che la prosperità sta nell’equilibrio e non nello sviluppo. E qui chiamiamo in causa la scuola, le università, la formazione permanente, gli ordini professionali. Tutti coloro che hanno un barlume di possibilità per educare al pensiero ecologico, lo facciano bene e presto, bene e continuamente, bene e senza stancarsi. E poi c’è quell’aggettivo –attonita- che ci svela un suolo sconvolto, basito e anche incazzato per come viene travisato, mistificato, sconsiderato e maltrattato. Non si dà ragione. Lui, così generoso verso noi tutti, e noi, così scellerati verso di lui. Attonito tanto delle affermazioni di una classe politica governante che non sa quel che fa non facendo nulla per fermare il consumo e i degradi del suolo, quanto delle opposizioni che stando più zitte del dovuto finiscono per compiacere l’aggressore.

Come si fa a non essere attoniti davanti a cotanta ignoranza e irresponsabilità? Io capisco il suolo. E vorrei che oggi, anzi da oggi, tutti ci mettessimo a capire le sue ragioni e, per riflesso, i nostri irragionevoli comportamenti, chiedendo a urbanisti e politici di cambiare, ma anche cambiando noi stessi le domande e le abitudini di ogni giorno. Parliamo di suolo. Scriviamo di suolo. Disegniamo il suolo. Interpretiamo il suolo. Suoniamo il suolo. Guardiamo il suolo. Ma non solo il 5 dicembre, anche il 5 gennaio, il 5 febbraio, il 5 marzo e così ogni giorno. Se aumenta il numero di coloro che sono consapevoli di cosa è il suolo, che chiedono, che non mollano la presa, si ridurranno gli spazi dei predatori, degli indifferenti, degli ignoranti e di tutti i portatori di economie estrattive.

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “L’intelligenza del suolo” (Altreconomia, 2022)

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