Economia / Opinioni

Se il “sovranismo” combatte la globalizzazione nel nome di Ronald Reagan e Margaret Thatcher

Coloro che si atteggiano a critici dell’ondata liberista condividono in realtà molto dell’impianto della politica economica di Reagan e Thatcher, dal fisco alla burocrazia. E individuano nella globalizzazione, avviatasi proprio in quella fase per iniziativa dei governi conservatori, l’origine di tutti i mali. Una controrivoluzione davvero singolare. L’analisi di Alessandro Volpi

Margaret Thatcher e Ronald Reagan

Si parla spesso di “sovranismo”, individuandolo come la visione politica che sta riscuotendo maggiori consensi in diversi Paesi in giro per il mondo e in particolare in Europa. Si tende ad avvicinarlo all’idea di un rafforzamento dello Stato-Nazione di matrice Otto-Novecentesca e, più in generale, alla tradizione del nazionalismo che tendeva a fondare sull’identità nazionale il senso di appartenenza alla cittadinanza. Per molti aspetti, però, l’attuale sovranismo si distingue dai nazionalismi passati e dal patrimonio simbolico e istituzionale degli Stati nazionali per alcuni aspetti assai originali.

I sovranisti si considerano “controrivoluzionari” che hanno il loro principale bersaglio polemico nella “rivoluzione liberale e liberista” nata nel mondo e in Europa a partire dagli anni Ottanta. Sono, in estrema sintesi, i più feroci critici della globalizzazione, della finanziarizzazione e dei diversi effetti generati dall’ondata liberista. In quest’ottica, è davvero singolare che forze di evidente matrice conservatrice, che condividono molto dell’impianto della politica economica di Ronald Reagan (o “reaganomics”) in materia di riduzione del fisco e di alleggerimento del peso della burocrazia, individuino nella globalizzazione, avviatasi in quella fase per iniziativa proprio dei governi conservatori di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher, l’origine di tutti i mali.

Donald Trump ha molti tratti in comune con l’America reaganiana ma attribuisce al mercato globale, apertosi in quella fase, le colpe delle difficoltà in cui si trovano gli Stati Uniti. In Europa, i “brexiters” amano la Thatcher, convinta fautrice della finanziarizzazione, mentre nei Paesi continentali i sovranisti declinano la nefasta globalizzazione solo in chiave progressista: è stata l’Europa delle burocrazie, lasciate spadroneggiare dalle forze di sinistra “buoniste”, a demolire le singole economie nazionali. Così, i sovranisti polacchi e ungheresi possono dialogare con i duri britannici del “no deal”. La controrivoluzione (che è conservatrice, no global e antiliberale) è in grado di tenere insieme molte contraddizioni in nome dell’interesse del popolo, e rappresenta dunque un elemento di novità forte rispetto al passato dei nazionalismi.

Proprio l’appello costante allo “spirito del popolo” è il dato fondante del nuovo sovranismo che individua nell’elezione diretta, popolare appunto, l’unica fonte di legittimazione di qualsiasi potere. In tale prospettiva perde di significato ogni ipotesi di ingegneria istituzionale e di organizzazione costituzionale, tanto care invece ai sostenitori dello Stato-Nazione.

Il popolo è un’entità organica, che si esprime prima di tutto sulla rete dei social network e non vuole filtri di rappresentanza per le proprie passioni, le proprie rabbie e le proprie ambizioni. La mediazione istituzionale, la rappresentanza dotata di autonomia rispetto al “popolo degli elettori” costituiscono strumenti di prevaricazione artificiale delle élites nei confronti della sovranità popolare. Per i sovranisti sono da bandire la divisione dei poteri che preveda “corpi” non eletti e la dimensione parlamentare, intesa come sede di discussione e di approfondimento dei temi politici ed economici, la cui soluzioni non possono distaccarsi dalle formule sloganistiche lanciate nelle perenni campagne elettorali.

Per i sovranisti, non serve la rappresentanza, ma la rappresentazione, la perfetta aderenza del leader politico alle istanze popolari che ne definiscono persino l’immagine: il leader sovranista deve essere a immagine e somiglianza dello spirito del popolo, senza altre superfetazioni e sovrastrutture.

Infine, per dare forza a questa costruzione della politica popolare priva di un sistema istituzionale di una qualche rilevanza occorrono due ulteriori condizioni. La prima è costituita dall’insistenza sul tema dell’ordine e della sicurezza, certamente più accentuata rispetto ai nazionalismi del passato che riservavano alla politica estera un peso ben più rilevante nei confronti delle strategie interne di ordine pubblico. Se compito dello Stato è garantire ordine e sicurezza, il suo asse portante saranno le forze dell’ordine, le forze armate e le strutture volte a ridurre il disagio sociale dei cittadini “nazionali”, con il conseguente effetto di una minore attenzione anche alle questioni economiche in quanto tali, ritenute materia da élites, riconducibili, comunque, al perimetro della tanto aborrita rivoluzione liberale e liberista.

L’economia, per il sovranismo, possiede germi di natura antipopolare. La seconda condizione è rappresentata dalla centralità nel linguaggio sovranista della tradizione, del ritorno ad un passato “felice” in cui il sentimento religioso popolare, assai più della Chiesa come istituzione e quindi come élite, trova ampio spazio. Lo spirito popolare che si esprime attraverso il voto e attraverso la celebrazione della tradizione consacra i propri leader, che non sono guide, ma fedeli e pedissequi interpreti di una “religione” della maggioranza, ben poco disponibile verso le minoranze “infedeli”, che non si riconoscono nei principi di quella religione. Davvero, il sovranismo risulta una novità rispetto a gran parte del lessico politico conosciuto.

Università di Pisa

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