Diritti / Attualità

Quando sono i “nuovi cittadini” a lasciare l’Italia

Solo nel 2015 sono stati circa 7mila i neo-cittadini che hanno trasferito la residenza all’estero e il trend è in crescita. Si parte per cercare lavoro e con un forte sentimento di frustrazione e sfiducia nei confronti dell’Italia, cui sono comunque profondamente legati.

passport-2

Domenica Canchano ha 37 anni. È nata in Perù, ha vissuto e studiato a Genova da quando aveva 12 anni. Nel novembre 2015, dopo un iter lungo tre anni, ha ottenuto la cittadinanza e dall’aprile 2016 ha iniziato una nuova vita in Svizzera. “Lavoravo e ancora lavoro come giornalista, ma la crisi si faceva sentire -racconta ad Altreconomia-. Avrei potuto restare, ma se fossi rimasta in Italia non avrei potuto crescere professionalmente né realizzare i miei sogni. Così ho deciso di partire”. Destinazione Losanna, svizzera francese, dove la attende una conoscente: “Sapevo solo tre parole in francese: merci, oui e bonjour. È stata durissima”. Il costo della vita è molto alto e per mantenersi la Domenica svolge diversi lavori come giornalista, dama di compagnia per una signora anziana e, saltuariamente, cameriera in un ristorante. Nel tempo libero, fa volontariato alla Caritas locale, dove si occupa dell’accoglienza dei migranti. E dove le capita anche di incontrare altri italiani che -come lei- cercano un lavoro e una nuova vita all’estero. “È stata dura, ma adesso ho una mia stabilità e non penso che tornerò in Italia”.

Domenica fa parte degli oltre 11mila cittadini di origine straniera che, tra il 2012 e il 2015, hanno lasciato il Paese in cui sono nati o cresciuti dopo aver ottenuto la cittadinanza. Più della metà (il 67%, pari a 7mila neo-cittadini) sono partiti nel 2015. Numeri ancora contenuti se si pensa che gli italiani iscritti all’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero) al 1° gennaio 2017 erano poco meno di cinque milioni e che nel 2016 sono espatriate oltre 124mila persone. Ma che rivelano un trend in crecsita.

Tra i neo-cittadini “la propensione a emigrare è leggermente più elevata per coloro che si spostano dopo aver ottenuto la cittadinanza per trasmissione o elezione: si tratta infatti di persone diventate italiane in giovane o giovanissima età quindi con una più elevata predisposizione alla mobilità”, si legge nel rapporto di Fondazione Migrantes. L’età media è di 25 anni per i ragazzi e di 24 anni per le ragazze. Le comunità che mostrano una maggiore propensione all’emigrazione sono quelle originarie del sub-continente indiano: a guidare la classifica, i cittadini originari del Bangladesh, con 12 emigrazioni ogni 100 acquisizioni di cittadinanza. Seguono Pakistan (12 ogni 100), Brasile (5,4 ogni 100), Kosovo (4,7 ogni 100), India (4,7 ogni 100), Ghana (4,3 ogni 100), Macedonia, Marocco e Tunisia. In termini assoluti a guidare la classifica dei neo-cittadini che lasciano l’Italia dopo aver ottenuto il passaporto italiano ci sono 2.931 persone che in precedenza avevano la cittadinanza marocchina, seguiti da 1.762 bengalesi, 848 pakistani, 739 indiani, 433 ghanesi e macedoni. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, però, queste persone non fanno ritorno nei Paesi d’origine dei propri genitori: la principale meta di destinazione sono i Paesi europei, scelti da 8.416 neo-cittadini tra il 2012 e il 2015.

Le statistiche disponibili non riescono però a fornire un quadro completo della situazione. Innanzitutto perché solo una parte (si stima la metà) di quanti scelgono di andare a vivere all’estero si iscrivono all’Aire. Inoltre “non compaiono neanche coloro che non hanno mai avuto neanche la carta di soggiorno e che, dunque, risultano migranti provenienti da altri Paesi Ue, al pari dei nuovi arrivati in Europa, anche se hanno vissuto tutta o parte della loro vita in Italia”, si legge nel rapporto di Migrantes.

A confermare il trend crescente di neo-cittadini che decidono di lasciare l’Italia è anche Maurizio Bove, referente per l’area immigrazione della Cisl Milano. “Da un paio d’anni sempre più spesso vengono presso i nostri sportelli a informarsi sulle possibilità di andare a cercare condizioni lavorative migliori all’estero”, spiega Bove, che evidenzia come le destinazioni prevalenti siano i Paesi dell’Europa del Nord, Germania in testa. “Sono persone che si sono formate in Italia, un capitale che stiamo disperdendo -sottolinea il referente della Cisl-. In molti casi c’è anche la volontà di non seguire le orme dei genitori, per affrancarsi da quello che agli occhi di molti pare un destino segnato”.

La motivazione principale che spinge i giovani di origine straniera a lasciare l’Italia è legata alla mancanza di un lavoro. Cui si sommano altre esigenze come “il desiderio di acquisire esperienze, mettersi alla prova, andare in Paesi più abituati alla diversità o dive ci sono migliori politiche di sostegno alla gioventù”. Il rapporto di Fondazione Migrantes, però, evidenzia per contro “un forte sentimento di frustrazione e sfiducia nei confronti dell’Italia, a cui sono comunque profondamente legati […]. La loro italianità è sia un aspetto a cui loro stessi tengono molto e che non vogliono perdere, sia l’elemento indicato usato dagli altri nel nuovo Paese per rimarcarne la differenza più di altri segni distintivi (talvolta intesa come inferiorità) come portare il velo o avere un nome arabo”.

Simon Osagie, nato ad Arezzo nel 1984, vive a Londra da quattro anni: “Dover aspettare il compimento dei 18 anni per essere considerato parte della nazione dove sono nato e vissuto mi ha fatto male”, spiega il ragazzo che, nonostante la distanza, si è speso molto per ottenere l’approvazione della legge sullo Ius Soli. “L’Italia fa poco per trattenere i propri talenti, c’è un gap generazionale molto forte che penalizza i più giovani, chi cerca di portare idee nuove. Sono venuto a Londra perché avevo bisogno di stimoli che nel mio Paese non ho trovato. Ma quando sono partito avevo le lacrime agli occhi”, racconta.

E c’è anche chi ha scelto di ritornare, dopo un periodo trascorso all’estero. Benedicta Djumpah, classe 1992 ha ottenuto la cittadinanza a 17 anni quando è stata concessa ai suoi genitori. “Questo mi ha permesso di andare a studiare a Londra: con il permesso di soggiorno sarebbe stato molto difficile affrontare questo percorso di studi, anche per una questione di costi: le tasse per i foreign students sono molto più elevate rispetto a quelle per i cittadini britannici ed europei. Per non parlare dei problemi di visto”, spiega. Per Benedicta, i tre anni di studio trascorsi alla London Metropolitan University sono stati anche un’occasione per riflettere sul multiculturalismo inglese e su un modello di inclusione radicalmente diverso da quello italiano. “Ho iniziato a vederlo in maniera diversa –osserva la ragazza-. Quella inglese è una società che si definisce multiculturale, ma in cui ci sono ancora molti paletti e stereotipi”.

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia