Diritti / Attualità

Chi sono i migranti che raccontano l’Italia dalle pagine di un giornale

Doménica Canchano, nata in Perù, è la direttrice di una testata nazionale. Il suo è diventato un “caso” giudiziario, chiuso a gennaio 2017 con il riconoscimento di un diritto costituzionale. Che sottolinea l’importanza dell’informazione “straniera”

Tratto da Altreconomia 191 — Marzo 2017
Doménica Canchano è una giornalista italiana, nata in Perù nel 1979. Collabora con il quotidiano Il Secolo XIX - Doménica Canchano
Doménica Canchano è una giornalista italiana, nata in Perù nel 1979. Collabora con il quotidiano Il Secolo XIX - Doménica Canchano

“Quando sono arrivata in Italia dal mio Paese, il Perù, era il 1991. Avevo 12 anni. Ho frequentato le scuole e dal 2004 ho iniziato a svolgere la professione di giornalista”. Doménica Canchano è iscritta all’albo dei giornalisti pubblicisti dal gennaio 2009. Da quattro anni collabora con Il Secolo XIX, il quotidiano di Genova. Prima di approdare alla testata del capoluogo ligure ha fatto parte della redazione del Noticiero, telegiornale in lingua spagnola lanciato tra le fine del 2002 e l’inizio del 2003 sulle emittenti Telegenova e Liguria Sat.
“Si trattava di un’edizione settimanale -ricorda Doménica- e fu uno dei primi esperimenti di informazione interculturale e plurale rivolta alla comunità latinoamericana della città. Non eravamo ‘chiusi’, tanto che per lungo tempo abbiamo ricevuto i messaggi dagli italiani che ci guardavano per imparare la lingua”. Oggi Doménica risponde a un telefono con un prefisso svizzero. Si è trasferita nel cantone francese perché a 37 anni era “stanca di sopravvivere e desiderosa finalmente di vivere”.

“Con l’inizio della crisi dell’editoria -racconta- quelle esperienze di stampa ‘straniera’ sono entrate in crisi profonda”. La sua esperienza l’ha portata infatti a incontrare e a collaborare tra gli altri con il “giornale dell’Italia multietnica”, che si chiamava Metropoli ed era un inserto de la Repubblica. Un esperimento che si è concluso, e del quale però Doménica ha raccolto e riadattato lo spirito in un settimanale che si chiama ¡Génova Semanal! e che è pubblicato su carta e digitale dal suo giornale, Il Secolo. “È bilingue -racconta entusiasta-, con un articolo principale in spagnolo e pezzi di accompagnamento in italiano. Ci rivolgiamo a lettori ispano parlanti ma anche italiani, proponendoci di far conoscere le culture e le professioni. Abbiamo trovato un’offerta amplissima: ciabattini uruguaiani, pittori ecuadoriani, blogger e giornalisti venezuelani che vivono a Genova”. ¡Génova Semanal! è il racconto dell’Italia di oggi fatto attraverso gli occhi, la sensibilità e la penna di professionisti dell’informazione di origine straniera. Un fenomeno di cui sfuggono i contorni: il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti non tiene un elenco separato per i cittadini “stranieri” abilitati. Se da un lato questa è una fortuna, perché sarebbe una misura antidiscriminatoria, ciò rende impossibile misurare il “peso” di questo tipo di “operatori dell’informazione”: a un’analisi superficiale -basata su fonti che seguono da tempo la vicenda- pare in ogni caso ben lontano dalla “quota 11%”, che è il contributo della forza lavoro degli immigrati sul dato nazionale e comunque in difficoltà. In primo luogo, per il pessimo stato di salute dell’editoria e della professione giornalistica.
Secondo un “focus” di Mediobanca del 2016 sul settore, tra il 2011 e il 2015, i nove principali gruppi editoriali italiani hanno perso per strada il 32,6% del fatturato (una flessione di circa 2 miliardi di euro) e ridotto la forza lavoro di oltre 4.500 unità, passando da da 17.645 a 13.090 dipendenti. Considerando che 65 giornalisti su 100 sono autonomi -e non dipendenti- e che l’80% dei freelance dichiara di guadagnare meno di 10mila euro all’anno, è presto chiara la ragione della crisi (anche) della stampa interculturale.

Per questo il settimanale bilingue curato da Doménica è -come lei stessa lo definisce- una “bella notizia in mezzo alle macerie”. Non l’unica: un’altra testata significativa, diffusa dal 2013, è Prospettive Altre, periodico telematico promosso dall’Ong Cospe (www.cospe.org) e dall’Associazione nazionale stampa interculturale (ANSI, ansi-intercultura.over-blog.it/). Doménica ne è il direttore responsabile. Prima di poter iscrivere il giornale nel “registro” del Tribunale di Torino, però, ha dovuto condurre una battaglia legale pluriennale insieme all’ANSI e all’avvocato Alberto Guariso dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI, www.asgi.it). La legge sulla stampa del 1948, infatti, stabilisce che il direttore responsabile debba essere cittadino italiano. Principio datato che il Tribunale aveva rigorosamente applicato. Doménica -che nel frattempo ha ottenuto la cittadinanza- non era però italiana al momento della “richiesta”. Il 16 gennaio di quest’anno, la Corte d’appello del capoluogo piemontese ha riconosciuto il “carattere discriminatorio del provvedimento di rigetto della richiesta di registrazione della testata”, fissando un punto costituzionale importante per la professione e la libertà di informazione. Non conta più il concetto ristretto di “cittadino” quanto quello allargato di “consociato” (e che richiederebbe un urgente aggiornamento del materiale di studio per l’esame di abilitazione consigliato dall’Ordine).

Con lei, oltre all’associazione Carta di Roma (www.cartadiroma.org) nata nel 2011 per “dare attuazione al protocollo deontologico per una informazione corretta sui temi dell’immigrazione”, c’è sempre stata anche Viorica Nechifor, giornalista pubblicista di origine romena iscritta all’Ordine regionale del Piemonte e presidente dell’Associazione nazionale stampa interculturale: “Si tratta di un gruppo di specializzazione interno alla Federazione nazionale della stampa italiana nato nel febbraio del 2010 -spiega Viorica-. L’obiettivo era quello di porre all’ordine del giorno il tema degli ostacoli per noi giornalisti ‘stranieri’ alla professione. Sia per la direzione delle testate e la difficoltà della registrazione, sia per poter sostenere l’esame di abilitazione”.
Anche Viorica ricorda l’esperienza di Metropoli, di Passaporto o della “rubrica romena” che curava per La Stampa di Torino, quotidiano con il quale ha collaborato per dieci anni. Il “nocciolo duro” dell’associazione è composto da una quindicina di colleghi che s’impegnano a far circolare notizie e informazioni utili anche a chi volesse interfacciarsi con gli Ordini regionali, che continuano ad avere orientamenti frammentari. Come Doménica, però, anche Viorica ha accantonato per il momento la professione. Ora collabora con il consolato della Romania ma continua a coltivare le relazioni con alcune testate. Radio Torino International (torinointernational.com) -che si rivolge anche ad ascoltatori romeni e moldavi-, la Gazeta romaneasca (www.gazetaromaneasca.com), Radio Roma Link -“La prima web radio in romeno e italiano per gli ascoltatori bilingue”, www.spreaker.com/user/rrlink-.

Lo sguardo “straniero” è necessario, come spiega Giovanni Maria Bellu, presidente di Carta di Roma. Ogni anno, l’associazione -che è anche una testata giornalistica registrata la cui direttrice è proprio Doménica Canchano- pubblica un “Rapporto” sullo stato dell’informazione in tema di immigrazione analizzando le prime pagine dei quotidiani, i lanci televisivi, le news in Rete. Un tema “esploso” nel 2015, quando le notizie sul punto hanno registrato una crescita da 70 al 180 per cento nella carta stampata e fino al 400 per cento nelle tv.
“Nel 2016 -si legge nel Quarto Rapporto-, immigrati, migranti e rifugiati hanno voce nel 3% dei servizi […]. Occorre rilevare che gli esponenti politici e istituzionali italiani intervengono in voce nei telegiornali di prima serata nel 33% dei servizi sull’immigrazione (2 punti in più rispetto all’anno scorso). Diventa il 56% se si sommano gli interventi degli esponenti politici e istituzionali dell’Unione europea e degli Stati europei (pari al 23%)”. Secondo Bellu, lo squilibrio tradisce l’incapacità di “parlare della vita dell’immigrazione”, accontentandosi invece della “sua patologia”: “Quando il racconto dell’immigrazione potrà essere fatto sempre più da giornalisti che hanno vissuto quella storia, quindi colleghi di origine straniera, allora quel racconto sarà più preciso e sarà completo”.

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