Ambiente / Opinioni

Negazionisti del clima, come evitare figuracce

Politici, media e cittadini possono contare su una vasta letteratura scientifica sui cambiamenti climatici: informarsi è semplicemente necessario. La rubrica di Stefano Caserini

Tratto da Altreconomia 219 — Ottobre 2019
© Markus Spiske - Unsplash

“Ma io non sono un climatologo!”. Questa la giustificazione dell’assessore alla cultura di un capoluogo di provincia italiano, per aver invitato a leggere un testo negazionista sul cambiamento climatico. Non avendo studiato climatologia, l’assessore sostiene di non essere in grado di dire chi ha ragione fra chi sostiene che le attività umane stanno modificando il clima e chi sostiene che non è vero e che è tutta una bufala. Che questo succeda nell’estate del 2019 è certo deprimente; ma non è poi così strano, visto che su quattro quotidiani a tiratura nazionale la negazione della scienza del clima è frequente. Non serve spiegare che a supporto di una tesi ci sono decine di migliaia di scienziati, le Accademie delle Scienze e i più grandi centri di ricerca di tutto il mondo, e a supporto dell’altra ci sono persone che solo in casi rarissimi hanno un minimo di preparazione sulla materia. Non serve far notare che sarebbe strano se tutti i 194 capi di Stato che hanno sottoscritto l’Accordo di Parigi avessero preso una colossale cantonata, e pure fossero in errore centinaia di regioni, migliaia di grandi città, di aziende e di investitori che hanno sottoscritto impegni sul clima.

1.542: le pagine del rapporto speciale IPCC su 1,5 °C di riscaldamento globale. Un altro documento di grande importanza prodotto dalla comunità scientifica mondiale

A chi ancora non crede alla realtà del surriscaldamento globale e delle determinanti responsabilità umane non serve rispondere su un piano razionale. Sono altri i motivi che portano a negare la realtà, fra questi il non voler mettere in discussione la narrazione salvifica del mercato come motore del progresso e del benessere. Secondo chi ha studiato gli aspetti psicologi e sociologici della negazione, un modo più efficace di rispondere è far capire che comunque le politiche sul clima hanno tanti benefici, su molti piani diversi, dalla salute (meno combustione di carbone petrolio e gas significa non solo meno CO2, ma anche meno PM10, NOx, etc.), geopolitico (da dove arrivano gas e petrolio) o dell’occupazione (i numeri della green economy iniziano a essere eloquenti). All’argomento del “non sono un climatologo” si potrebbe poi replicare che gli scienziati hanno già lavorato di fornire ai politici e agli amministratori una visione chiara e condivisa della scienza del clima. Per questo è stato creato dalle Nazioni Unite l’IPCC, acronimo di Intergovernmental Panel on Climate Change (comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici). Istituito nel 1988 dal Programma Ambientale delle Nazioni Unite (UNEP) e dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO) ha esattamente il compito di fornire ai decisori politici, ai media e ai cittadini una valutazione della letteratura scientifica disponibile sui vari aspetti dei cambiamenti climatici. L’IPCC non fa direttamente ricerca, non studia in suoi centri di ricerca o laboratori la scienza del clima, ma raccoglie, controlla e riassume le informazioni disponibili già pubblicate nella letteratura scientifica. Le tesi della presunta “altra campana” sono valutate, a patto che riescano ad essere pubblicate su qualche rivista scientifica; perché non si può certo chiedere agli scienziati di leggere e valutare le tesi più improbabili, a volte anche divertenti, che si leggono sul web o sui quotidiani. L’ultimo rapporto dell’IPCC, pubblicato in agosto, riguarda i cambiamenti climatici e il suolo, parla di agricoltura, di allevamenti, di deforestazione, di alimentazione. Nelle 40 pagine del sommario per i decisori politici ci sono i messaggi chiave delle 1.542 pagine totali. Il sommario del penultimo rapporto, su 1,5°C di riscaldamento globale, è stato anche tradotto in italiano dalla Società italiana per le scienze del clima. Si trova facilmente sul web. Chi vuole evitare di fare figuracce, o vuole saperne di più, è servito.

Stefano Caserini è docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Il clima è (già) cambiato” (Edizioni Ambiente, 2019)

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