Diritti / Intervista

Multinazionali nel mirino dell’Onu: devono rispettare i diritti umani

Intervista a Guillaume Long, coordinatore del gruppo di lavoro delle Nazioni Unite che sta negoziando un nuovo regolamento vincolante: “Le imprese devono essere responsabili dovunque operino: non solo dove sono domiciliate”

Tratto da Altreconomia 199 — Dicembre 2017
Guillaume Long, 40 anni, tra il marzo 2015 e il maggio 2017 ha retto due diversi ministeri in Ecuador sotto la presidenza di Rafael Correa: Cultura e Affari esteri - UN Photo/Cia Pak

“Purtroppo nel mondo di oggi gli esseri umani sono un mezzo per un fine: l’accumulazione del capitale. Noi crediamo invece che il capitale dovrebbe essere un mezzo per l’accumulazione della felicità, dell’emancipazione, della libertà”. Guillaume Long è il rappresentante permanente dell’Ecuador presso le Nazioni Unite. Quarant’anni compiuti nel febbraio scorso, già ministro degli Esteri, oggi è il coordinatore del gruppo di lavoro intergovernativo (Open ended inter-governmental working group) che ha il mandato di negoziare una regolamentazione vincolante per le imprese multinazionali in materia di diritti umani. Dal 23 al 27 ottobre 2017, durante la terza sessione di lavoro a Ginevra, si sono confrontati oltre cento Stati, attori non governativi e portatori d’interessi. Il risultato è stato un documento di 29 pagine (draft) aperto a contributi e osservazioni fino alla fine del febbraio 2018. È un testo coraggioso perché affronta senza retorica il tema della responsabilità delle grandi imprese private, puntando l’attenzione -come si legge nel draft– “lungo tutta la catena di approvvigionamento”.

Il percorso diplomatico promosso tra gli altri da Ecuador e Sudafrica segna un punto di netta discontinuità con il passato, specialmente con quegli “UN Guiding principles on business and human rights” che dal 2011 hanno dato forma a un regime volontaristico per misurare la responsabilità sociale d’impresa.

Signor Long, perché le Nazioni Unite hanno rimesso al centro dell’attenzione il tema della responsabilità delle imprese multinazionali?
GL Credo che tutto ciò derivi dalla consapevolezza generale che non sono solo gli Stati a poter violare i diritti umani, ma anche le grandi aziende. E che anche dietro gli abusi statali ci siano spesso interessi aziendali. Talvolta le violazioni dei diritti umani non registrano nemmeno alcun coinvolgimento attivo degli Stati, come nel caso di Chevron-Texaco, che ha distrutto gran parte della foresta amazzonica in Ecuador. Ecco, sempre più Paesi hanno compreso questa dinamica e richiedono uno strumento vincolante per affrontare efficacemente il problema.

Come è possibile costruire un quadro normativo internazionale efficace a fronte delle diverse giurisdizioni dei singoli Stati?
GL Semplice: come è già stato fatto in diversi settori. Quando si tratta di agevolare gli investimenti privati o difendere i grandi capitali si parla molto meno di sovranità, o di autonomia individuale degli Stati. Le imprese transnazionali, oggi, possono rivolgersi direttamente agli organi internazionali e ai meccanismi di arbitrato se ritengono che i loro interessi siano stati influenzati o danneggiati dagli Stati. Penso al sistema ISDS, Investor-state dispute settlement. Se un Paese del “Terzo mondo” fa qualcosa che non è previsto nel contratto, o nazionalizza un settore o un bene, allora l’impresa può rivolgersi a una corte speciale di arbitrato, ad esempio in Europa, in forza di trattati bilaterali di investimento che la proteggono dalla legislazione nazionale del Paese in cui ha investito. Una delle cose che ho avuto l’onore di fare mentre ero ministro degli Esteri dell’Ecuador è stato porre fine a 16 trattati bilaterali di investimento. Ma ricorrere alla giurisdizione internazionale è semplicemente una questione di volontà politica. Mi chiedo: c’è la stessa determinazione che c’è stata nella difesa degli interessi del capitale delle grandi imprese quando si tratta di difendere i diritti umani delle persone comuni?

16 trattati bilaterali di investimento che Guillaume Long ha cancellato durante il suo mandato come ministro degli Esteri dell’Ecuador

Nel corso dei lavori del gruppo che coordina sono emersi i limiti del sistema dei principi volontari in vigore dal 2011.
GL
L’Ecuador ha detto chiaramente che i principi guida dell’ONU in materia di business e diritti umani non dovrebbero essere considerati incompatibili con lo strumento vincolante, e che sono parte dello stesso processo storico che cerca di rendere le imprese transnazionali responsabili e rispettose dei diritti umani. Tuttavia, quei principi non dovrebbero essere utilizzati per impedire la definizione di norme vincolanti e non dovrebbero essere considerati sostitutivi del diritto internazionale. Se mirano a dare una buona coscienza agli attori egemonici nelle relazioni internazionali e non a modificare realmente i modelli comportamentali, possono essere più un problema che una soluzione. Allo stesso tempo, i principi volontari non tengono conto in alcun modo della necessità di riparare e risarcire le violazioni e garantire alle vittime l’accesso alla giustizia.

Nel draft c’è un passaggio dedicato agli obblighi fiscali delle multinazionali nei confronti dei Paesi in cui operano. Perché è decisivo intervenire sulla leva fiscale?
GL Esiste un legame intrinseco tra la giustizia fiscale e lo strumento vincolante per i giganti privati perché entrambi puntano a proteggere i diritti umani. L’elusione fiscale è uno degli ostacoli principali per gli Stati per poter disporre delle risorse e della capacità di proteggere i diritti del loro popolo. Ed entrambi gli elementi hanno a che fare con la lotta per la supremazia degli esseri umani sul capitale. È per questo che il mio Paese ha proposto all’ONU di dotarsi di un organismo intergovernativo impegnato nella giustizia fiscale. Pochi lo sanno, ma l’Ecuador è probabilmente il Paese che negli ultimi dieci anni ha maggiormente aumentato la riscossione delle imposte. Non lo ha fatto alzando le tasse, ma adoperandosi per far emergere le dichiarazioni e combattere la fuga di capitali: siamo passati da circa 3,5 miliardi di euro nel 2006 a oltre 13 miliardi di euro quest’anno. E grazie a un referendum tenutosi lo scorso febbraio, qualsiasi funzionario pubblico, che sia presidente, sindaco, deputato al Parlamento o funzionario pubblico di qualsiasi tipo, che si fosse scoperto aver tenuto nascosto denaro nei paradisi fiscali, sarà sospeso, per legge.

Ancora oggi gli abitanti della foresta amazzonica che vivono nei pressi del lago Agrio (Ecuador) devono fare i conti con i danni procurati dalla Chevron-Texaco a causa delle perdite di greggio. Negli anni Novanta la compagnia ha lasciato la zona, senza mai ripagare le popolazioni locali - © Caroline Bennett / Rainforest Action Network
Ancora oggi gli abitanti della foresta amazzonica che vivono nei pressi del lago Agrio (Ecuador) devono fare i conti con i danni procurati dalla Chevron-Texaco a causa delle perdite di greggio. Negli anni Novanta la compagnia ha lasciato la zona, senza mai ripagare le popolazioni locali – © Caroline Bennett / Rainforest Action Network

Il caso Chevron-Texaco segna un legame tra paradisi fiscali e impunità per quanto riguarda le violazioni dei diritti umani.
GL Ha ragione. Chevron-Texaco ha distrutto l’Amazzonia e poi, quando una sentenza è stata pronunciata dalla magistratura ecuadoriana contro la multinazionale, beh, aveva già lasciato il Paese senza lasciare alcun patrimonio. Ma quando Chevron viene portata in tribunale in altri Paesi, si nasconde dietro la maschera delle società di comodo registrate nei paradisi fiscali, il che complica molto renderla responsabile in giurisdizioni in cui non ha una sede formale. I paradisi fiscali hanno questo duplice scopo: l’evasione fiscale e l’elusione giudiziaria. Per questo motivo lo strumento vincolante deve far sì che le imprese siano responsabili ovunque operino e non solo nel luogo in cui sono domiciliate.

È una visione radicale la sua?
GL Non dovrebbe esserlo. Quando il presidente Rafael Correa ha detto: “Non vogliamo una società di mercato, quanto piuttosto una società con un mercato”, certamente non ha negato l’esistenza del mercato. Il punto, tuttavia, è chiarire il rapporto causale. Il mercato non può essere fine a se stesso. È uno strumento. Ancora una volta, citando il presidente Correa, il mercato è un ottimo servitore, ma è un terribile maestro.

Perché è così difficile realizzare un sistema di responsabilità vincolanti a carico delle multinazionali?
GL Quando un Paese come l’Ecuador o il Sudafrica, o chiunque altro, propone uno strumento vincolante, ci si trova di fronte a un atteggiamento molto reticente. Ci dicono: “Non siamo sicuri perché potrebbe scoraggiare gli investimenti e ostacolare l’economia”. Inoltre, al giorno d’oggi c’è una pressione fortissima delle multinazionali. Accade nei singoli governi, dove le aziende hanno ampio margine di manovra e di potere, ma anche nelle Nazioni Unite, alle quali le grandi aziende riconoscono importanti donazioni. Queste ingenti donazioni apparentemente altruistiche, per conto di grandi milionari, hanno un riflesso su ciò che accade in ambito multilaterale. Consentitemi di fare un esempio: a metà novembre si è svolta una discussione in seno all’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) sull’industria del tabacco. Uno degli obiettivi che stavamo cercando di raggiungere era impedire all’industria del tabacco di donare denaro all’ILO. Alla fine abbiamo fallito, e la questione è stata rinviata a marzo. Perché? Perché l’industria del tabacco era in agguato, da qualche parte, sullo sfondo.

Come si è comportata l’Unione europea alle sessioni del gruppo di lavoro intergovernativo che ha coordinato?
GL L’ultima sessione, la terza, ha visto la partecipazione di un numero senza precedenti di Stati, 101. Ciò dimostra che vi è un crescente interesse per lo strumento vincolante. A differenza delle sessioni precedenti, l’Unione europea è stata molto presente e ha formulato una serie di osservazioni sul “documento degli elementi” in discussione. L’atteggiamento generale dell’Ue è ancora molto critico, ma si tratta comunque di uno sviluppo positivo e importante.
Il processo di negazione è terminato e c’è finalmente un impegno attivo con il gruppo di lavoro. Anche l’Australia si è fatta presente, per la prima volta. Gli Stati Uniti sono invece ancora assenti, anche se c’è stato un loro tentativo fallito a margine della terza sessione per far deragliare il processo.

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