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Diritti / Attualità

Msf torna a denunciare i brutali respingimenti europei commessi da Lituania e Lettonia

Ogni giorno decine di persone vengono bloccate dalle guardie di frontiera dei due Paesi europei e rimandate nei boschi alla frontiera con la Bielorussia, al rischio di assideramento e ipotermia. Pratiche illegali che sono ormai un “policy de facto” per Medici senza frontiere. Così come il confinamento di chi fosse riuscito a passare

Tracce lasciate nella neve lungo il confine tra Lituania e Bielorussia © MSF

“Quattordici persone, tra cui alcuni bambini, sono state ricoverate in ospedale nelle ultime settimane. Molti si sono dovuti sottoporre all’amputazione degli arti e alcuni stanno aspettando di sapere se dovranno essere amputate. Tutto questo era ed è evitabile. Ed è totalmente inaccettabile”. La denuncia arriva da Georgina Brown, coordinatrice del progetto di Medici senza frontiere (Msf) in Lituania e in Lettonia -Paesi membri dell’Unione europea- dove decine di migranti e richiedenti asilo che cercano protezione nei due Paesi dell’Unione europea vengono brutalmente fermati dalle guardie di frontiera e poi respinti in Bielorussia.

Le conseguenze di queste politiche sono drammatiche: uomini, donne e bambini sono costretti a restare per giorni nelle foreste lungo il confine, in condizioni durissime, esposti al rigido clima invernale e temperature sotto lo zero. “Un ragazzo mi ha raccontato di aver trascorso una settimana nel bosco -riprende Brown-. Quando la polizia di frontiera lo ha preso ha sentito un dolore fortissimo ai piedi tanto da mettersi a piangere. Ha mostrato loro le sue condizioni ma lo hanno comunque respinto e successivamente ha dovuto sottoporsi a un’amputazione”. Medici senza frontiere chiede pertanto alle autorità lituane e lettoni di fermare tutti i respingimenti alle frontiere.

Nel corso dell’ultimo anno migliaia di persone provenienti da Paesi come Iraq, Repubblica democratica del Congo, Siria, Camerun e Afghanistan hanno tentato di attraversare il confine che divide la Bielorussia da Lituania, Lettonia e Polonia. Una rotta che ha visto crescere gli attraversamenti bollati come “irregolari” dalle istituzioni europee nella seconda metà del 2021, pur attestandosi su numeri assolutamente gestibili (meno di 8mila in tutto il 2021), anche a seguito dell’iniziativa del governo dell’autocrate bielorusso Aljaksandr Lukašėnka di concedere visti a persone provenienti da diversi Paesi del Medioriente e dell’Africa. Una volta arrivati a Minsk centinaia di persone sono state poi indirizzate dalle forze di polizia verso l’Unione europea, in buona parte vi sono arrivate anche in autonomia. A fronte di questa situazione -gonfiata sotto il profilo mediatico anche dall’Alto rappresentante della politica estera Ue- i tre Paesi confinanti hanno colto il pretesto per chiudere le frontiere e dichiarare l’emergenza, negando i diritti fondamentali delle persone in transito (abbiamo dedicato un capitolo ad hoc nel libro inchiesta “Respinti”).

“Parte delle persone che incontriamo oggi si trovavano in Bielorussia già da tempo, altre invece sono riuscite a entrare nel Paese più recentemente, sia attraverso il confine con la Russia sia in aereo dopo aver ottenuto un visto -spiega ad Altreconomia Norman Sitali di Msf-. Da qui cercano poi di raggiungere l’Unione europea ma in Lettonia e in Lituania gli agenti li intercettano e li fanno ritornare indietro, costringendole a restare bloccate nelle foreste al gelo, senza cibo né acqua. Questi respingimenti stanno diventando una prassi de facto”.

Prassi che non solo negano i diritti fondamentali delle persone in transito (come la richiesta d’asilo o l’accesso alle cure mediche) ma in questo periodo dell’anno mettono seriamente a rischio le loro vite. Nel corso dell’inverno 2021-2022, ricorda Medici senza frontiere, almeno 27 persone sono decedute lungo le frontiere tra la Bielorussia e i Paesi dell’Unione europea ma il numero reale potrebbe essere molto più alto. “Siamo sconvolti da questa pratica ricorrente -denuncia l’organizzazione- considerato che le rigide temperature in Lituania e Lettonia hanno conseguenze gravi, come assideramento e ipotermia. Nonostante le difficili condizioni della stagione invernale i respingimenti continuano quotidianamente, senza alcun rispetto per la dignità umana e i diritti di queste persone”.

Secondo quanto riferisce Medici senza frontiere nel corso dell’ultimo mese solo poche decine di persone sono riuscite ad attraversare il confine con Lituania e Lettonia: “Un numero che rappresenta solo della punta dell’iceberg -riprende Sitali-. Non sappiamo quanti migranti siano stati respinti, non sappiamo in quali condizioni siano e abbiamo sempre meno informazioni su quello che succede loro una volta che vengono abbandonati nei boschi”.

La mappa dei “centri di registrazione” dei migranti in Lituania © MSF

In Lituania la situazione è altrettanto difficile all’interno dei cosiddetti “centri di registrazione” per i migranti dove viene trasferito chi, dopo essere riuscito a entrare nel Paese, ha presentato domanda d’asilo: “Non possono essere definiti centri d’accoglienza -sottolinea Sitali- sono fondamentalmente luoghi di detenzione in cui le persone hanno un accesso limitato alle informazioni a cui avrebbero diritto. Qui si trovano anche migranti vulnerabili, che spesso vengono trattenuti per lunghi periodi di tempo con ricadute negative anche sulla loro salute mentale”.

Medici senza frontiere è presente all’interno di alcuni di queste strutture dove fornisce assistenza sanitaria di base e supporto psicologico alle persone ristrette, molte delle quali hanno subito torture o sono vittima di abusi sessuali. Lo scorso agosto l’organizzazione umanitaria ha denunciato come alcune nazionalità fossero maggiormente soggette rispetto ad altre a un prolungamento del periodo di reclusione all’interno dei “centri di registrazione” dopo la scadenza dell’ordine di detenzione. I cittadini nigeriani, ad esempio, erano il 16% delle 184 persone ristrette a Kybartai nel mese di agosto, ma tra coloro che avevano ricevuto un prolungamento dei termini di detenzione erano il 28%. Lo stesso vale per gli indiani che rappresentavano solo il 6% delle persone ristrette nella struttura ma “pesavano” per il 15% tra le proroghe.

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