Economia / Opinioni

Monete, austerità, banche: sono in corso trasformazioni profonde

Sul piano delle monete digitali si giocherà una partita decisiva, e non solo per gli speculatori. Di fronte a tutto questo, l’Unione europea discute ancora di antiche litanie, riproponendo i vincoli di bilancio. Ma la pandemia non è una parentesi. L’analisi di Alessandro Volpi

© Jason Dent - Unsplash

Nel mondo le transazioni senza utilizzo del contante hanno superato il 50%, con un’impennata negli ultimi cinque anni, che hanno registrato un incremento dell’80%. Un peso importante in questo fenomeno non è stato prodotto dalle criptovalute, a tutti gli effetti ancora meri oggetti speculativi, e neppure dalle monete digitali, definibili come stable coins. 

Ma è sempre più evidente che proprio su un simile piano -quello delle monete digitali- si giocherà una partita decisiva. 

Può accadere infatti che la Cina, ad oggi priva di una propria valuta internazionale, punti sulla creazione di un reminbi digitale per liberarsi della dipendenza dal dollaro, mentre la Federal reserve cercherà di mantenere la centralità del biglietto verde “digitalizzandolo” e usando anche piattaforme “private” come quella di Facebook. In questo scontro, dovrà entrar, in maniera inevitabile, l’Unione europea con l’euro digitale che, per essere competitivo, non potrà limitarsi a operare come un ulteriore strumento di pagamento, ma, molto probabilmente, sarà costretto a diventare la valuta con cui fare direttamente depositi presso la Bce. 

Gli effetti di queste trasformazioni saranno profondi perché da un lato renderanno più efficienti le politiche monetarie e dall’altro tenderanno a ridurre l’intermediazione bancaria, privata di fette crescenti dei vitali depositi. In altre parole, le tensioni geopolitiche per il controllo delle monete contribuiranno ad accelerare ulteriormente il processo, già in atto, di sparizione del contante, destinato a risultare sempre più residuale, al di là delle inevitabili, e forse legittime resistenze. Siamo, dunque, in presenza del rapido cambiamento dell’idea stessa di moneta, ben oltre le sue forme. 

Mentre sono in corso queste “grandi manovre”, il Vecchio continente pare invece ancora trastullarsi con antiche litanie. Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione Ue, non ha perso l’occasione della conferenza dei ministri europei delle finanze per sostenere che il 2022 sarà l’ultimo anno di sospensione del Patto di stabilità perché i vincoli di bilancio saranno ripristinati nell’estate del 2023. Se così fosse, sarebbe davvero un disastro. 

Siamo ancora in pandemia, non abbiamo alcuna certezza sulla ripresa dei redditi, gli effetti peggiori della crisi sono almeno parzialmente contenuti dal blocco dei licenziamenti, dalla moratoria sui prestiti e da un fiume di ammortizzatori sociali. L’inflazione è decisamente lontana e il commissario lettone, pur esistendo tutte queste condizioni, avverte l’impellente esigenza di affermare che è necessario tornare all’austerità per avere un euro inutilmente ancora più forte, nel momento in cui si è avviata la già accennata tendenza alla digitalizzazione delle monete, destinata ad operare come loro naturale corroborante. 

L’impressione è che troppi in Europa non abbiano capito cosa stia veramente succedendo. 

La pandemia non è una parentesi e i suoi effetti sociali vengono da lontano; non è il caso di tornare ad un pessimo passato, ormai definitivamente superato. Piuttosto sarebbe necessario mettere mano ad un’accelerazione delle regole bancarie, anche in vista della digitalizzazione. L’Antitrust europeo ha inflitto una pesante multa ad alcune grandi banche, tra cui Unicredit, Ubs e Nomura, accusandole di aver fatto cartello, nel periodo 2007-2011, per condizionare in maniera impropria i prezzi dei titoli del debito pubblico di Stati in difficoltà. In altre parole, mentre le economie nazionali tracollavano, mentre alla Grecia veniva imposta una ricetta durissima, mentre in Italia si introducevano riforme draconiane, i colossi del credito, tramite chat, sembra si accordassero per lucrare sui titoli di Stato più pericolanti, non di rado utilizzando la liquidità della Bce.
Più i Paesi si indebolivano, più facilmente il cartello bancario faceva plusvalenze. Alla luce di ciò, risulta sempre più auspicabile che la Bce finanzi direttamente gli Stati, come in realtà in parte già fa, evitando il “passaggio” attraverso le banche, in diverse circostanze inclini a pratiche poco edificanti nell’impiego della liquidità. Ancora una volta la prospettiva di un euro digitale, anche sotto forma di deposito presso la stessa Bce, potrebbe essere un efficace strumento di pressione. 

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento

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