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Ambiente / Intervista

Megan McCubbin. L’atlante delle specie a rischio

La zoologa e divulgatrice britannica analizza in un recente saggio venti tipologie di animali e piante a rischio estinzione e le storie di chi lotta per salvarle. Apprezzare la natura, spiega, è fondamentale per proteggerla

Tratto da Altreconomia 266 — Gennaio 2024
Megan McCubbin, 28 anni, è una zoologa, conservazionista, fotografa e presentatrice televisiva inglese. Ha lavorato per la Bbc e con Al Jazeera © Megan McCubbin

Per affrontare il cambiamento climatico o la perdita di biodiversità è necessario ripristinare il legame perduto con il Pianeta e le specie che lo abitano. Ne è convinta Megan McCubbin, zoologa, divulgatrice della Bbc e attivista per la biodiversità, autrice del libro “An atlas of endangered species” (“Un atlante di specie in pericolo”, Two roads, 2023). Nel volume illustra venti specie animali e vegetali a rischio e le lotte di scienziati, comunità indigene e cittadini per preservarle. “Ho scritto questo libro per spingere le persone ad apprezzare la natura e la biodiversità che ci circonda. Perché penso che sia più facile difendere ciò che si conosce e si apprezza”, racconta ad Altreconomia.

Il libro non si limita a raccontare le storie di specie note e al centro di campagne per la preservazione della biodiversità, come il rinoceronte bianco africano, la cui sopravvivenza è minacciata dai bracconieri che lo uccidono per il suo corno. Un destino che lo accomuna all’elefante asiatico, cacciato in India e Myanmar per le sue zanne e la pelle da cui si ricavano braccialetti e gioielli. O lo squalo martello, una delle specie più longeve esistenti sulla Terra, con 450 milioni di anni di storia, che rischia l’estinzione per colpa della pesca sia accidentale (quando finisce per errore nelle reti dei pescherecci commerciali) sia volontaria a opera di chi lo cattura per prelevare le pinne (il cosiddetto finning): una pratica crudele che porta alla morta dell’animale per annegamento.

Il traffico illecito di specie protette arriva inoltre a minacciare animali che non sono coinvolti direttamente in questo commercio. McCubbin scrive di come l’avvoltoio testabianca, diffuso in tutta l’Africa, sia regolarmente avvelenato e ucciso da chi caccia illegalmente sebbene non abbia alcun valore come trofeo. Il motivo: con il loro volo caratteristico e ben riconoscibile questi “spazzini” finiscono con il segnalare le carcasse degli animali uccisi dai bracconieri, esponendone così le attività illecite.

Nel saggio trovano spazio anche creature meno raccontate ma la cui importanza per l’ambiente non è secondaria. Come il verme luminescente, in grado di produrre un fenomeno di bioluminescenza analogo a quello delle lucciole e la cui presenza nelle campagne inglesi è minacciata dall’urbanizzazione. Per preservarlo sono stati avviati un progetto di ripopolamento e uno di monitoraggio, quest’ultimo reso possibile da un’iniziativa di citizen science. O l’orchidea “scarpetta di Venere” che ci ricorda come anche le piante siano spesso al centro di traffici illeciti e di come il commercio di specie protette possa essere alimentato anche da chi cerca una pianta esotica per il proprio appartamento. Per concludere con il bradipo pigmeo che vive nelle foreste del Sud America, la cui proverbiale pigrizia si rivela un’accurata strategia di adattamento. Il libro di McCubbin porta così a conoscere non solo i pericoli affrontati da queste e altre specie ma anche le speranze e le storie di coloro che ogni giorno si impegnano per tutelare la biodiversità in ogni angolo del Pianeta.

McCubbin, partiamo dall’inizio, per quale ragione ha deciso di scrivere questo libro?
MM Il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità sono argomenti soverchianti ed è comprensibile che la prima reazione sia l’ansia. Per questo ho voluto scrivere un testo che fosse d’ispirazione e che presentasse non solo la mia esperienza ma anche quella di tante persone che si trovano in prima linea nel tutelare la biodiversità. Si tratta di scienziati, ranger e comunità indigene, la cui voce andrebbe ascoltata. La mia motivazione era far conoscere queste storie per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle numerose specie straordinarie che popolano il Pianeta e per cercare di farle apprezzare.

Il suo libro si concentra su venti specie: sulla base di quali criteri le ha scelte?
MM Quelle attualmente classificate a rischio dall’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn) sono oltre 42mila, di conseguenza non è stato facile scegliere. Mi sono basata su due criteri. Il primo: includere diversi tipi di specie, tra cui uccelli, mammiferi, pesci, rettili, persino insetti e piante. Il secondo: non limitarsi a poche regioni al mondo, ed è per questo che il libro è diviso in due parti, una per ciascun emisfero. Ma a parte questo, il modo in cui ho selezionato cosa raccontare è stato quello di lanciare un appello su Twitter in cui scrivevo di voler contattare persone che lavorano o vivono a contatto con animali o piante a rischio, per conoscere e raccontare le loro storie. Sono stata sorpresa dalla quantità di risposte che ho ricevuto e sono venuta a contatto con molte realtà interessanti di cui non ero a conoscenza.

Ad esempio, prima di iniziare questo lavoro, non sapevo nulla sulla stella marina girasole, che nel 2013 ha subito una grave moria a causa di una patologia chiamata “Sindrome da deperimento”, che ha portato a una riduzione del 90% della sua popolazione. Anche se l’origine della malattia non è del tutto chiara, sappiamo che la sua diffusione è fortemente correlata al cambiamento climatico e al riscaldamento delle acque dei mari e degli oceani.

Una stella marina a girasole © stock.adobe.com

Tra le specie che lei racconta c’è il kakapò (Strigops habroptila), un pappagallo originario della Nuova Zelanda di cui però rimangono ormai pochi esemplari. Un lettore potrebbe chiedersi se valga la pena salvare questo animale.
MM Quando la popolazione rimanente è così ristretta ci si inizia a porre una questione etica: se e quante risorse destinare alla sua tutela. Inoltre, quando si ha a che fare con un numero così esiguo di esemplari, si rischia di incorrere in problemi come la consanguineità, un fattore che sta portando a diversi casi di infertilità nei kakapò. Tuttavia, penso che abbiamo la responsabilità di cercare di invertire la tendenza, dal momento che siamo la specie che sta causando l’estinzione.

Questi uccelli non sarebbero a rischio se non fosse stato per l’introduzione da parte dell’uomo di animali come i ratti, che si nutrono delle loro uova, o per il cambiamento climatico e la perdita dei loro habitat. Se i coloni che arrivarono per primi nelle isole della Nuova Zelanda nell’Ottocento non erano a conoscenza dei danni che avrebbero causato, noi oggi ne siamo certamente consapevoli. E se possiamo impiegare le nostre risorse per salvare una specie, dovremmo assolutamente farlo.

Proprio con questo pappagallo stiamo ottenendo risultati importanti: la sua popolazione era così esigua da far pensare che fosse estinto, attualmente rimane ristretta -intorno ai 300 esemplari- ma stiamo assistendo a una crescita considerevole, grazie anche al lavoro scientifico in atto. Inoltre, imparando dagli errori che abbiamo commesso nel nostro rapporto con l’ambiente sarà possibile non commetterli nuovamente in futuro.

Domanda volutamente ingenua: a che cosa porterebbe l’estinzione del kakapò?
MM È un simbolo molto importante per la Nuova Zelanda e una tra le tante specie di uccelli endemici dell’arcipelago (come il kiwi, diventato simbolo del Paese, ndr). È diventato un emblema della conservazione per tutti gli uccelli a rischio a causa della perdita del proprio habitat o per la presenza di mammiferi invasivi come gatti o ratti. Permettere l’estinzione significherebbe perdere una battaglia significativa. Penso sia un esempio molto importante, per quanto riguarda la conservazione dei volatili, perché aiuta a sensibilizzare l’opinione pubblica non solo per quanto riguarda l’animale in sé, ma anche per la salute della foresta, per la tutela delle altre specie di uccelli che vivono al suo fianco.

Il kakapò (parola maori che significa “pappagallo notturno”) è una specie autoctona della Nuova Zelanda gravemente minacciata dall’estinzione a causa dell’introduzione sull’isola di ratti e altri mammiferi che si cibano delle sue uova. Attualmente la specie conta circa 300 esemplari ed è oggetto di un intervento di tutela che sta dando risultati incoraggianti © stock.adobe.com

L’ultima delle specie animali presentata nel libro è l’essere umano. Si tratta davvero di un animale a rischio estinzione?
MM Come spiego nel libro non siamo in pericolo, anzi siamo uno degli animali più diffusi sul Pianeta e in quanto tali non siamo immuni all’estinzione: la vita sulla Terra continuerà anche dopo la nostra scomparsa. L’aspetto che avrà, però, dipenderà molto dalle nostre azioni: abbiamo l’occasione di eliminare i combustibili fossili oppure essere la causa di una sesta estinzione di massa.

Spesso mi chiedono che cosa si può fare e le risposte possibili sono tante. Possiamo, ad esempio, rendere i nostri spazi il più possibile selvaggi, anche chi ha un giardino o un balcone può fare qualcosa per favorire la presenza della fauna selvatica. Ma credo che l’azione più importante che tutti noi possiamo compiere come individui sia usare la nostra voce per spingere i politici, i decisori e le aziende a percorrere la strada per una giusta transizione.

Ritiene sia necessario un cambio di paradigma verso la natura?
MM Ne sono convinta. È fondamentale ricordarsi che non siamo al di sopra della natura ma una parte importante di essa. Siamo tutti animali e siamo davvero fortunati a essere vivi su un Pianeta così bello e ricco di biodiversità. Mi sento molto fortunata a poter uscire all’aperto, esplorare le foreste o incontrare gli animali che spesso frequentano il mio giardino. Si tratta di apprezzarla e di capire qual è il nostro posto all’interno del sistema, perché abbiamo sviluppato una mentalità che ci ha allontanato dalla natura.

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