Altre Economie / Opinioni

“Mediterraneo Sociale”: cronaca di una liberazione sociale

Un’esperienza nata nel 1979 a Somma Vesuviana (NA) che con il tempo ha messo da parte il “welfare risarcitorio” e lasciato spazio a una nuova economia della reciprocità. Le “idee eretiche” di Roberto Mancini da Altreconomia 199

Tratto da Altreconomia 199 — Dicembre 2017
© Pagina Facebook del progetto "Mediterraneo Sociale"
© Pagina Facebook del progetto "Mediterraneo Sociale"

Un metodo carico di futuro. È quello che si sta realizzando nell’area napoletana e in particolare a Somma Vesuviana grazie al lavoro del consorzio di comunità di accoglienza denominato “Mediterraneo Sociale”. Sorto da una comunità terapeutica fondata nel 1979, il consorzio è cresciuto e ha preso la forma di una rete di molte comunità impegnate sul terreno della lotta alle dipendenze, dell’accoglienza dei minori con storie familiari e giudiziarie complicate, dell’inclusione delle persone migranti, dell’agricoltura biologica e sociale. Il presidente di “Mediterraneo Sociale”, Salvatore Esposito, spiega che si tratta di sperimentare “la morte del welfare risarcitorio per una nuova economia della reciprocità” (S. Esposito, Acciuffare la luna. Comunità locali sostenibili, Edizioni Iod, Napoli 215, p. 44).

Per attuare la svolta il consorzio sta realizzando a Somma Vesuviana, nella struttura di un ex convento, un centro di economia locale sostenibile che svolge la sua attività produttiva mediante l’apertura di un ristorante, l’inaugurazione di una scuola di calcio e la coltivazione biologica di terreni agricoli annessi alla struttura. Lo scopo essenziale di questo progetto non è tanto quello di sviluppare la nuova struttura, chiamata “Parco Mediterraneo”, quanto quello di far fiorire il quartiere intero mediante le attività, la presenza e l’impulso creativo della comunità. Si tratta non di far vivere una comunità d’accoglienza in più, ma di promuovere la gestazione di una comunità locale sostenibile, in grado di costruire una sua economia equa, democratica, ecologica, fondata su dinamiche di reciprocità e mai di sfruttamento. In tal modo si generano sia lavoro vero sia una condizione di vita diversa per quanti appartengono alla comunità di “Parco Mediterraneo” e al tempo stesso per chi intreccia relazioni con loro. Questo metodo inclusivo avvia il superamento di una serie di dannose dicotomie mediante la liberazione tanto delle persone quanto delle loro forze produttive. Il criterio illuminante, qui, sta nel passaggio dal mero ricorso ai sistemi di difesa (assistenza, ripiegamento nella piccola comunità, azione solo interna degli operatori) all’espressione delle forze creative di persone, comunità e istituzioni.

È come se un soggetto abituato a restare ripiegato su se stesso si sollevasse sulle proprie gambe, cominciando ad affrontare la realtà a viso aperto e attivando cuore, mente, braccia, talenti, libertà. Così vengono superate le barriere tra operatori e utenti, tra il sociale e l’economico, tra la piccola comunità a sé stante e la comunità civile del territorio. E si promuove il superamento della dipendenza (degli assistiti dalla struttura e dagli operatori, degli operatori dall’istituzione pubblica che retribuisce le prestazioni) e dell’indifferenza (della comunità civile territoriale nei confronti della piccola comunità). Se nel modello del welfare assistenziale si risponde alle povertà e alle dipendenze con una nuova dipendenza, quella dai finanziamenti dell’ente pubblico, nell’esperimento di Somma Vesuviana si risponde scoprendo la libertà collettiva di porsi come cittadini attivi e lavoratori che producono reddito con dignità e consapevolezza.

Nel sogno di “Parco Mediterraneo” l’economia è intesa non più come esercizio di produttività orientata al fine assoluto del profitto, bensì come attività di cura verso le persone, la comunità civile e la natura. Credo che questo sia un riferimento esemplare anche per aziende, cooperative, associazioni e gruppi di acquisto solidale, che possono sperimentare a loro volta il metodo del legame tra accoglienza, generazione di lavoro, animazione civile sul territorio e bioagricoltura.  Serge Latouche ha colto in questo esperimento la via fondamentale per la ri-territorializzazione comunitaria dei territori che dà seguito concreto all’intuizione della prospettiva della decrescita e, aggiungerei, alla promessa della democrazia come forma di vita collettiva equa, pacifica, solidale ed ecologica.

Roberto Mancini insegna Filosofia teoretica all’Università di Macerata. Nel 2016 ha pubblicato “La rivolta delle risorse umane. Appunti di viaggio verso un’altra società” (Pazzini editore)

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