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Lo “stallo” sull’operazione immobiliare di San Siro e il futuro del quartiere

Le società di Milan e Inter promettono la rigenerazione urbana della zona e delle case popolari ma per i comitati degli abitanti si tratta di fumo negli occhi. Facciamo il punto della situazione tra ricorsi al Tar, richieste di referendum, dibattito pubblico e lo “spauracchio” di Sesto San Giovanni

© Simone Daino, unsplash

Nel quartiere San Siro di Milano “i servizi territoriali sono assenti, non esiste uno spazio aggregativo e i servizi sono carenti per tutti”, denuncia il comitato degli abitanti. Che aggiunge: “Ci sono centinaia di case vuote e riscaldate di inverno e nel frattempo ci sono centinaia di persone in mezzo a una strada. A due passi dallo stadio esiste un’altra città, una delle periferie più centrali di Milano, un quartiere che sarà ancora più gentrificato”. Per molti residenti del quartiere l’idea che si possa abbattere il celebre stadio intitolato a Giuseppe Meazza per costruirne un nuovo (e attorno a questo una serie di “servizi dedicati” e ulteriori volumi immobiliari) non viene vissuta come una priorità né come una possibilità. Per Romano, cresciuto nel quartiere, “è solo questione speculativa. In più, da progetto, diminuiranno notevolmente i posti allo stadio, i biglietti saranno decisamente più cari e di fatto ci sarà una selezione su base economica, esattamente quello che sta accadendo in altre parti della città. Diventerà una zona senza un anima, non stiamo parlando solo di una struttura sportiva”.

San Siro è un quartiere spaccato in due, dove la tranvia fa da frontiera fisica tra le villette e le case popolari. Chi in città vorrebbe vedere realizzato il progetto per la costruzione di un nuovo stadio, voluto da Milan e Inter, dice che l’iniziativa aiuterà a rigenerare il quartiere. Forse non è un caso che il 26 ottobre 2021 il Comune di Milano abbia firmato un protocollo d’intesa con Regione Lombardia, Aler Milano e la Prefettura per “l’attivazione di interventi che hanno come comune obiettivo la riqualificazione urbanistica e sociale del Quartiere San Siro”. Anche se Basilio Rizzo, che per 38 anni è stato in Consiglio comunale e vive da sempre nel quartiere, ricorda di aver “sentito tante volte parlare della riqualificazione di San Siro” che fa fatica a credere “che ci sarà un intervento reale”. Per l’ex consigliere (tra i capofila di uno dei ricorsi al Tar che sta bloccando il progetto delle due società) “il cuore del problema è tutto ciò che si vuole costruire attorno all’impianto sfruttando la cosiddetta ‘Legge sugli stadi’ -spiega-. È un’operazione immobiliare sul quartiere, serve parlarne così per cogliere la portata della reazione dei cittadini”.

La vulgata che vuole legare la costruzione del nuovo stadio al quartiere, sottolinea Rizzo “è semplicemente fumo negli occhi. Un tentativo patetico di dire che l’operazione si fa perché in questo modo si trovano i soldi per intervenire sulle case popolari. E se lo stadio dovesse essere realizzato da un’altra parte le case popolari si lasciano così come sono?”. A oggi però sono poche le certezze sul futuro dell’impianto. Sul sito delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026 si continua a leggere che la cerimonia di apertura dei Giochi si svolgerà al suo interno. Le due società hanno fretta e negli ultimi mesi del 2021, soprattutto dopo l’approvazione della delibera della dichiarazione di pubblico interesse per il nuovo impianto, la strada sembrava spianata. A smorzare gli entusiasmi sono stati due ricorsi al Tar (quello presentato dai comitati Coordinamento Meazza e Sì Meazza con 67 cittadini di Milano oltre a quello presentato Basilio Rizzo con una cinquantina di abitanti del quartiere e l’associazione Gruppo Verde San Siro) e un percorso referendario di due quesiti per chiedere di abrogare la delibera di conferma dell’interesse pubblico e salvaguardare l’attuale stadio per riqualificarlo tramite un concorso internazionale. Interventi “dal basso” che hanno mostrato l’opposizione al progetto da parte di una fetta del quartiere e della città.

Pur di portare a casa il risultato, Milan e Inter si sono dette pronte ad affrontare il dibattito pubblico, strumento normativo “di partecipazione civica, introdotto dal nuovo Codice degli appalti e da apposite linee guida nazionali” ma dall’altra, anche a mezzo stampa, fanno pressione minacciando di traslocare altrove (a metà marzo è spuntata l’opzione di Sesto San Giovanni, nella periferia Nord di Milano). Il dibattito pubblico, però, non è una concessione. Il comportamento delle società è “la conferma dello stallo” in cui ci si trova, riflette Luigi Corbani, già vicesindaco della città e assessore alla Cultura, ora membro del comitato Sì Meazza. Corbani è scettico perché se il dibattito “venisse fatto su un dossier delle due società sino-statunitensi e non su una delibera del Comune che chiarisce cosa si vuole fare con il Meazza in San Siro è pura perdita di tempo”. I tempi tecnici, tra la nomina del coordinatore e la presentazione del nuovo progetto da parte delle società porta direttamente all’estate, quando presumibilmente saranno arrivate le pronunce del Tar e si saprà se il referendum cittadino si potrà fare. Secondo Paola del centro sociale Cantiere, uno dei pochi spazi di aggregazione in zona, “dobbiamo costruire città con una migliore qualità della vita, spazi verdi, case e scuole sicure per tutti e tutte. Nessuna persona dai più piccoli ai più grandi deve essere invisibile o esclusa in base al reddito o al Paese di provenienza. Se non si parte dal garantire gli stessi diritti a tutti e tutte non si può parlare di ‘riqualificazione’ ma solo dell’ennesima speculazione a favore di pochi e a discapito dei tanti”.

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