Ambiente

L’impronta del latte

Le classi medie di Cina, India e Brasile trainano l’aumento dei consumi su scale mondiale, e l’inquinamento degli allevamenti industriali diventa un pericolo globale

Tratto da Altreconomia 135 — Febbraio 2012

I Paesi di più recente sviluppo industriale hanno sete di latte e fame di burro e formaggi. In particolare nel Sud-est asiatico, Sud America e Medio Oriente, aree nelle quali l’incremento del prodotto interno lordo (Pil) pro capite e l’abbandono dei regimi alimentari tradizionali verso diete “più moderne”, con una maggiore presenza di proteine animali, sta facendo lievitare la domanda del bianco alimento. Si tratta di una tendenza iniziata qualche anno fa, che sta spostando il baricentro del mercato lattiero-caseario mondiale e avrà ripercussioni importanti sotto il profilo economico e ambientale, sia nelle aree a lunga tradizione di allevamento bovino -Unione europea ed Italia compresi-, sia nei Paesi che si stanno affacciando ora su questo mercato.
Assolatte, l’associazione di categoria delle industrie lattiero-casearie italiane in seno a Confindustria, stima una crescita del mercato mondiale dell’1,1% l’anno nelle prossime stagioni. Saranno proprio i Paesi di sviluppo industriale più recente a sostenere la crescita: secondo dati dell’International Dairy Federation, un organismo internazionale che raggruppa le principali aziende di settore, nel biennio 2007-2009 il consumo mondiale di burro si è stabilizzato a quota 9,7 miliardi di tonnellate l’anno, ma le previsioni al 2019 indicano un incremento a 12,3 miliardi di tonnellate l’anno, il 73% delle quali indirizzate ai Paesi non Ocse (Africa, Asia, Medio Oriente, Europa Orientale, ex Unione Sovietica, Centro e Sud America). Discorso analogo per i formaggi (da 19,3 a 23,1 miliardi di tonnellate) e per il latte intero in polvere (da 4,2 a 5,5 miliardi di tonnellate nel 2019, l’83% venduto nei Paesi non Ocse).
“La domanda mondiale di latte è in crescita perché sta aumentando la popolazione -spiega Daniele Rama, docente di Scienze agrarie all’università Sacro Cuore di Piacenza- ma anche perché in alcune zone si sta verificando una crescita economica rilevante. Soddisfatti i bisogni principali, molti consumatori possono rivolgersi a beni considerati di lusso: latte e formaggi sono prodotti della tradizione europea e nordamericana, quindi c’è una sorta di emulazione dei nostri modelli di consumo”. Saturati i mercati di sbocco dei Paesi occidentali (in alcune aree il consumo di latte e derivati supera i 220 chilogrammi pro capite/anno, contro una media mondiale di poco superiore ai 105) ora l’attenzione si sposta sui Paesi più promettenti e ricettivi per alimenti industriali a base di latte vaccino, come cibo per l’infanzia, prodotti dolciari, formaggi. Una dinamica, questa, foraggiata dalle multinazionali del settore, che stanno affilando le armi per aprire questi mercati a suon di acquisizioni di aziende e marchi locali, land grabbing e pubblicità nei confronti dei nuovi consumatori, tra immagini di pascoli in fiore in cui ruminano placidi bovini felici e spot con famigliole sorridenti, dal nonno al neonato, tutti con il bicchiere di latte in mano. Perché il target su cui le aziende (vedi box) stanno puntando nei Paesi di recente sviluppo è quello di una neoborghesia urbana, famiglie con bambini, che vogliono investire sulla corretta alimentazione dei pargoli, così com’è accaduto nella società europea del boom economico post bellico, accrescendo la quota di proteine animali che giunge sulle loro tavole. “Il mercato mondiale di latte e derivati -spiega un’analista del Clal, società italiana di consulenza sul settore lattiero-caseario attiva dal 1962- si fonda su quattro prodotti principali: formaggi, burro, latte intero in polvere e latte scremato in polvere. Questi ultimi possono essere reidratati per il consumo umano o per la trasformazione in derivati del latte come i formaggi, oppure come ingrediente per gelati e altri prodotti dolciari. Le cinque maggiori nazioni esportatrici sono gli Usa, la Nuova Zelanda, l’Argentina, l’Australia e l’Unione europea, seguite da Uruguay, Cile e Ucraina. Il primo player sul mercato mondiale del latte in polvere è la Nuova Zelanda, che con circa 2 milioni di tonnellate commercializzate nel 2010 ne detiene circa la metà”. Lunga la lista dei Paesi che acquistano polvere di latte: dalla Cina a tutto il Sud-est asiatico, fino a Nigeria, Venezuela, Egitto, Messico, Russia. Ma anche la produzione di latte nei Paesi di recente sviluppo è in aumento: secondo dati Ismea, nel 2010 la Cina ha accresciuto la sua produzione del 2,4%, il Messico del 2,8%, il Brasile del 4%, l’India del 4,5%. In alcune zone stiamo assistendo a un’accelerazione produttiva senza precedenti, che pone interrogativi sulle future ripercussioni ambientali degli allevamenti bovini industriali destinati alla produzione di latte. In particolare per l’inquinamento da nitrati di suolo e falde acquifere e per la creazione della filiera dell’alimentazione degli animali, che ruberà terreni destinati a produrre derrate alimentari per l’uomo. “Un incremento importante degli allevamenti mondiali, come quello che in India e in Cina si sta registrando già da qualche anno, provocherà senza dubbio un incremento della quantità di emissioni di CO2 derivanti dalla presenza di foraggiere e delle deiezioni animali” spiega Giampiero Calzolari, presidente di Granarolo. “L’aumento della produzione mondiale -concorda l’analista del Clal- pone tutti gli attori della filiera di fronte a una profonda problematica ambientale. Una forte concentrazione di stalle di grandi dimensioni in alcune zone porta a problemi legati alle deiezioni animali e al loro smaltimento senza dispersioni”. In Italia, la Pianura Padana, con i suoi 10mila allevamenti bovini è un chiaro esempio di “saturazione produttiva”, soprattutto dopo l’approvazione della Direttiva nitrati da parte della Ue, che introduce regole più stringenti per l’utilizzo degli effluenti di allevamento (letami e liquami), sparsi come fonti di azoto per uso agronomico, ma che finiscono per inquinare le falde acquifere sottostanti. “Quattro regioni settentrionali -spiegano da Assolatte-, cioè Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, oggi rappresentano l’80% della produzione di latte bovino italiano, circa 11 milioni di tonnellate l’anno. Che non riesce a coprire il nostro fabbisogno, visto che importiamo un 30-40% dall’estero, soprattutto da Germania, Francia e Austria”. “Anche dopo il 2014, anno in cui il regime produttivo fondato sulle quote latte sarà superato, liberando i produttori dai vincoli produttivi ora imposti, l’Italia -conclude Cazolari- non potrà incrementare il numero degli allevamenti o la loro dimensione, proprio a causa della configurazione del nostro territorio e alle regole più stringenti in fatto di tutela dell’ambiente”.—

Un mercato bollente
Fiutato il business, i grandi player del mercato del latte si muovono per mettere “ordine” nel settore. Secondo dati International Dairy Federation, al vertice del mercato siede la svizzera Nestlé, con un fatturato di 27,3 miliardi di dollari, seguita da due francesi, Danone e Lactalis, che nel 2009 hanno realizzato un fatturato rispettivamente di 16 e 11,8 miliardi di dollari, e un’olandese, Friesland Campina, con un fatturato di 11,4 miliardi di dollari. Ma è dalla girandola di acquisizioni di aziende e marchi, alcune con una dimensione locale, altre con una taglia multinazionale, che emerge tutta l’adrenalina che attraversa il mercato lattiero globale. Nel 2010, per esempio, Danone e la russa Unimilk hanno stipulato una partnership per il promettente mercato delle ex repubbliche sovietiche, stimato in 2 miliardi di dollari l’anno. Lactalis, gruppo controllato dalla famiglia Besnier, nel 2010 ha acquistato le due principali aziende spagnole, Forlasa e Ebro Puleva, quest’ultima leader del mercato iberico con un fatturato di 600 milioni di dollari. Nell’estate 2011 Lactalis ha messo le mani su Parmalat: con 2,4 miliardi di euro ha messo le mani sul ricco portafoglio di marchi dell’azienda di Collecchio (Pr), presente nei Paesi di recente sviluppo, soprattutto in Sud America. Alcuni osservatori ritengono che la strategia sarà quella di produrre in Italia con latte d’importazione, usando il marchio italiano come “ariete”. La frenesia di acquisire riguarda anche la cinese Bright Diary, che ora controllo la neozelandese Synlait, mentre Fonterra, cooperativa neozelandese con un fatturato di 9,6 miliardi di euro, ha deciso di investire in Cile.

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