Ambiente / Reportage

L’impegno dei produttori del Roero contro i diserbanti chimici in vigna

In Piemonte i soci del Consorzio di tutela si apprestano a chiedere ai Comuni del distretto di vietare l’uso delle sostanze. Tra i filari si è tornati al diserbo meccanico, perché anche la biodiversità delle infestanti è importante

Tratto da Altreconomia 238 — Giugno 2021
Federico Almondo, 35 anni, produttore di Montà d’Alba (Cuneo) © Maurizio Bongioanni

Nel Roero, nel Sud del Piemonte, qualcosa sta cambiando in fatto di diserbo chimico nei vigneti. Lo dimostra la proposta lanciata dal Consorzio tutela del Roero ai 19 Comuni rappresentati: vietare l’uso di pesticidi nelle vigne e favorire il diserbo meccanico. Una richiesta che arriva dai diretti interessati: sono proprio i produttori vinicoli e i soci del Consorzio a chiedere alle amministrazioni locali di modificare il proprio regolamento di polizia rurale e introdurre il veto ai diserbanti chimici.

In attesa che i sindaci del Roero si esprimano (un incontro tra consorzio e sindaci è in programma proprio nel mese di giugno 2021), la proposta del Consorzio è il segno che sempre più produttori stiano scegliendo di gestire in maniera più sostenibile le piante infestanti nelle proprie vigne. Un occhio all’ambiente ma anche alla salvaguardia della propria salute. “Sono più di dieci anni che abbiamo abbandonato il diserbo chimico in vigna”, racconta Federico Almondo, trentacinquenne produttore di Montà d’Alba (Cuneo) e tra i componenti del direttivo del Consorzio. Le sue vigne sono verdi e rigogliose e il sottofila intorno ai tralci è ricco di piantine di bassa altezza e diverse tra loro. Almondo ha scelto il diserbo meccanico con il decespugliatore e con una fresa interfilare in grado di tagliare l’erba tra i ceppi.

“L’uso dei diserbanti chimici si è sviluppato a partire dagli anni Sessanta, quando allo stesso tempo si cominciavano ad usare i concimi chimici -racconta Federico-. Questi ultimi danno un apporto di azoto molto alto al terreno, cosa che facilita la proliferazione di piante infestanti. A quel punto sono stati introdotti dei diserbanti in grado di annientare in maniera economica queste piante”. Un circolo vizioso, da cui però si può uscire. “Il primo anno senza diserbo è quello più faticoso, perché le infestanti più recidive crescono continuamente. Dopo il secondo o terzo anno, il terreno e le varie erbe si equilibrano e imparano a convivere”. Federico strappa una piantina e spiega: “Se trovi solamente un tipo di pianta nel sottofila, stai sicuro che si riprodurrà più facilmente. Se invece lasci che il terreno si equilibri, le infestanti saranno diverse ed entreranno in competizione tra di loro. Passo con il decespugliatore a più riprese ma settorialmente, solo dove serve e per piccoli tratti”.

La biodiversità delle infestanti, quindi, è la chiave per avere vigne di qualità e senza diserbo chimico. Di questo è sicuro anche Edmondo Bonelli, agronomo che ha curato uno studio per il Consorzio di tutela del Roero: “Quello del diserbo è un discorso vasto ma una cosa è certa: almeno in viticoltura ne potremmo fare a meno. Perché la vite è un arbusto a basso fusto e non ha timore dell’erba infestante. Cioè la vite non smette di produrre per via delle erbacce. Purtroppo al momento non esiste un diserbo naturale anche se se ne stanno sperimentando diverse forme. L’alternativa è il diserbo meccanico. Si utilizzerà più gasolio per far funzionare decespugliatori e trattori, ma i vantaggi nell’abbandonare il diserbante chimico sono diversi: in primis perché, durante il processo di degradazione del diserbante nel terreno entrano in azione i metaboliti. Batteri, calore, acqua e tanto altro entra in contatto con la molecola chimica alla base dei diserbanti. Non conosciamo, quindi, gli effetti a lungo termine delle molecole una volta entrate nel ciclo biologico. E poi perché uccidiamo la biodiversità della vigna: eliminando le infestanti eliminiamo anche tutta una serie di animali che dipendono da queste piante, tra cui insetti e a loro volta gli uccelli”.

Quindi, impoverimento del terreno e residui in natura. Uno studio condotto da Arpa Piemonte e Ispra e pubblicato a inizio 2021 ha dimostrato la presenza di glifosato nelle acque superficiali e sotterranee delle aree vinicole di questa zona, combinate a molecole di fungicidi come il dimetomorph (che ha un’azione endocrina ed è ritenuto pericoloso e persistente per l’ambiente acquatico) e il chlorpyrifos il cui uso è stato abolito nell’Unione europea a partire dal 16 aprile 2020 per gli effetti tossici sulla salute umana, sulle api e di nuovo sugli organismi acquatici.

“Eliminando le infestanti eliminiamo anche tutta una serie di animali che dipendono da queste piante, tra cui insetti e a loro volta gli uccelli” – Edmondo Bonelli

Dati gli effetti nocivi, perché è così difficile vietare l’uso del diserbo chimico nel disciplinare nazionale? “Al momento non c’è uno studio che dimostri che l’uva senza diserbo sia di qualità superiore a quella con diserbo”, spiega Bonelli. Questo nella teoria. Nella pratica, i produttori non sono d’accordo. “Un’uva che cresce in un ambiente più sano, secondo me è di qualità maggiore, anche se non ci sarà mai questo riconoscimento dal punto di vista formale”, aggiunge Almondo.

Una vigna nel Roero
Una vigna nel Roero, pregiata area di produzione vinicola nel Sud del Piemonte © Maurizio Bongioanni

“I viticoltori sono i mantenitori del paesaggio”, racconta ancora Federico, mentre “scarzola” a mano il tralcio, ovvero sceglie quali germogli tenere e quali staccare. “Nel costo del vino è anche compresa la tutela e la manutenzione di un territorio, che deve rimanere bello e sano”. A maggior ragione, questo aspetto deve essere sottinteso per chi compra una bottiglia di Barolo o Barbaresco, tra i vini più pregiati -e costosi- del mondo e che si producono nelle colline di fronte a quelle del Roero. Langhe e Roero sono inserite dal 2014 -insieme al Monferrato- nelle aree sottoposte alla tutela Unesco, in quanto patrimonio dell’umanità e quindi la tutela del paesaggio vitivinicolo è in cima alle priorità. Pertanto sembra scontato che la sfida lanciata dal Consorzio di tutela del Roero venga raccolta da altri produttori, cooperative e consorzi. Ma proprio il Consorzio tutela Barolo Barbaresco non sembra disposto ad adottare una proposta analoga, almeno non nel breve. “Il tema del diserbo chimico è ampio -spiega il direttore, Andrea Ferrero-. Tutti vogliamo il massimo rispetto per l’ambiente, ma preferiamo non far cadere decisioni dall’alto sui produttori. Posso avere colline senza diserbo e dall’altra 30 tir al giorno che vanno su e giù dalla collina. Per questo ci siamo concentrati nel risolvere questioni legate al miglioramento della logistica e la tutela della manodopera stagionale”. Secondo il direttore, quindi, la scelta di usare meno diserbante dipende dal percorso culturale di ciascun produttore “già molto sensibile all’argomento. Crescono le aziende biologiche, e questo è un segnale in tale direzione”. Il Consorzio conferma di non aver avviato iniziative pratiche su questo fronte. “Sul diserbo si sta creando molta confusione: non c’è alcun residuo di questo tipo nelle bottiglie”.

“Nel costo del vino è anche compresa la tutela e la manutenzione del territorio, che deve rimanere bello e sano” – Federico Almondo

Sono numerosi i produttori di Barolo e Barbaresco che il diserbo non lo usano. Tra questi c’è Carlotta Rinaldi, dell’omonima cantina di Barolo. Marta e Carlotta, figlie d’arte di papà Giuseppe “Citrico” Rinaldi, rappresentano la nuova generazione del vino rispettoso dell’ambiente sulla collina di Barolo. “Purtroppo l’anno scorso, durante la prima fase di lockdown, con la scusa di non avere abbastanza manodopera stagionale e un po’ per l’assenza di turisti e giornalisti, c’è stato un vergognoso ritorno alla pratica del diserbo, anche su colline di pregio simbolo del Barolo”, racconta Carlotta. “I vigneti Brunate di Barolo, tra le colline simbolo della zona, sono stati violentati dal giallo-ramato del diserbo. E quest’anno di nuovo. Mi fa pensare che in realtà non ci sia mai stata una presa di coscienza disinteressata del problema”. In passato, sulle colline dei Cannubi di Barolo è stato sperimentato un biodistretto sull’esempio di Panzano in Chianti, dove tutti i produttori si sono convertiti alla coltivazione biologica e le amministrazioni hanno esteso il divieto dell’uso di pesticidi anche al verde urbano. Ma mentre in Toscana il progetto ha coinvolto in modo unanime il territorio, qui a Barolo molti hanno abbandonato l’iniziativa. “Non sto dicendo che dovremmo convertirci necessariamente al biologico, ma tornare a un’agricoltura accettabile questo sì -conclude Carlotta-. Non sono ottimista. Nel comune di Barolo, dove mia sorella Marta è stata anche consigliere comunale di minoranza, si è tentato di portare attenzione sul tema, ma senza successo. L’ennesima dimostrazione che su questo argomento c’è ancora molto da fare”.

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