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Ambiente / Approfondimento

L’impatto delle concerie: dalla Toscana sott’acqua ai distretti di Veneto e Campania

L’alluvione di inizio novembre in Toscana rischia di aggravare il problema della contaminazione causata dalle industrie conciarie del distretto di Santa Croce sull’Arno (Pisa), e in particolare dai cumuli dei fanghi essiccati, i Keu. Le lotte dei comitati e le inchieste della magistratura. Anche altri territori sono coinvolti

I cumuli di Keu nel Green Park di Pontedera dopo l'alluvione che ha colpito la Toscana © Enrico Mazzuoli

L’alluvione in Toscana di inizio novembre ha fatto riemergere prepotentemente un problema mai risolto: quello della contaminazione causata dalle concerie del distretto di Santa Croce sull’Arno (PI). L’acqua ha raggiunto e inondato infatti anche il “Green Park” di Pontedera, un’ampia area destinata a una lottizzazione nel tempo bloccata ma dove sono stoccati 13 grandi cumuli di fanghi essiccati (i cosiddetti Keu) provenienti dai depuratori delle concerie.

“Questi cumuli, coperti solo da tendoni, contengono metalli pesanti, tra cui cromo esavalente. Furono sequestrati nel 2021 nell’ambito dell’inchiesta Keu avviata dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Firenze sul traffico illecito di rifiuti -spiega Maurizio Rovini, del Comitato Valdera avvelenata-. Dovevano essere portati via il prima possibile e l’area bonificata, ma nessuno lo ha fatto in un continuo rimpallo di responsabilità e battaglie legali tra Comune e proprietà. Di ritardo in ritardo è arrivata l’alluvione, i cumuli sono stati raggiunti dall’acqua e ora la bonifica è molto più complessa e forse impossibile. Se la contaminazione è scesa alle falde acquifere, si profila un disastro ambientale, con responsabilità anche istituzionali. Per questo il 9 novembre abbiamo presentato un esposto all’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana (Arpat), Asl Toscana Nord, al Comune di Pontedera e per conoscenza alla Procura di Pisa in merito. Anche perché è evidente che il Keu non è un inerte, come si pensava fino a qualche anno fa, ma può trasformarsi, in presenza di acqua, in una pericolosissima bomba ecologica”. 

Il riferimento è alle ricerche eseguite dall’Università di Pisa nella prima fase dello studio realizzato nell’ambito della collaborazione scientifica con Arpat per la “caratterizzazione del Keu e studio dei processi di rilascio di inquinanti con particolare riferimento a cromo esavalente” iniziata il 16 febbraio 2021. Nella Relazione tecnica, resa nota questa primavera, si legge che “il cromo trivalente del Keu, in presenza di ossigeno atmosferico e di umidità in ambiente alcalino, si ossida a esavalente”, uno dei composti chimici cancerogeni più pericolosi.

Nel “Green Park” doveva sorgere un grande complesso residenziale, circa 150 villette, utilizzando il Keu come riempimento dei vialetti. L’inchiesta del 2021 ha però bloccato tutto, portando alla luce un sistema basato sullo smaltimento illegale dei residui inquinanti delle concerie e l’utilizzo del Keu come “inerte” per i cantieri edili e stradali, attraverso imprese vicine alla ‘ndrangheta. Due sono i procedimenti tra loro collegati -“Calatruria” e “Keu”-, con 12 indagati nel primo e 26 indagati nel secondo, più sei società (tra cui il Consorzio Aquarno), tutti sono ora in attesa di rinvio a giudizio.

Tra gli indagati ci sono i vertici degli ultimi anni dell’Associazione conciatori, l’imprenditore Francesco Lerose, che secondo gli inquirenti sarebbe stato l’anello di congiunzione tra le cosche e le imprese toscane, ma anche vari esponenti politici, tra cui il sindaco di Santa Croce, Giulia Deidda, il consigliere regionale Pd Andrea Pieroni, Edo Bernini, ex dirigente della Direzione mbiente ed energia della Regione Toscana e Ledo Gori, ex capo di gabinetto della Regione Toscana (prima sotto il mandato di Enrico Rossi poi riconfermato da Eugenio Giani). I reati contestati nell’inchiesta Keu sono di associazione a delinquere, traffico illecito di rifiuti, inquinamento ambientale, corruzione anche in materia elettorale, indebita erogazione di fondi ai danni della pubblica amministrazione, falso e impedimento del controllo da parte degli organi amministrativi e giudiziari. 

“Circa ottomila tonnellate di ceneri sono state smaltite in 13 siti, la stessa strada regionale 429 tra Empoli e Poggibonsi, ribattezzata ‘la strada dei fuochi’, è stata riempita di Keu, ed è ora sotto monitoraggio per capire se il cromo esavalente o altri metalli abbiano contaminato i pozzi e le falde vicine. La Regione ha stanziato dei fondi per la bonifica ma questa non è ancora partita. L’unico posto dove la bonifica è avvenuta in fretta è stato nell’aeroporto militare di Pisa”, puntualizza Rovini, con amara ironia.

La concia al cromo trivalente è ancora la modalità di lavorazione più diffusa. Su 250 concerie del distretto toscano, 19 hanno però deciso di intraprendere un’alternativa più sostenibile, usando esclusivamente tannini vegetali e si sono unite nel consorzio “Pelle vegetale”. “La concia al cromo è un metodo di produzione troppo pericoloso, in quanto il cromo trivalente per ossidazione può diventare esavalente. Purtroppo, le lobby conciarie sono ancora molto influenti per arrivare a un divieto totale di questa sostanza”, conclude Rovini. 

Secondo la Campagna abiti puliti, inoltre, “la lavorazione del cuoio richiede un processo industriale dall’altissimo impatto ambientale: si utilizza un’enorme quantità d’acqua che viene poi rilasciata nei depuratori carica di sostanze tossiche. Nel distretto conciario di Santa Croce, ogni anno vengono utilizzati sei milioni di metri cubi d’acqua per il processo della concia”. 

Oltre alla Toscana gli altri grandi distretti conciari si trovano in Campania e in Veneto. L’Italia si pone infatti al primo posto in Europa per produzione di pelli, e tra i primi al mondo, con un fatturato annuo pari a 4,6 miliardi di euro, di cui il 70% destinato all’export, come riporta il sito dell’Unione industrie conciarie.

“Quella delle concerie è una delle attività industriali con più alta tossicità anche per chi ci lavora. Da quando a inizio Novecento si è iniziato a usare il cromo e le produzioni sono aumentate notevolmente per l’export, l’impatto sulla salute e sull’ambiente è diventato sempre più insostenibile -spiega Antonio Marfella, medico e presidente dell’Associazione dei medici per l’ambiente (Isde) di Napoli-. Il fenomeno ‘Terra dei Fuochi’ è iniziato proprio con le concerie toscane, i cui rifiuti venivano smaltiti dalla camorra in Campania. Sulle pendici del Vesuvio ci sono ancora discariche con i rifiuti tossici delle concerie di Pistoia, non bonificate, che hanno inquinato le falde. Anche le industrie del pellame locali, lungo il Bacino del Sarno, hanno smaltito fanghi senza depurarli, basti pensare che il fiume, insieme ai torrenti Solofrana e Cavaiola, è da oltre 50 anni uno dei più inquinati d’Europa. Pure gli scarti di lavorazione del pellame, se bruciati, sprigionano fumi tossici. Purtroppo, non c’è un sistema efficiente di tracciabilità certificata dei rifiuti per costringere gli imprenditori a smaltire correttamente i rifiuti speciali e pericolosi come quelli prodotti dalle concerie”.

L’altro grande distretto conciario è in Veneto, con 455 imprese. “Qui ad Arzignano i Pfas, sostanze perfluoroalchiliche, indistruttibili, interferenti endocrini e probabili cancerogeni, generati dalle industrie conciarie, si sommano a quelli ereditati dalla Miteni (l’azienda chimica di Trissino sotto processo per avvelenamento delle falde e disastro ambientale, ndr)”, spiega Giovanni Fazio, medico dell’Isde e coordinatore dell’associazione ecologista Cillsa, che opera proprio nel vicentino. “I reflui dei cinque depuratori di Trissino, Arzignano, Montecchio Maggiore, Montebello e Lonigo, attraverso il collettore fognario A.Ri.Ca, confluiscono tutti nella Fratta Gorzone, uno dei fiumi più inquinati d’Italia, dove si rinvengono Pfas, cromo, cloruri, solfati, ossidi di azoto, e altro, come denunciano anche i monitoraggi di Legambiente. Noi di Cillsa e altre associazioni ambientaliste ci siamo opposti al progetto di creare un inceneritore per i fanghi dei depuratori del distretto conciario, visto che i Pfas sono resistenti alle alte temperature e si diffonderebbero nell’atmosfera e su tutto il territorio limitrofo”.

“Le alternative ci sono -conclude Fazio-: una parte degli imprenditori già realizza prodotti senza Pfas e senza cromo, e partecipa a progetti voluti dal Comune di Arzignano e rilanciati da Acque del Chiampo (la società che gestisce gli acquedotti e il depuratore, ndr) per la riduzione dei rifiuti, del consumo di acqua e ottenere scarti non contaminati”. 

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