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L’etica messicana di Nestlé

Il Messico è un grande produttore di caffè. E, spiega un’inchiesta pubblicata da La Jornada del campo (http://www.jornada.unam.mx/2010/03/13/oferta.html), i piccoli contadini sono nella morsa delle multinazionali. Tra queste c’è Nestlé: da un lato, la multinazionale svizzera vorrebbe costruire nel Paese…

Il Messico è un grande produttore di caffè. E, spiega un’inchiesta pubblicata da La Jornada del campo (http://www.jornada.unam.mx/2010/03/13/oferta.html), i piccoli contadini sono nella morsa delle multinazionali. Tra queste c’è Nestlé: da un lato, la multinazionale svizzera vorrebbe costruire nel Paese centro-americano la più grande azienda di trasformazione del mondo, e strozza i cafeticultores per avere materia prima “a buon mercato”; dall’altro, ricerca e ottiene certificazioni “di generica responsabilità sociale e ambientale”, su cui punta molto, come spiega nel commento che pubblichiamo Maria Moretti, responsabile Materie prime per il consorzio Ctm Altromercato.  

La storia è di quelle già sentite. L’abitudine di alcune grandi imprese di imporre a chi vuole lavorare con loro prezzi, modi e obiettivi, è oramai diventata una pratica globalizzata, raffinata da anni di esperienza e dallo scambio di pratiche tra Paesi, enti e realtà.
Ma quando l’impresa è leader nelle produzioni alimentari, partecipa a iniziative certificate da commercio equo e solidale e responsabilità sociale d’impresa e sigla accordi di collaborazione con alte cariche governative per investire milioni di dollari (in un Paese che il Fondo monetario internazionale porta come esempio di successo delle sue politiche di aggiustamento strutturale), la storia ha ancora degli aspetti che meritano lettura.
L’azienda in questione si chiama Nestlé -il cui nome e la cui reputazione nel passato anche recente è stato legato a sospetti di pratiche aziendali molto al di sotto di un limite minimo di decenza-, e oggi ricade nella bolgia delle imprese transnazionali accusate di sopraffazione. Le voci che si scagliano contro le sue pratiche vengono direttamente dal Paese interessato: il Messico, dove l’impresa collabora in modo stretto con l’Amsa (Agroindustrias Unidas de Mexico), impresa locale che controlla circa il 50 per cento delle esportazioni di caffè del Paese.
La Jornada del campo riporta come l’Amsa selezioni alcune varietà di caffè congeniali alla produzione caffeicola di Nestlé, con le classiche modalità del coyote (affettuoso soprannome riservato agli intermediari locali del caffè in Messico): pressioni al ribasso sul prezzo, pressioni sui piccoli produttori perché vendano il loro caffè a Nestlé invece che ad altri, pressioni infine per effettuare nelle piantagioni un cambio verso varietà botaniche meno costose e meno caratterizzanti, più congeniali a una produzione globalizzata. 
Se ci aggiungiamo la nomina di trader di Nestlé nelle alte cariche degli enti preposti alla gestione e promozione del caffè messicano, e la creazione di cooperative fantasma, al fine di accedere a fondi pubblici creati per il sostegno ai contadini, il quadro è completo.
In Messico le zone caffeicole sono molte: Veracruz, Chiapas, le montagne dello Stato di Oaxaca, solo per citarne qualcuna. In alcune di queste zone, come Ixhuatlàn del Café, vicino a Veracruz, Amsa e Nestlé sono gli unici compratori, e i produttori che hanno convinto ad aderire al loro programma temono rappresaglie e sopportano: ricevono 6 pesos al chilo (circa 35 centesimi di euro) per il caffè non lavorato (café cereza) contro i 9 che paga il mercato locale, hanno visto le cooperative fantasma delle grosse imprese ottenere fondi dal Programa Tropicos Humedos (programma governativo per la certificazione e la conversione al biologico). In altre zone, come il Chiapas, la scarsissima possibilità di accesso al credito dei piccoli produttori, li ha convinti ad accettare il pacchetto “tutto compreso” che le imprese forniscono: assistenza tecnica, piante di varietà meno care e la sudditanza che crea l’avere un unico padrone.
In altre zone i produttori si ribellano, come nella zona di Veracruz, e si mobilitano per far valere i loro diritti, ma nessuno ne parla, se non i produttori tra di loro.
Ovunque la sensazione è che questo modo di operare -se non vi si fa fronte adeguatamente- sia l’inizio della fine per la tradizione caffeicola messicana, portata avanti con un metodo di coltivazione “bajo sombra” (all’ombra, cioè, di alberi da frutto e piccoli orti), soprattutto nelle comunità indigene, con metodi rispettosi della Pacha Mama (la Madre Terra), a delle altitudini che garantiscono fatica nella coltivazione ma una qualità unica per corpo e aroma del chicco.
Se quello che riportano le fonti è vero, ci si chiede il senso della certificazione Flo Fair Trade che Nestlé ha ottenuto negli Stati Uniti d’America e nel Regno Unito per il caffè Partner’s Blend, non senza polemiche.
È dell’anno scorso il patto con Rainforest Alliance, chiamato Ecolaboration, marchio diligentemente registrato e pubblicizzato come una nuova via per “raggiungere la più alta qualità del caffè in modo da aiutare Nespresso a raggiungere il suo obiettivo di servire caffè di qualità suprema, e allo stesso tempo aiutare a migliorare gli standard di vita dei contadini e delle loro famiglie e proteggere l’ambiente che li ospita” . Obiettivi nobili e impegnativi, che però nel programma vengono declinati nel generico miglioramento della qualità della materia prima e nella volontà di ridurre l’impatto ambientale tramite il riciclo delle capsule e la creazione di macchine da caffè con meno immissioni nell’atmosfera. Ben altri temi rispetto a quelli vitali di sopravvivenza stessa del caffè messicano, ma che pure valgono una grossa fetta di mercato -soprattutto statunitense- che su questo tipo di certificazioni di generica responsabilità sociale e ambientale punta molto.
I produttori messicani sanno già che caffè vogliono produrre, come lo vogliono produrre e molti di loro vogliono essere liberi di decidere a chi venderlo e a quale prezzo. Così è per la rete di produttori di commercio equo e solidale, che sono stati i primi e veri fautori della certificazione biologica del caffè messicano, arrivando alla creazione di un ente locale di certificazione biologico, il Certimex , e di un marchio per il commercio equo messicano, Comercio Justo. Sono produttori che vendono il loro caffè a un prezzo buono per loro, prima di tutto, e spesso tale prezzo è decisamente al di sopra del livello di mercato, internazionale e locale. Con questi produttori la relazione è duratura, gli acquisti vengono pianificati per tempo e prefinanziati fino al 70%, diversi mesi prima che il caffè sia pronto per essere spedito. Ed è tutto un altro aroma.

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