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Crisi climatica / Opinioni

L’estate rovente degli inattivisti del clima

Giornalisti e politici invitano al “pragmatismo”, ma le ambiguità sugli interventi da mettere in atto per ridurre le emissioni sono una presa di posizione. La rubrica di Stefano Caserini

Tratto da Altreconomia 251 — Settembre 2022
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Sono riapparsi i negazionisti climatici. Sembrerà incredibile ma proprio nelle settimane in cui l’Europa è stata colpita da una pesantissima ondata di calore, che per l’ennesima volta ha frantumato record storici e ha già provocato centinaia di morti, proprio nei giorni successivi al dramma causato dal distacco di una parte del ghiaccio della Marmolada, sui giornali e in televisione hanno trovato spazio voci che negano l’influenza umana sul surriscaldamento globale. I soliti noti, che hanno rimediato qualche altra intervista televisiva o sui quotidiani raccontando che sarebbero il Sole, o imprecisati effetti planetari, a causare l’aumento delle temperature globali, che comunque le temperature sono soggette a cicli e anche i ghiacciai vanno e vengono, e che poi il caldo non fa così male. Insomma, le solite tesi già decotte un decennio fa e di cui avevo discusso nel dettaglio l’inconsistenza nel mio libro “A qualcuno piace caldo” (disponibile gratuitamente online). 

Prima di andare in pensione, quasi quindici anni fa, il fisico Franco Prodi ha studiato la microfisica delle nubi ma non si è mai occupato nella sua carriera del clima globale, su cui non ha pubblicazioni scientifiche. Eppure è stato promosso sul campo scienziato di fama mondiale, in odore di premio Nobel, per il solo fatto di essere fratello del più famoso Romano e di ripetere senza sosta che i modelli climatici sono sbagliati e non affidabili. I giornali di destra (più o meno estrema) risultano anche comici per come riescono a nascondersi la realtà.

Ad esempio, un titolo in prima pagina de Il Giornale ha definito “Sciacalli dei ghiacci” chi discute di un nesso fra alte temperature, fusione dei ghiacci e la valanga sulla Marmolada: i “seguaci di Greta” (gli scienziati del clima non sembrano esistere) starebbero strumentalizzando la strage. Ma è Il Foglio ad aver dato più spazio a Franco Prodi, con il direttore Claudio Cerasa che ha girato i talk show per una strisciante propaganda della tradizionale linea negazionista del quotidiano, raccontando che non bisogna essere né catastrofisti né negazionisti, che sul clima bisogna essere pragmatici, non ideologici: “Ci sono tanti scienziati che non sono convinti, come il professor Franco Prodi” e così via.

Mentre Libero o La Verità fanno sorridere, Cerasa e Il Foglio sono presi sul serio dai colleghi giornalisti e dalla classe politica. In questo Paese raccontare balle non è una nota di particolare demerito, per cui non sorprende che due autorevoli esponenti del Partito democratico -Andrea Orlando ed Enzo Amendola- abbiano scelto proprio le colonne de Il Foglio per pubblicare una lettera in cui hanno spiegato come secondo loro ci si dovrebbe muovere per realizzare la transizione ecologica. 

“Liberiamo il Green Deal dall’ideologia” e “Un altro ambientalismo possibile, da sinistra” sono i titoli usati dal quotidiano per riassumere un testo che conteneva tante cose giuste ma strizzava l’occhio all’inattivismo climatico, nuova frontiera del negazionismo (di cui ci siamo occupati su Altreconomia con l’intervista al al climatologo statunitense Michael Mann): certo c’è la crisi climatica e ci vuole il Green Deal, ma attenzione a non esagerare, a non voler tutto subito, a non diminuire la competitività economico-industriale del Paese con target di riduzione delle emissioni che “ingabbiano i mutamenti dei nostri tempi”. 

Il “pragmatismo” è una delle parole chiave di questo nuovo approccio del “riformismo sostenibile”, che alla fine ha un difetto fondamentale: non dice chiaramente se gli obiettivi di decarbonizzazione e di riduzione delle emissioni climalteranti sono o no dei punti di riferimento da cui partire per impostare le politiche di sviluppo sociale e industriale, o se viceversa i capisaldi rimangono la crescita economica, il libero mercato, la vittoria nella competizione globale e le politiche sul clima si devono adeguare. Essere ambigui su questo punto, quando si scrive a un quotidiano su cui ancora si racconta che non sappiamo se sono le attività umane a essere responsabili del riscaldamento globale, è alla fine una scelta di campo.

Stefano Caserini è docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Sex and the Climate” (peoplepub, 2022)

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