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Ambiente / Opinioni

L’emergenza microplastiche nei suoli agricoli

L’uso di questo materiale nel comparto agricolo è enorme e spesso avviene senza le adeguate cautele per evitarne la dispersione. Un delitto ecologico. La rubrica di Paolo Pileri

Tratto da Altreconomia 266 — Gennaio 2024
© Unsplash

Se dico microplastiche, il pensiero va all’isola nel Pacifico formata da milioni di chilometri quadrati di plastica alla deriva. O ai frammenti che finiscono in pancia a pesci, tartarughe e uccelli marini. Una calamità che però non riguarda solo i mari: plastiche e microplastiche sono ormai diffusissime nei suoli agricoli. Se le immagini dell’isola del Pacifico fanno il giro del mondo, il mare invisibile di questi polimeri nei suoli è un emerito sconosciuto. Come il suolo d’altronde.

L’agricoltura è dipendente da questo materiale da oltre trent’anni: teli delle serre, sacchi per fertilizzanti, pellicole per pacciamatura, conciatura di semi, tessuti non tessuti, tubature d’irrigazione, teli antigrandine, fili per legare piante, contenitori alveolari per talee, flaconi, reti per avvolgere le balle di fieno, cassette per la raccolta della frutta, bunker per il ricovero di mezzi e fieno, targhette identificative per gli animali. Per imperizia, inettitudine o deliberata delinquenza (tanta) una quantità ancora imprecisata di questo materiale finisce nel suolo.

Ce n’è per tutti i gusti: polietilene (PE, HDPE, LPDE), polipropilene (PP), poliesteri (PES) e polistireni (EPS) per passare a tante altre sostanze come il nylon e i polimeri biodegradabili ma in molti anni. Una giungla di sigle che nulla ha a che fare con la giungla in natura. La situazione è talmente grave da interessare la Fao che ha pubblicato un rapporto sulla questione nel 2021. Si stima che solo l’agricoltura europea usi circa 1,74 milioni di tonnellate di plastica all’anno, l’Italia 372mila tonnellate.

Per ogni ettaro coltivato, a livello globale, sono fino a quattro le tonnellate usate ogni anno. Numeri da pronto soccorso. Non tutta ovviamente rimane a terra, ma con quantitativi così elevati è matematico che una quota venga dispersa inquinando i suoli, peraltro con tempi di persistenza da uno a cinque anni. Sono materiali che vanno ad aggiungersi a erbicidi, pesticidi e fertilizzanti di sintesi. Se fossimo una zolla in un campo di agricoltura industriale, saremmo già in terapia intensiva o al cimitero.

Sono 372mila le tonnellate di plastica usate in agricoltura in Italia in un anno. Una frazione non piccola rimane nei suoli inquinandoli ed entrando nella filiera alimentare, minando la salute: c’è più plastica nei suoli che negli oceani.

Alcuni studiosi stimano che nei suoli agricoli vi siano più microplastiche che negli oceani (Nizzetto et al., 2016). Inoltre, le plastiche leggere sono facilmente disperse a opera del vento, delle acque, degli stessi animali o ingerite dagli insetti del terreno che vengono poi mangiate dagli animali di cui ci cibiamo. Ma non poche dispersioni sono intenzionali e quindi criminali. Ad esempio, alcuni allevatori non separano le reti attorno alle balle di fieno usate per la lettiera dei maiali. Così facendo le plastiche vengono ingerite dai suini, entrando nelle carni e poi nei prosciutti. Quelle che restano nelle lettiere vengono poi macinate e mescolate ai liquami e infine sparse sui campi. Idem per i film della pacciamatura o i tubicini di irrigazione: trinciati in loco. Un vero disastro ecologico, anche in Italia, che degrada suolo, natura e salute.

Sottacere questo argomento è un delitto, anche politico, perché la politica (come le associazioni di categoria) sa tutto, ma non fa nulla di serio per fermare il disastro. D’altronde che cosa possiamo mai aspettarci da un governo che non ha alzato un dito per bocciare la proroga fino al 2033 all’uso del glifosato, l’erbicida cancerogeno più diffuso. Ma anche le opposizioni sono zitte o troppo flebili. Bisogna rendersi conto che ogni parola non detta o ritardata uccide suolo e salute ed è un vero crimine ecologico, ovvero un delitto alla vita.

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “L’intelligenza del suolo” (Altreconomia, 2022)

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