Ambiente / Attualità

L’ecocidio ha una definizione legale. Ma la strada per il riconoscimento è ancora lunga

Secondo Jojo Mehta, presidente di Stop Ecocide Foundation, la definizione “offre uno strumento giuridico praticabile che corrisponde a un bisogno reale e urgente nel mondo”. Ovvero la lotta ai cambiamenti climatici. L’obiettivo è ottenere il riconoscimento di questo crimine davanti alla Corte penale internazionale

Navi della guardia costiera Usa intervengono per spegnere le fiamme sulla piattaforma "Deepwater Horizon", aprile 2010 © Us coast guard

Ad agosto il governo francese ha approvato la nuova legge sul clima (Loi climat et résilience) che per la prima volta introduce il reato di ecocidio all’interno della normativa nazionale, sanzionando fino a dieci anni di carcere coloro che “causano danni gravi e duraturi alla terra, alla flora, alla fauna o alla qualità dell’aria, del terreno o dell’acqua”. Inoltre, la nuova norma francese obbliga il governo a riferire al Parlamento entro un anno sulla “sua azione a favore del riconoscimento dell’ecocidio come un crimine che può essere giudicato dai tribunali penali internazionali”. Nello stesso mese, un gruppo di parlamentari cileni ha lanciato una proposta di legge per una nuova norma che vada a modificare il codice penale, introducendo il reato di ecocidio. Anche al senato del Messico è stata presentata a settembre una proposta di legge per riconoscere l’ecocidio come reato penale. Questi tre Paesi vanno ad aggiungersi al Regno Unito dove a luglio erano già stati presentati due emendamenti alla Camera dei Lord per chiedere di inserire la definizione di ecocidio all’interno dell’Environmental bill del Regno Unito e il riconoscimento dell’ecocidio sotto la giurisdizione della Corte penale internazionale.

Ecocidio non è un termine nuovo. Venne coniato nel 1970 dal biologo statunitense Arthur Galston per descrivere i danni causati dal cosiddetto “agente arancio”, un defoliante che l’esercito Usa sparse in enormi quantità sulle foreste tropicali durante la guerra del Vietnam. Nel 1973 fu Richard Falk, docente di Diritto internazionale a fornire la prima analisi legale di questo termine. Ma da un punto di vista legale l’ecocidio (ovvero la distruzione consapevolmente perpetrata di un ambiente naturale) non ha mai avuto una definizione legale precisa.

La situazione è cambiata lo scorso giugno, quando un gruppo di lavoro formato da dodici esperti tra avvocati e legali provenienti da tutto il mondo, riuniti dalla coalizione Stop Ecocide International, hanno concordato una definizione giuridica di ecocidio e chiesto che questo reato venga aggiunto ai crimini -crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidi- di cui si occupa la Corte penale internazionale (Ipc) dell’Aja. “L’iniziativa è nata in risposta a una domanda della politica, di un gruppo di parlamentari svedesi che nel 2020 ci ha contattato per chiederci di elaborare una definizione giuridica di ecocidio che potesse essere considerata seriamente dai governi ed eventualmente essere presa in considerazione dalla Corte penale internazionale”, spiega ad Altreconomia Jojo Mehta, presidente di Stop Ecocide.

La coalizione lavora da quasi dieci anni per il riconoscimento del crimine di ecocidio e nel 2017 ha lanciato la prima campagna pubblica per raggiungere questo obiettivo. “Ma negli ultimi due o tre anni c’è stato un cambiamento significativo: i cittadini e i politici oggi ascoltano con molta più attenzione quello che chiediamo da anni -sottolinea Mehta-. A mio avviso succede perché da un lato c’è più consapevolezza dell’urgenza di un cambiamento, pensiamo ad esempio ai rapporti dell’Ipcc o a quelli del Wwf sulla perdita di biodiversità. Dall’altro le mobilitazioni di massa per il clima come i Fridays for future ed Extincion rebellion hanno acceso ulteriormente l’attenzione. Oggi i temi del clima e dell’ambiente sono ampiamente diffusi e se ne parla anche sui media mainstream. Il risultato è che anche temi che potevano sembrare ‘estremi’, come la nostra proposta, vengono percepiti in modo diverso”.

In base alla nuova definizione proposta, l’ecocidio indica “atti illegali o sconsiderati compiuti con la consapevolezza di una significativa probabilità che tali atti causino danni all’ambiente gravi e diffusi o di lungo termine”. Gli esempi di ecocidio citati dalla fondazione sono le fuoriuscite di petrolio in alto mare, come quella della Deepwater Horizon del 2010, gli sversamenti di petrolio nella regione del Delta del Niger, la deforestazione in Indonesia e Malesia per la coltivazione di palma da olio. E ancora lo sversamento di prodotti chimici nell’acqua, nel suolo o nell’aria come avvenuto a Bhopal, in India, nel 1984, i progetti di fracking e quelli per estrarre petrolio dalle sabbie bituminose del Canada, che hanno devastato la fauna selvatica e le terre indigene.

Il lavoro del gruppo di esperti attorno a questa proposta è durato circa sei mesi e il risultato è pienamente soddisfacente per Mehta: “La definizione è ben calibrata tra ciò che deve essere fatto concretamente per proteggere gli ecosistemi e ciò che sarà accettabile per gli Stati.  È concisa, si basa su forti precedenti legali e si integrerà bene con le leggi esistenti nei singoli Paesi.  I governi lo prenderanno sul serio, e offre uno strumento giuridico praticabile che corrisponde a un bisogno reale e urgente nel mondo”.

Questo bisogno “reale e urgente” è dare una risposta ai cambiamenti climatici. E per farlo, spiega ancora Mehta, non bastano le azioni legali contro le grandi multinazionali accusate di devastare le foreste e che continuano a bruciare carbone e combustibili fossili. La direttrice di Stop Ecocide è convinta che l’introduzione del reato di ecocidio, con il rischio per gli amministratori delegati delle aziende e per i capi di stato di subire conseguenze penali per i propri comportamenti, possa svolgere una funzione deterrente.

Ora che è stata concordata una definizione di ecocidio, la palla passa agli Stati che devono inserire la definizione di ecocidio all’interno dei propri ordinamenti nazionali: “Il punto a cui vogliamo arrivare è quello in cui i governi, semplicemente, saranno troppo imbarazzati ad affermare che non vogliono questa legge: chi non vuole proteggere la Terra?”, chiede provocatoriamente Jojo Mehta. Mentre i tempi per l’iscrizione dell’ecocidio tra i reati perseguiti dalla Corte penale internazionale sono lunghi e incerti. Nel 2019 Vanuatu e le Maldive -due Paesi che riconoscono la Cpi- proposero di aggiungere l’ecocidio ai crimini riconosciuti dallo Statuto di Roma, che disciplina le attività della corte. Ma senza successo.

“Qualsiasi Paese che abbia ratificato il trattato istitutivo della Corte penale internazionale può presentare proposte di emendamenti allo Statuto in seno all’Assemblea degli Stati Parte (Asp) -spiega Luigi Daniele, senior lecturer in Diritto internazionale penale e umanitario alla Nottingham Trent University-. Per essere ammessa alla discussione, la proposta di emendamento dello statuto deve essere votata da una maggioranza semplice. A questo punto si apre una fase di discussione e di possibili modifiche della proposta, che viene adottata solo se approvata dai due terzi degli Stati dell’Assemblea, ovvero 82 su 123”. Quarto e ultimo passaggio: la ratifica da parte dei singoli Stati, necessaria affinché la giurisdizione della Cpi possa estendersi al crimine in questione, permettendo alla Procura di perseguire per ecocidio i responsabili di più gravi disastri ambientali .

Per il ricercatore italiano lo sforzo fatto per rendere l’ecocidio un crimine internazionale è assolutamente positivo e dimostra il potenziale “costituente” delle mobilitazioni sociali, non governative e della società civile per l’ambiente. L’eventuale adozione da parte della Cpi sarebbe “un cambiamento storico, che aprirebbe la strada alla tutela penale degli ecosistemi come beni giuridici protetti a pieno titolo. Si tratta forse della battaglia più importante di questo secolo, e abbiamo bisogno di passi avanti dal punto di vista del diritto internazionale -spiega-. Tuttavia, la proposta ha bisogno di alcuni chiarimenti”.

La proposta di definizione elaborata dal gruppo di lavoro di “Stop Ecocide”, infatti, criminalizza gli “atti illegali o deliberati” commessi “nella consapevolezza” di un’elevata probabilità di causare “danni gravi e, alternativamente, estesi o a lungo termine” agli ecosistemi. “Il termine illegale suggerisce che la condotta in oggetto debba essere tale anche secondo la legge nazionale -spiega Daniele- col rischio di restringere l’ambito applicativo del crimine internazionale a condotte che siano già punibili a livello nazionale. Ma soprattutto, il termine deliberati (in inglese wanton, ndr) indica atti caratterizzati dall’assunzione consapevole di un rischio illecito”. L’aspetto più preoccupante della definizione -secondo Luigi Daniele-  è quello relativo all’individuazione di questo carattere “deliberato” dell’azione punibile. Secondo i proponenti, “deliberati” significa atti commessi nella consapevolezza di un potenziale danno ambientale “chiaramente eccessivo rispetto ai benefici sociali ed economici” previsti. “Questo passaggio rischia di confondere interpreti e giudici, implicando tra le righe che il grave danno agli ecosistemi possa essere lecito se commisurato a imprecisati benefici sociali ed economici per l’uomo, ripristinando così l’antropocentrismo che il crimine avrebbe dovuto superare, o persino il rischio di inammissibili giustificazioni basate su profitti privati -conclude il ricercatore italiano-. Anche su questi aspetti, tuttavia, sarà decisiva la comprensione dell’importanza della battaglia dei movimenti ecologisti e della Stop Ecocide Foundation da parte dei cittadini, degli attivisti e degli studiosi, affinché aumenti la pressione per il superamento di queste formule di compromesso e dei rischi di un crimine simbolico”.

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