Diritti / Opinioni

Le “tre Italie” del mancato progresso sociale

Nuovi indicatori europei raccontano un quadro composito. Non è più solo una contrapposizione tra Nord e Sud. Il periodo 2021-2027 sarà cruciale. La rubrica a cura dell’Osservatorio internazionale per la coesione e l’inclusione sociale

Tratto da Altreconomia 238 — Giugno 2021
Piazza centrale di Trento
© Wikimedia Commons

Nel corso degli ultimi anni si sono moltiplicati gli indici di sviluppo sociale: oltre alla mappatura della coesione sociale delle Regioni italiane, sviluppata dall’Osservatorio per la coesione e l’inclusione sociale (Ocis), di recente è stato proposto l’indice regionale di progresso sociale, realizzato su iniziativa della Commissione europea. L’indice si ispira a un analogo indice di progresso sociale lanciato tra il 2013 e il 2014 e ispirato al lavoro di economisti di fama quali Jean-Paul Fitoussi, Amartya Sen e Joseph Stiglitz.

L’indice è volto a misurare la qualità della vita a livello regionale prendendo in considerazione tre macro-dimensioni (bisogni umani fondamentali, elementi fondamentali per il benessere e libertà e opportunità fondamentali) suddivise a loro volta in 12 sotto-dimensioni che vanno dall’accesso all’acqua potabile alla qualità dell’ambiente, dalla sicurezza personale alla tutela dei diritti fondamentali. Per le varie sotto-dimensioni sono stati utilizzati 55 indicatori che catturano il “progresso sociale” delle regioni europee nel periodo 2015-2020.

Come era largamente prevedibile, nelle posizioni di vertice si trovano le regioni nordiche (Finlandia, Svezia e Danimarca); mentre quelle meno virtuose appartengono a Romania, Bulgaria e Italia. A metà classifica troviamo regioni francesi, tedesche, olandesi e spagnole; elemento, quest’ultimo, che sancisce la “rottura” dell’unità del fronte Sud-europeo, spesso sottolineata in altri simili esercizi classificatori. Anche le regioni portoghesi, pur non brillando, si piazzano meglio di quelle italiane. Tra i Paesi del Sud Europa, l’Italia è in compagnia della sola Grecia in fondo alla classifica del progresso sociale europeo.

Nessuna Regione italiana si colloca al di sopra della media europea (66,7 su 100), e la media italiana (60,2) risulta ben al di sotto della media. La Provincia autonoma di Trento ottiene il punteggio migliore (66,5, 139esima nella classifica generale) mentre la Sicilia presenta il peggiore risultato italiano (54,4, 218esimo posto). Tuttavia, nel mezzo, il quadro risulta più differenziato rispetto alla consueta contrapposizione tra (Centro)Nord e Sud: Trento a parte, le Regioni dell’Italia centrale, Bolzano, Val d’Aosta, Lazio, Veneto e Friuli-Venezia Giulia si collocano nella parte medio-alta della classifica, mentre Sardegna, Basilicata, Abruzzo, Liguria, Piemonte e Lombardia nella parte medio-bassa. Una tripartizione apparentemente insolita, che però conferma un’Italia a più velocità e presenta elementi di continuità rispetto ad altre classifiche della prestazione sociale dell’Italia. Ad esempio, il ritardo delle quattro Regioni più popolose del Mezzogiorno (Calabria, Campania, Puglia e Sardegna); o il perdurare della Terza Italia che unisce il Nord-Est e le Regioni del Centro.

Zero: è il numero di Regioni italiane che si collocano al di sopra della media europea di progresso sociale

Sono dati che fanno riflettere, soprattutto in un periodo in cui si sta lavorando al futuro del Paese post-pandemia. Anche grazie alle risorse messe a disposizione dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, è indispensabile aggredire le radici del ritardo italiano e gettare le basi di un progresso che -mai come d’ora- deve essere in primo luogo sociale. Per evitare che le politiche per uscire dalla pandemia accentuino le distanze tra le “Tre Italie” anziché accorciarle. Il periodo 2021-2027 sarà cruciale per invertire la rotta.

Paolo Graziano insegna Scienza Politica all’Università degli Studi di Padova ed è co-coordinatore di OCIS, Osservatorio internazionale per la coesione e l’inclusione sociale

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