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Le nuove prove sulla morte di Blessing Matthew al confine italo-francese

Una contro-indagine realizzata da Border Forensics apre nuovi scenari sulla vicenda della 21enne originaria della Nigeria che nella notte tra il 6 e il 7 maggio 2018 morì nel tentativo di attraversare il confine italo-francese, lungo la “rotta alpina”. Una morte rimasta impunita

La tomba di Blessing Matthew a Saint-Martin-de-Queyrières © Border Forensics

Il 23 giugno 2022 il Procuratore generale di Grenoble ha rifiutato di riaprire il caso riguardante la morte di Blessing Matthew giustificando tale decisione con due argomentazioni. Secondo il giudice “le contraddizioni richiamate nel verbale tra le varie dichiarazioni dei gendarmi circa lo svolgimento della ricerca nel villaggio di La Vachette per le tre persone in fuga non appaiono rilevanti, poiché ogni gendarme descrive il suo intervento e la sua posizione” e inoltre “si sapeva dell’esistenza del testimone di nome Hervé che a seguito di due contatti telefonici del 14 e il 15 maggio 2018 non aveva accennato ad alcun agguato”. Una decisione che, secondo Tous Migrants e Border Forensics, “spazza via tutti gli elementi di novità apportati dalla nuova indagine”. “Questa decisione -commentano- non porta alcun elemento concreto che consenta di far luce sulle contraddizioni, le incongruenze e le zone d’ombra che la nostra inchiesta ha evidenziato. Inoltre la Procura rifiuta di ascoltare il testimone principale che, per la prima volta, ha raccontato di un vero e proprio agguato”.

Omissioni e contraddizioni nella versione della polizia francese svelate dalla testimonianza di Hervé S., l’ultima persona ad aver visto Blessing Matthew prima che la corrente del fiume Durance, che scorre poco dopo il confine italo-francese, la travolgesse. Una contro-indagine realizzata da Border Forensics, un’organizzazione che utilizza metodi innovativi di analisi spaziale e visiva per far luce sulle pratiche di violenza ai confini, in collaborazione con Tous Migrants apre nuovi scenari sulla vicenda della 21enne, originaria della Nigeria, che nella notte tra il 6 e il 7 maggio 2018 morì nel tentativo di attraversare il confine italo-francese lungo la “rotta alpina”. Una morte rimasta impunita. “L’unica versione dei fatti analizzata è stata quella presentata dalla polizia nonostante sia lacunosa e contraddittoria -spiega Lorenzo Pezzani, co-fondatore di Border Forensics e parte del team che ha condotto l’inchiesta-. Speriamo che ci sia una riapertura del caso e che questa vicenda sia un cuneo capace di aprire una breccia nel muro dell’impunità per quello che succede ancora oggi su quel confine”.

Serve fare un passo indietro. Il 9 maggio 2018 il corpo di Blessing viene ritrovato nel fiume Durance, all’altezza della diga di Prelles, un piccolo villaggio nel Comune di Saint-Martin-de-Queyrières, una decina di chilometri a valle di Briançon. La giovane donna originaria della Nigeria era partita nella notte tra il 6 e il 7 maggio dal rifugio autogestito di Clavière (oggi non più attivo) vicino al confine. Con lei altre 25 persone tentano la traversata tra cui Roland E., suo connazionale, ed Hervé S. originario del Camerun. Il gruppo, in piena notte, si muove in direzione di Briançon salendo in quota per evitare i controlli della polizia: Blessing cammina più lentamente e Roland ed Hervé decidono di rimanere con lei. Verso le 4 del mattino i tre arrivano all’ingresso di La Vachette, piccolo paese già oltre il confine, e vengono avvistati da alcuni agenti della squadra mobile di Drancy (che controllava la frontiera in collaborazione con la Paf, polizia di frontiera francese). Da questo momento in avanti, le dichiarazioni dei poliziotti e quella di Hervé divergono significativamente: lo ricostruisce proprio Il team di Border Forensics che ha portato sul luogo il testimone chiave.

La ricostruzione dei luoghi di confine in cui è morta Blessing Matthew © Border Forensics

“La versione diverge da quella ricostruita dalla polizia in diversi punti. È difficile sintetizzarli, perché le stesse dichiarazioni delle forze dell’ordine non sono concordi l’una con l’altra -spiega Pezzani-. L’elemento macroscopico riguarda però il luogo in cui è caduta Blessing: gli agenti dichiarano di aver intravisto tre figure sulla sponda sinistra del fiume, per Hervé invece tutto è accaduto sulla destra. La sua ricostruzione è precisa e coerente, corroborata da elementi fattuali. Le contraddizioni nella versione delle forze dell’ordine sono così evidenti che non può che sorgere il dubbio che si stia nascondendo qualcosa”. A questo si aggiungono almeno due elementi inquietanti ricostruiti dalla contro-indagine. In primo luogo il fatto che le guardie di frontiera presenti nel luogo -sei gendarmi in due macchine e una terza che Hervé descrive come un furgone arrivata successivamente sul posto- rimasero ferme nel giardino senza aiutare la giovane e poi il ritrovamento di alcuni vestiti ritrovate sotto una passerella a monte del punto di caduta. “Hervé conferma che la sciarpa colorata e la giacca nera appartengono a Blessing. Non è mai stato chiarito come mai siano stati ritrovati lì, e più in generale che cosa sia successo dalla caduta al ritrovamento del corpo della giovane alla diga di Prelles, a 13 chilometri di distanza”.

Nonostante il quadro descritto il tribunale di Gap, per ben due volte, ha ritenuto le testimonianze dei gendarmi “concordi, plausibili e coerenti” senza dare seguito al procedimento penale. La prima denuncia presentata da Christiana Obie, una delle sorelle di Blessing, e Tous Migrants il 25 settembre 2018, archiviata dal giudice il 10 dicembre 2018; il 3 maggio 2019 quando sempre Obie ha intentato una nuova causa civile archiviata il 18 giugno 2020 con una sentenza che è stata confermata dalla Corte d’Appello di Grenoble il 9 febbraio 2021. Anche secondo Gianluca Vitale, avvocato della famiglia Matthew nel 2018, l’atteggiamento dell’autorità giudiziaria francese, dall’inizio, era volto sistematicamente a “giustificare la chiusura del procedimento penale senza accertare alcuna responsabilità”. “Fin da subito la testimonianza di Hervé ci aveva descritto un’immagine che portava all’Alabama degli anni Cinquanta: una caccia all’uomo notturna in mezzo alla campagna, con un ‘nero’ che scappa e la polizia che gli corre dietro. Inseguimenti, pistole in pugno e urla: questo ci aveva raccontato”. Una ricostruzione piena di “ombre e vuoti” che oggi potrebbe finalmente portare a esiti giudiziari diversi: il giudice di Gap incaricato del fascicolo ha dichiarato a Vincent Brengarth, nuovo avvocato della famiglia, che studierà i nuovi documenti inviati. Anche se la certezza della riapertura del caso non c’è.

Una delle “mappe” prodotte dalla Border Forensics che ricostruiscono quanto avvenuto la notte tra il 6 e il 7 maggio 2018 a La Vachette © Border Forensics

Una vicenda giudiziaria importante perché ancora oggi quel confine è teatro di inseguimenti e respingimenti. Da quando nel 2015 gli Stati alpini hanno reintrodotto i controlli alla frontiera secondo i dati raccolti da Cristina Del Biaggio e Sarah Bachellerie della Border Forensics sono morte 87 persone di cui 46 lungo il confine italo-francese, la frontiera più letale. In totale: nei 15 anni (2000-2015) precedenti era morta una sola persona. Una stima al ribasso, con molta probabilità, perché non è facile ricostruire il numero preciso di chi ha perso la vita. Una tragica “farsa”, come abbiamo raccontato su Altreconomia, perché la presenza della polizia non ferma le persone. Dopo svariati tentativi riescono a passare, rischiando molto di più. Non a caso la morte di Blessing arrivò dopo un tragico appello del Collectif Citoyen de Névache, nato con l’obiettivo di tutelare i diritti delle persone in transito, che nel dicembre 2017, a pochi mesi dall’invio da parte del ministero dell’Interno francese di rinforzi a supporto della polizia, scriveva in una lettera rivolta al presidente della Repubblica Emmanuel Macron sottolineando come “durante il mese di dicembre, in almeno sei occasioni, abbiamo dovuto fare appello al ‘Secours en montagne’ (il soccorso alpino, ndr) per evitare la morte [dei migranti] senza comunque evitare congelamenti e ferite. Non ci sono ancora morti riconosciute ma arriveranno, signor Presidente”.

Tra marzo e giugno 2018 sono stati documentati, secondo quanto riporta ancora il Border Forensics, 14 casi di inseguimenti di persone da parte della polizia. “A questo si aggiungono altri tipi di pratiche pericolose come nascondersi e apparire improvvisamente per cogliere di sorpresa la persona che aumentano il numero di casi di cadute con conseguenti lesioni”, spiega Sarah Bachellerie. Una ricerca realizzata da Chloé Lecarpentier ha ricostruito gli effetti dei controlli al confine sulla salute delle persone in transito: i dati coprono un periodo di 19 mesi, da maggio 2017 a novembre 2018. Il 23,5 % delle 1.637 persone visitate presentava una patologia legata all’attraversamento della frontiera. Ma la pericolosità è ancora attuale. Il primo febbraio 2022 l’ultima morte accertata è quella di Ullah Rezwan Sheyzad, quindicenne proveniente dall’Afghanistan che è stato travolto da un treno nei pressi di Salbertrand, nell’alta Val Susa, mentre tentava di raggiungere Modane, la prima cittadina francese oltre il confine.

L’avvocato Vitale sottolinea anche le “responsabilità” delle autorità italiane che, mentre Blessing e centinaia di persone rischiavano la vita nella traversata del confine alpino, si concentravano sul controllare i solidali. “Si concluderà in estate un processo per le persone che avevano occupato prima la chiesa di Claviere e poi una casa cantoniera, abbandonata da decenni, in Oulx proprio per dare un luogo di rifugio ai migranti in transito in un periodo in cui le risposte anche da parte delle autorità italiane erano insufficienti -spiega-. In scenari montani non si era pensato all’incolumità dei migranti se non con una risposta parziale: due stanze nella stazione di Bardonecchia e poi un’iniziale risposta della Chiesa con un’accoglienza a Oulx, solo diurna e con pochi posti. La morte di Blessing ci pone di fronte di fronte al razzismo istituzionale: ricordo le parole del parroco di Claviere, che denunciò l’occupazione, che durante il processo aveva dichiarato che i locali della parrocchia devono essere destinati ad attività consone con la sacralità del luogo parlando della cerimonia di premiazione di gare sciistiche o la temporanea accoglienza diurna dei gruppi parrocchiali che andavano a fare una gita in montagna. Non era consono invece dare rifugio a delle persone prive di ogni forma di protezione”.

In totale sono 17 le persone accusate di occupazione abusiva e violazione di domicilio; l’iniziale accusa di associazione a delinquere è invece decaduta. “Di fatto è diventato un maxiprocesso. Centinaia di persone controllate in mesi di indagini, e con vari testimoni sfilati alle udienze. In aula fortunatamente siamo riusciti a far emergere la schizofrenia delle istituzioni: parliamo di indagini molto dispendiose con telecamere fisse davanti al rifugio occupato e appostamenti quotidiani degli agenti che osservavano quello che succedeva. Insomma le spese venivano destinate alla repressione dei solidali, non di certo per salvare vite umane”. Un copione che si ripete, una “strategia” che rende i confini mortali: dal Mediterraneo alla rotta balcanica fino alla perduta libera circolazione all’interno dell’Unione europea.

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