Interni / Reportage

La rete transfrontaliera che accoglie i migranti in Val di Susa

A Oulx, lungo il confine italo-francese, attivisti e solidali sostengono chi arriva e cerca di superare le montagne. Al Rifugio Massi si danno informazioni sui pericoli della rotta, vestiti e si ascolta nel segno della condivisione

Tratto da Altreconomia 237 — Maggio 2021
Silvia, insegnante, è una volontaria del Rifugio Massi. Ha iniziato ad aiutare a Bardonecchia nell’inverno 2016-2017, poi è arrivata a Oulx © Elena Strada

Tra settembre 2020 e gennaio 2021 sono passate da Oulx, Val di Susa, confine italo-francese, circa 5mila persone. Erano circa 10mila quelle transitate dal 2017 ad agosto del 2020, secondo i dati di Medici per i Diritti Umani (MEDU). Un incremento importante di chi ha provato ad attraversare le Alpi passando da questa regione.

Persone che sfidano temperature rigide, senza vestiario adeguato, spesso senza alcuna conoscenza della montagna, magari respinte nel cuore della notte dalla polizia di frontiera francese. Ci sono state vittime, nel cammino, e sono sempre troppe, ma se non si registrano tragedie quotidiane è grazie alla rete solidale transfrontaliera attiva da anni che ruotava attorno a tre luoghi: il rifugio solidale di Briançon, in Francia, e a Oulx la Casa Cantoniera occupata e il Rifugio Massi. Nonostante una petizione che aveva raccolto oltre 11.300 firme, il 23 marzo scorso è arrivato lo sgombero della Casa Cantoniera. La casa, dal 2018 a oggi, è stata una delle realtà della valle che da tempo praticava la solidarietà. Ma chi sono i volontari? Sono persone come Luca che contribuisce alla gestione del Rifugio Massi.

5mila sono le persone passate da Oulx tra settembre 2020 e gennaio 2021

“Qui sono arrivato per la lunga amicizia e collaborazione che mi lega a don Luigi Chiampo. Vivo a Bussoleno, ero nel consiglio parrocchiale, se vieni come me da una cultura della solidarietà, non resti indifferente. Lavoro alla Fiat, anche se l’impegno al Rifugio è praticamente a tempo pieno. Siamo partiti nel 2018, in un vecchio edificio dei salesiani, che oggi grazie al sostegno economico della Fondazione Talità riesce ad accogliere per la notte fino a 60 persone. Riusciamo a offrire monitoraggio medico, pasti caldi, un letto per la notte. A piccoli passi siamo riusciti ad allargare le ore del servizio aprendo il pomeriggio, potenziando lo staff per la notte. Adesso lavoriamo a un passaggio di livello, aumentando l’offerta di servizi e dando visibilità e sostenibilità a una rete diffusa di accoglienza sul territorio che, in via informale, già funziona. I privati hanno la capacità di reagire più rapidamente ma attraverso il dialogo con la prefettura e il vescovo, vogliamo coinvolgere le istituzioni pubbliche. Prima di questa esperienza avevo una visione stereotipata delle migrazioni perché le narrazioni dominanti rendono faticoso cogliere nella somma i singoli. In tre anni è un continuo mutare ed è anche il bello di un’esperienza che non racconta nessuno. Storie e persone, e non ce ne sono due uguali. Quando lo cogli, è difficile far politica o pensare per ideologie: resta l’umanità”.

Nel Rifugio Massi la vita non si ferma. I volontari sono espressione di un mondo variegato, molti si mobilitano come singoli. Come Silvia, un’insegnante. “Avevo precedenti esperienze di volontariato ma con le persone che passano da qui è iniziato tutto a Bardonecchia, alla stazione, nell’inverno 2016-2017. Erano passaggi sporadici, poi sempre più persone e nell’estate di quell’anno il numero è diventato importante. All’epoca erano tutti giovani uomini soli che dalla stazione di Bardonecchia, a piedi, passavano dal Col della Scala. Quando la polizia francese ha chiuso quei sentieri, è arrivato il freddo e alla stazione chiudevano la sala d’attesa: per queste persone, molte delle quali arrivavano dagli sbarchi o dai campi dell’Italia meridionale in ciabatte e maglietta, la sera era molto rigida e la trascorrevano nel sottopassaggio della stazione. Cominci così -racconta Silvia-, inizi a metterti in macchina giacche, thé caldo, biscotti e provi ad aiutare. Una rete informale che si è creata prima a Bardonecchia, poi con persone che arrivavano dalla valle. Oggi siamo almeno una cinquantina di attivi.

Un pannello, realizzato dai volontari della Casa Cantoniera, su cui è riportata una mappa per dare indicazione ai migranti che provano ad attraversare la frontiera percorrendo i sentieri della montagna © Elena Strada

A Oulx sono arrivata un anno dopo. La prima percezione, essendo un fenomeno nuovo per la zona, è stata una piacevole sorpresa: il rapporto di fiducia con questi ragazzi era immediato, ci si riconosceva subito. Dall’estate scorsa ci sono famiglie, anziani, bambini che arrivano dalla rotta balcanica, ma l’approccio è lo stesso”. Silvia sembra non fermarsi mai: il magazzino del rifugio dove sono organizzati gli abiti adatti alla montagna, raccolti con le donazioni, sono ordinati e puliti. “Abbiamo qualcosa per tutti: scarpe, soprattutto, ma anche vestiario per donne e bambini. Senza la Casa Cantoniera l’estate sarà molto complessa. Siamo in costante contatto con una rete che non è solo locale: sentiamo Trieste, Milano e i francesi. Ci assicuriamo che coloro che decidono di partire, arrivando qui in treno, e poi in bus da qui fino a Claviere per passare a piedi, non corrano pericoli sulle montagne”.

Anche Alessia, consulente digitale, ha voluto dare una mano. Nata e cresciuta a Bardonecchia, a Parigi per anni, tra studi e lavoro, esperienze come volontaria in Marocco, in progetti legati ai minori, e a Parigi, con l’accompagnamento e alfabetizzazione delle persone intente a presentare la loro richiesta di protezione internazionale davanti alla commissione francese, è tornata a Bardonecchia a settembre, tra il figlio appena nato e la pandemia. “Seguivo le vicende della stazione di Bardonecchia, all’epoca, ma tornando qui per un periodo ho chiesto di aiutare. Amo la montagna, ma i miei duemila metri non sono uguali a quelli di chi non conosce la montagna e i suoi pericoli. Al Rifugio si informano le persone sui suoi pericoli e su cosa li aspetta una volta in Francia. Si offre un sostegno, un aiuto, abiti adatti. In una forma, come accadeva anche alla Casa Cantoniera, che non è carità ma condivisione. Si sta insieme, si scambiano esperienze in modo solidale. Nessuno giudica le scelte di nessuno. Prima c’era bisogno di aiuto nel pomeriggio e alla sera, adesso i respinti alla frontiera sono trattenuti la notte e arrivano al mattino. Qui non c’è alcuna crisi migratoria ma solo una crisi dell’accoglienza, le istituzioni sono assenti. Guardare negli occhi un migrante è un gesto politico per dirgli ‘tu ci sei’, questo conta. Anche la mia famiglia, che ha avuto in passato esperienze di migrazione in Francia, all’inizio ha faticato a comprendere ma adesso coinvolgo quanta più gente è possibile”.

Uomini e donne, più o meno giovani, che agiscono come singoli o nelle associazioni, facendo rete. Piero Gorza, antropologo e ricercatore, una vita passata a far ricerca sul campo, dall’America Latina alla Bosnia ed Erzegovina, è uno di loro, parte del gruppo di ricerca On Borders che raccoglie le testimonianze di chi passa.

“Queste persone abitano il cammino. Oulx è in una valle storicamente di passaggio. Ci sono due mondi: l’alta e la bassa valle. La bassa ha tradizione partigiana, operaia, generazioni che si sono passate una memoria, che arriva fino all’esperienza NoTav, dalla quale provengono tanti che si impegnano anche in questa rete. L’alta valle è diversa, ha una storia di migrazione stagionale. Poi negli anni Trenta del Novecento con il turismo ha visto cambiare le dinamiche. Oggi c’è una monocultura della neve, un’imprenditorialità attenta al profitto che ha paura di come il passaggio di queste persone possa danneggiarla, ma di base resta indifferente. Sono persone che per anni hanno potuto contare solo sui loro piedi e durante il viaggio si genera una geografia differente -racconta Piero-, lungo il cammino nasce una generazione di giovanissimi per i quali le frontiere sono solo segmenti, dopo averne passate nove, dieci prima di Oulx. Ragazzi che conoscono il cammino più della terra d’origine e la loro testimonianza è straordinaria. Ogni volta che li vedi partire verso la montagna, hai un groppo in gola. Hanno fretta, sono oberati dai debiti, come chiunque affronta viaggi che vanno dai due ai sei anni, tentando magari fino a trenta volte il passaggio dalla rotta balcanica fino alla Germania o altrove. La rete, da Trieste alla Francia, regge, nonostante una crescente criminalizzazione della solidarietà. Eppure è grazie a tutti quelli attivi qui che non ci sono tragedie giornaliere, che gli smuggler sono stati allontanati. Ognuno fa la sua parte ed è normale. D’altronde siamo persone: sono stato accolto in tutto il mondo nei miei viaggi, come potrei non accogliere?”.

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti alla newsletter di Altreconomia per non perderti le nostre inchieste, le novità editoriali e gli eventi.