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Le nuove Csa nate nella pandemia per un’agricoltura di relazione

Da Trento a Ravenna nel 2020 sono state avviate cinque nuove Comunità in sostegno all’agricoltura. Riflettono una maggiore attenzione alla qualità e origine del cibo. E avviano nuove collaborazioni tra cittadini e produttori

Tratto da Altreconomia 237 — Maggio 2021
“Semi di Comunità”, Csa di Roma. Quest’ultima a oggi conta 280 partecipanti e 140 soci della cooperativa © Semi di Comunità

Valle Varaita, in provincia di Cuneo, l’idea di dare vita a una Comunità che supporta l’agricoltura (Csa) è venuta per rispondere a due esigenze: “Produrre cibo sano e biologico attorno a una comunità, secondo meccanismi di mutualismo e solidarietà, e recuperare terreni abbandonati, anche nel tentativo di tutelare suolo e biodiversità e fermare lo spopolamento delle aree interne”, spiega Pietro Cigna, co-fondatore, insieme a Lorenzo Barra, della Csa “Cresco. Lanciata nel dicembre 2020, alla prima asta -il momento in cui ogni associato definisce, in base al suo fabbisogno di verdure e alla sua disponibilità economica, la proprio quota annuale di partecipazione, utilizzata per coprire i costi agricoli e corrispondente a una parte del raccolto- hanno preso parte 82 partecipanti che dal mese di maggio iniziano a ricevere la cassetta settimanale, da tre e quattro chilogrammi, di verdure e ortaggi coltivati in ottomila metri quadrati di terreno in valle.

Nel panorama delle Csa italiane “Cresco” è una delle ultime arrivate: tra il 2020 e il 2021, in Italia ne sono state avviate almeno altre quattro a Trento, Modena, Torino e Ravenna. Ad averle rintracciate è il progetto Numes, finanziato dalla Fondazione Finanza Etica e coordinato dell’Università di Bolzano insieme ad Arvaia. Quest’ultima ha sede a Bologna e con 220 partecipanti e 500 soci della cooperativa, di cui 55 arrivati nel 2020, è la più allargata Csa italiana. Nei suoi campi presi in gestione a Casteldebole all’interno del parco Città Campagna, in 35 ettari sono coltivate 75 varietà di ortaggi, cereali, frutti secondo i metodi dell’agricoltura biologica. Fondata nel 2013, il suo modello ha fatto scuola.

“Rispetto al panorama europeo, in Italia le Csa sono un’esperienza recente e iniziano ad apparire dal 2011. Ora osserviamo che si stanno espandendo e si rafforza il concetto che sta alla loro base: l’accordo tra agricoltore-produttore e consumatore-cittadino per un’agricoltura di relazione”, spiega Alessandra Piccoli, ricercatrice in Sociologia presso l’Università di Bolzano e coordinatrice del progetto. “La crescita risponde all’esigenza dei produttori di segnare un cambio di passo rispetto ai funzionamenti classici del mercato e avere relazioni più forti con chi acquista. Mostra l’esigenza dei consumatori di adottare pratiche per essere più solidali, responsabili e attenti all’ambiente. L’emergenza sanitaria può avere contribuito ad accrescere la responsabilità verso il cibo che mangiamo”.

Secondo i primi risultati raccolti da Numes, sono 15 le Csa attive in Italia ma i dati, che corrispondono a una fase iniziale della ricerca, sono parziali. Un questionario con 99 domande è stato inviato nel gennaio di quest’anno a più di 30 realtà che in varie forme negli anni hanno preso contatto con la Rete italiana delle Comunità che supportano l’agricoltura, l’unione informale di chi ha creato un patto di mutuo aiuto tra un’azienda agricola e una comunità di sostenitori. L’obiettivo dei quesiti, che vanno dalla richiesta di specificare elementi organizzativi alle attività che coinvolgono i soci, è capire se le realtà censite sono tutte riconducibili a una Csa, comprenderne le caratteristiche e preparare gli strumenti per supportare la nascita di nuove comunità, come sta già accadendo per quelle avviate nell’emergenza sanitaria.

“Abbiamo iniziato ad aiutare le neonate comunità mettendo a disposizione le nostre conoscenze”, spiega Piccoli. “Quando si sta per partire, ci sono alcuni aspetti prioritari da affrontare. Bisogna scegliere la forma giuridica che si intende assumere che può essere, per esempio, una cooperativa come il caso di Arvaia o Semi di comunità a Roma. Questo ha spesso costi alti per piccole realtà che in alternativa possono scegliere la forma dell’associazione”.

È poi necessario, prosegue Piccoli, capire i tempi e come definire i rapporti tra i produttori, nella circostanza in cui siano più di uno. A Trento le 12 aziende agricole della Csa “Naturalmente dal Trentino”, partita nel gennaio 2021, hanno partecipato a un tavolo di facilitazione definito secondo una modalità di gestione aperta in cui sono state affrontate le difficoltà di ciascuno dei partecipanti. La Csa nasce nell’ambito di “Nutrire Trento, progetto per promuovere il consumo di prodotti sani assicurando un’adeguata remunerazione per tutti gli attori della filiera alimentare, avviato nel 2017 tra il Comune e l’Università. “Il nostro ruolo è facilitare l’auto-organizzazione degli attori coinvolti non entrando nel merito delle decisioni ma aiutando a risolvere alcuni nodi che evidentemente ostacolano l’azione collettiva”, spiega Francesca Forno, professoressa di Sociologia presso l’Università di Trento che sta supportando con Piccoli l’avvio della Csa.

Lorenzo Barra, fondatore insieme a Pietro Cigna della Csa “Cresco”, lanciata nel dicembre 2020 in Valle Varaita in provincia di Cuneo © Cresco

I lavori di costituzione sono partiti nell’agosto 2020 e la Csa coinvolge 52 famiglie. Nel primo periodo, una fase di transizione che durerà fino al dicembre 2021, non funzionerà a pieno regime. Ogni settimana le famiglie acquisteranno un paniere di prodotti, dagli ortaggi alle erbe officinali passando per le carni bianche, non partecipando completamente al rischio di impresa. Hanno sottoscritto l’iscrizione all’associazione pagando un deposito cauzionale pari a 50 euro, ovvero una cassa comune da usare nel caso in cui una famiglia si ritiri dal progetto. “Sarà un periodo di prova per capire quali sono i giusti equilibri. Il nodo più difficile da sciogliere è fare incontrare i tempi e le quantità della produzione con quelli del consumo. Questo implica sia un adattamento dei produttori sia dei consumatori che devono riuscire a calcolare, per esempio, di quanta verdura avranno bisogno durante la settimana. È cioè necessario iniziare ad agire programmando il consumo e non è un passaggio immediato”, spiega Forno. “Comprendere quali sono i meccanismi che possono facilitare una pianificazione di comunità sarà fondamentale per la replica del modello in altri territori”.

A Darfo Boario Terme in provincia di Brescia, per esempio, la Csa “L’Oco-Orco che orto!” ha deciso di consegnare a domicilio le cassette settimanali. Inaugurata nel gennaio 2021 da Mattia Barbieri, a oggi conta 14 soci. “Questo sarà un anno pilota e l’obiettivo è arrivare a 70 partecipanti, i ‘co-contadini’, entro i prossimi due anni”, spiega Barbieri che coltiva ortaggi nel terreno di famiglia. “Ho dato vita alla Csa per produrre cibo sano e frenare l’abbandono dei nostri campi”, spiega. La quota dà diritto a una cassetta ogni settimana che va dai quattro agli otto chilogrammi di ortaggi e verdure cui vengono aggiunte le uova. “A lungo termine vorrei espandere i terreni, prendendoli in affitto o in comodato d’uso, e iniziare a distribuire anche in punti fissi -racconta-. Accanto al potenziamento del coinvolgimento dei soci. Secondo lo statuto della Csa, ancora in una fase di scrittura, si consiglia di venire a lavorare nei campi almeno sei giornate durante l’anno. Ma la partecipazione è stata più assidua con partecipanti che vengono ad aiutare anche tre volte durante la settimana”.

La Csa “Arvaia”. Ha sede a Bologna e a oggi conta 220 partecipanti e 500 soci della cooperativa. 55 sono arrivati nel 2020 © Arvaia

È invece con l’organizzazione di corsi e attività in campo che la Csa “Terrestra, nata nell’ottobre 2020 a Sant’Agata sul Santerno in provincia di Ravenna, intende coinvolgere i co-produttori. “Per noi è importante che la comunità non si limiti a ritirare la cassetta ma si sviluppino relazioni e rapporti di fiducia tra agricoltori e consumatori”, racconta Silvia Pattuelli, co-fondatrice di “Terrestra”, tornata nei sette ettari dei terreni di famiglia a Sant’Agata sul Santerno dopo avere lavorato a Bologna. Qui nel 2013 ha aperto l’azienda agricola biologica Podere Cassetta. L’orto, lavorato secondo i principi dell’agricoltura rigenerativa, è dedicato alla Csa: a oggi i soci sono 25 e il progetto prevede una cassetta settimanale di verdure di stagione. “Le Csa sono un modo per aiutare i piccoli agricoltori, in particolare di fronte alle scelte e ai prezzi determinati dalla Grande distribuzione organizzata”, conclude. “Un incentivo alla loro costituzione potrebbe essere ricevere dalle amministrazioni i terreni incolti o averli in comodato d’uso”.

È quanto succede con i campi di Semi di Comunità, Csa di Roma nata nel gennaio 2019, che conta 280 partecipanti e 140 soci della cooperativa. “Il 2020 è stato un anno in cui non ci siamo mai fermati: abbiamo avuto 110 nuovi soci e per molti, soprattutto per chi ha perso il lavoro nella pandemia, venire qui è stato un modo per recuperare la socialità”, spiega Riccardo Razionale, uno dei fondatori della Csa e uno dei tre soci lavoratori. Nell’emergenza sanitaria sei quote, pari a 25 chilogrammi di verdure a settimana coltivati in cinque ettari di terreno, sono state donate a “Nonna Roma”, le rete di mutuo soccorso delle associazioni cittadine, e hanno sostenuto famiglie in difficoltà. “È il carattere di mutualismo tipico delle Csa”, aggiunge. “Tra noi ci aiutiamo: c’è scambio di idee, semi, strumenti e conoscenze. Ha iniziato Arvaia, che è diventata quasi la nostra nonna, e adesso noi abbiamo raccolto il testimone”.


La resilienza delle Csa nel mondo

Nel mondo le Csa sono ormai una realtà consolidata. Da quando hanno iniziato ad apparire nel 1970 fino al 2020, il loro numero in ognuno dei continenti è cresciuto e oggi si può stimare che circa due milioni di persone consumino il proprio cibo grazie a una “Local Solidarity-based Partnerships for Agroecology”, ovvero attraverso l’organizzazione di un rapporto diretto tra produttori e consumatori di cui le Csa sono il modello più diffuso. A sostenerlo è Urgency -il movimento internazionale che unisce tutte le forme di partenariato diretto tra produttori e consumatori- nel rapporto “Enacting Resilience: the Response of Local Solidarity-based Partnerships for Agroecology to the Covid-19 Crisis”, pubblicato nel gennaio 2021. Il report raccoglie i risultati di un’indagine, condotta nel 2020 in più di 40 Paesi nel mondo, realizzata per comprendere l’impatto che la pandemia ha avuto sulle Csa, sui produttori e sui consumatori. E mostra come in Europa ci siano 50mila consumatori riconducibili alle Csa in Germania, 4.800 in Belgio, 7.500 in Spagna e 6.000 in Norvegia. Nella ricerca si evidenzia che nell’emergenza sanitaria le Csa hanno continuato a garantire continuità nella produzione e diffusione di cibo, hanno organizzato iniziative di solidarietà per le categorie vulnerabili della popolazione avviando progetti di collaborazione con realtà locali per affrontare la crisi sociale ed economica.

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