Altre Economie / Attualità

La buona semina: si moltiplicano le comunità agricole solidali

Il modello mutualistico delle Csa (Community supported agricolture) si diffonde in tutta Italia. La cooperativa Arvaia di Bologna, dopo appena sei anni, ha fatto scuola, dal Veneto alla Toscana. Al centro c’è la partecipazione dei soci

Tratto da Altreconomia 216 — Giugno 2019
Le fragole coltivate dalla cooperativa Arvaia di Bologna per i suoi soci - © Arvaia

“Produciamo per chi mangia”. Può sembrare semplice, ma è un concetto che desta stupore se a dirlo è il presidente di una cooperativa che ogni settimana, da sei anni, produce e distribuisce prodotti agricoli biologici, grazie al modello solidale e mutualistico della Csa (Comunità che supporta l’agricoltura, dall’inglese Community supported agricolture). A Bologna, nel 2013 Arvaia (arvaia.it) è stata la prima Csa italiana. Oggi conta 450 soci (erano 400 nel 2017) di cui dieci lavoratori e dieci associazioni e nel 2018 ha distribuito 66mila chilogrammi di ortaggi (in media sei a settimana) prefinanziati dai soci, per un fatturato di quasi 300mila euro. Ha seminato bene Arvaia, come dimostra il moltiplicarsi di esperienze simili a questa in tutta Italia. Dopo un periodo a Bologna nel quale ha toccato con mano cosa significa essere una Csa, Laura Torresin ha pensato di esportare questo modello a Tombelle di Vigonovo (VE), dove gestisce l’azienda agricola biologica e biodidattica Coltiviamoci, su due ettari e una casa ereditati dai nonni (coltiviamoci.it). “Desideravo da tempo gestire un progetto legato all’agroecologia e alla didattica ambientale, sperimentando oltre agli ortaggi le officinali, le antiche varietà e l’apicoltura -racconta-. Ma poco dopo aver aperto l’azienda mi sono accorta delle difficoltà a gestirla da sola e ho coinvolto altre persone”. Oggi la parte orticola è gestita da Francesca e Riccardo, mentre lei continua a dedicarsi alle erbe officinali, alla trasformazione dei prodotti e all’offerta didattica. Da questa condivisione d’intenti è nata l’idea di costruire una Csa: hanno iniziato con degli incontri pubblici sul territorio di presentazione del progetto, dove hanno accolto l’interesse di 20 persone che oggi costituiscono il nucleo fondativo della Csa. Sulla base dei loro bisogni, hanno discusso e approvato un piano di coltivazione semestrale, decidendo le tipologie e le quantità di ortaggi da coltivare, su quali spazi, quali i materiali necessari e quale il compenso per i contadini dipendenti. Il costo complessivo è stato suddiviso per il numero di partecipanti, ricavando così la cifra media necessaria a sostenere il progetto.

“I partecipanti sono l’anima della Csa: alcuni contribuiscono al lavoro in campo, altri con delle ricette o negli incontri pubblici” – Laura Torresin

A giugno Coltiviamoci farà una nuova asta per gli ortaggi invernali: in quel momento si definirà la quota che ciascuno, a seconda delle proprie possibilità, può mettere per sostenere la produzione e avere in cambio le verdure. “Grazie a questa formula, può partecipare anche chi normalmente non avrebbe accesso a questo tipo di prodotti sani, bio e a filiera cortissima”, osserva Laura. Ci sono tre punti di distribuzione: a Padova vicino all’ospedale e nel quartiere Arcella, e a Sarmeola di Rubano (PD). Qui non ci sono cassette preconfezionate, ma ciascuno crea la sua a seconda delle quantità messe in distribuzione. “Ci sono anche dei prodotti trasformati e non orticoli, che però sono compensati a parte, al di fuori delle quote semestrali”. E chi non può partecipare all’asta ha comunque la possibilità di inserirsi nella Csa durante l’anno. “I partecipanti sono l’anima della Csa: alcuni contribuiscono al lavoro in campo, altri con delle ricette o negli incontri pubblici -spiega Laura-. Stiamo proponendo dei gruppi di lavoro in cui chi desidera può contribuire, a seconda delle proprie competenze, alla buona riuscita del progetto”. Come Pietro Giannini, socio della cooperativa di consumo MondoMangione di Siena (mondomangione.it), che è un architetto paesaggista e ha riflettuto sul fatto che “in Italia il paesaggio è fatto soprattutto di produzioni agricole”, come racconta, per approdare all’idea di attivare una Csa interna alla cooperativa. “Per la cooperativa è stata un’evoluzione naturale”, dice. Da sempre l’attività di MondoMangione è quella di proporre ai soci una spesa etica con prodotti bio, locali e di commercio equo e solidale. “Ci siamo resi conto che oltre a lavorare con i piccoli produttori poteva essere interessante promuovere un’autoproduzione agricola, sostenuta da una comunità e capace di generare lavoro”. Così, a inizio luglio, i soci di “OrtoMangione” potranno mangiare la prima insalata coltivata insieme nel campo di 6mila metri quadri preso in affitto in località Montalbuccio. “Era abbandonato da anni. Noi lo coltiveremo in biologico, senza trattore, con rotazioni continue di tre ortaggi in un anno sullo stesso metro quadro e con aiuole permanenti”. OrtoMangione è un vero e proprio ramo d’impresa della cooperativa: “C’è un lavoratore a tempo pieno, responsabile dell’orto, e soprattutto ci sono i soci, coproduttori, coinvolti fin da subito nelle decisioni e che contribuiranno con il loro lavoro volontario, ma necessario, a garantire la sostenibilità economica del progetto”, sottolinea Pietro. A oggi sono 35 le famiglie aderenti all’OrtoMangione. La cooperativa ha calcolato che ne servono almeno 45 per garantire la sostenibilità al progetto, ma intanto la Csa sta partendo: il prossimo 12 giugno si terrà l’assemblea costituente. Ogni famiglia verserà 750 euro di prefinanziamento nel primo anno, per 45 settimane di fornitura di prodotti agricoli. “È una condivisione totale di rischi e benefici -aggiunge Pietro-. Tutto ciò che produrremo in questo primo anno sarà suddiviso tra i coproduttori, poi passo dopo passo capiremo che evoluzione potrà avere il progetto in futuro”. Per realizzare l’OrtoMangione, la cooperativa MondoMangione si è confrontata con altre esperienze già avviate: la cooperativa Semele a Firenze -che l’8 e 9 giugno ospiterà il secondo incontro delle Csa italiane (ortobioattivo.com)- e Arvaia a Bologna. In sei anni d’esperienza, Arvaia ha notato una tendenza a “un certo ricambio tra i soci: ogni anno ne escono ed entrano di nuovi”, come dice il presidente, Alberto Veronesi, richiamando uno studio californiano secondo cui nelle Csa il ricambio medio tra i soci è del 40% l’anno. “Per noi è inferiore, ma comunque fisiologico perché nonostante l’idea di essere coproduttori sia più forte di altre da un punto di vista sociale, relazionale ed economico, si scontra con l’organizzazione soggettiva della vita delle persone, che faticano seguire con costanza un modello che richiede un impegno nel prelevare pulire e cucinare i prodotti”. Oggi Arvaia impiega dieci persone, corrispondenti a otto a tempo pieno, ma può contare su “tante ore di lavoro volontario quante quelle retribuite”.

Un’assemblea della Csa Arvaia di Bologna – © Arvaia

“‘Che cosa avete prodotto?’ Sottolineo sempre che abbiamo prodotto, tutti insieme, grazie alla partecipazione dei soci su più livelli” – Alberto Veronesi

Per costruire la Csa, Arvaia ha preso in gestione dal Comune di Bologna 47 ettari a Borgo Panigale: sette sono stati ripristinati ad elementi naturali, dieci sono coltivati in rotazione per l’autoproduzione di ortaggi cereali e frutta, e altri 30 sono di seminativi per la vendita. La più recente evoluzione in Arvaia è l’avvio della coltivazione di 17 diverse varietà di cereali e legumi, che sono distribuite ai soci con un sistema un po’ diverso dagli ortaggi, come spiega Alberto. “Per le verdure, a seconda delle stagioni e dell’andamento dei raccolti, a tutti i soci viene corrisposta la stessa parte di ortaggi per 49 settimane all’anno -dice-. Sui cereali, invece, a seconda delle proprie esigenze si può decidere quale quantità prefinanziare e quindi ricevere”. Sono distribuiti in chicchi e farina lavorata dal Podere Santa Croce di Argelato (BO, poderesantacroce.com), pasta biologica prodotta dalla cooperativa agricola Iris a Calvatone (CR, irisbio.com) e pane del forno Brisa di Bologna (vedi Ae 206). “Tutti trasformatori che sono tutti soci di Arvaia”, sottolinea Alberto. Brisa, ad esempio, -che conta come cinque famiglie nella Csa- scambia il suo pane preparato con i grani di Arvaia con le verdure della Csa, che usa a sua volta nella cucina del forno, per farcire pizze e focacce. Sul proprio totale di verdura e cereali, ciascun socio di Arvaia è invitato a fare un’offerta all’asta, a partire da una quota media consigliata (di 780 euro nel 2019 per i soli ortaggi), calcolata sulla base dei costi previsti annualmente.

Il campo dove sta nascendo la Csa OrtoMangione della cooperativa di consumo MondoMangione di Siena – Mondo Mangione

“Se tutti i soci offrono quella cifra, il budget del progetto è coperto. Ma si può offrire di più per consentire ad altri di offrire di meno, sulla base di un principio di compensazione solidale”, spiega il presidente. E l’asta si chiude quando le offerte dei soci hanno coperto il budget complessivo annuale. Quello della Csa è un modello che si sta sviluppando a partire dal contatto diretto con le persone, come racconta Alberto, numeri alla mano: “Nel 2018 abbiamo incontrato 1.715 persone in momenti di presentazione, feste e visite in campo. La Csa dimostra di essere uno strumento di produzione del cibo che tutela l’ambiente e i lavoratori, ed è efficiente da un punto di vista economico, perché evita gli sprechi grazie alla pianificazione”. C’è poi l’aspetto educativo e formativo: Arvaia accoglie tirocinanti dalle superiori e dalle università, 17 persone nel 2018. “Non riusciamo ancora a fare una proposta per le scuole inferiori, perché non abbiamo a disposizione uno spazio coperto dove accoglierle in modo adeguato”, spiega Alberto. Intanto, quest’anno la Csa ha deciso di investire assumendo una persona che si occupi di migliorare la partecipazione dei soci e di coinvolgerli nelle diverse attività, in campo e non solo. La cura del cliente in Arvaia si traduce nella cura dei soci stessi, come dice Alberto. “Se lasciassimo la cooperativa andare avanti in modo naturale rischieremmo di trasformarci in una semplice azienda agricola che vende i suoi prodotti -spiega-. Qualcuno a volte mi chiede: ‘Cosa avete prodotto?’. Io sottolineo sempre che abbiamo prodotto, tutti insieme, grazie alla partecipazione dei soci su più livelli. Dobbiamo continuamente incentivare alla partecipazione, perché questo è l’unico strumento con cui potremo cambiare il paradigma socio-economico”.

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