Esteri / Attualità

Le istituzioni finanziarie europee finanziano le colonie israeliane in Palestina

Il report della coalizione “Don’t buy into occupation” fotografa l’attività di 672 istituzioni finanziarie europee che tra il 2018 e il 2021 hanno sostenuto con prestiti e finanziamenti per 114 milioni di dollari l’attività di 50 imprese direttamente coinvolte nell’occupazione dei territori palestinesi. In testa la banca francese BNP Paribas, al decimo posto l’italiana Unicredit

© sdobie via Flickr

Sono quasi settecento le istituzioni finanziarie europee -tra cui l’italiana Unicredit- che sostengono economicamente cinquanta imprese direttamente coinvolte nella costruzione, nello sviluppo e nell’erogazione di servizi a favore degli insediamenti israeliani costruiti illegalmente nei Territori palestinesi occupati in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. È la denuncia contenuta nel report pubblicato dalla coalizione “Don’t buy into occupation”, una rete formata da 26 organizzazioni palestinesi ed europee che ha messo sotto la lente d’ingrandimento le attività di  672 istituzioni finanziarie europee (tra cui banche, gestori patrimoniali, compagnie di assicurazione e fondi pensione) nel periodo compreso tra il 2018 e il maggio 2021.

“Il diritto internazionale è chiarissimo: gli insediamenti israeliani sono una flagrante violazione del divieto stabilito dalla Quarta convenzione di Ginevra del 1949 contro gli insediamenti civili stabiliti da una potenza occupante in un territorio occupato -scrive nella prefazione al rapporto Michael Lynk, special rapporteur delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati-. E sono anche un presunto crimine di guerra secondo lo Statuto di Roma del 1998 della Corte penale internazionale”. Non sono mancati, nel corso degli anni, diversi rapporti di Ong israeliane e internazionali che hanno documentato le violazioni dei diritti umani dei cittadini palestinesi legate alla presenza delle colonie israeliane. Eppure, sottolinea Lynk, questi continuano ad attrarre investimenti, prestiti bancari, contratti di fornitura di attrezzature e prodotti “che rappresentano l’indispensabile ossigeno economico di cui gli insediamenti hanno bisogno per crescere e prosperare. Questo coinvolgimento da parte delle aziende offre anche una forma di legittimazione politica”.

Nel periodo preso in esame sono stati forniti a queste realtà circa 114 milioni di dollari sotto forma di prestiti e sottoscrizioni. Inoltre, al maggio 2021, gli investitori europei detenevano ulteriori 141 miliardi di dollari in azioni e obbligazioni di queste aziende. I primi dieci finanziatori (per prestiti e sottoscrizioni erogati) hanno fornito da soli 77,81 miliardi di dollari a imprese attivamente coinvolte negli insediamenti israeliani: ai primi tre posti di questa classifica troviamo la francese BNP Paribas (con 17,30 miliardi di dollari), Deutsche Bank (12 miliardi di dollari) e l’inglese HSBC (8,72 miliardi). Al decimo posto si trova l’italiana Unicredit con 3,5 miliardi di dollari.

Nel report ampio spazio viene fornito all’istituto di credito francese BNP Paribas che da solo “pesa” per il 14% sul totale dei prestiti forniti alle imprese direttamente coinvolte con l’economia delle colonie per un importo pari a 8,9 miliardi di dollari. “Sebbene BNP Paribas si sia impegnata a rispettare una serie di standard e norme internazionalmente riconosciute in materia di diritti umani, tra cui il Global compact delle Nazioni Unite, i principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani (Ungp) e le Linee guida dell’Ocse per le imprese multinazionale, il gruppo bancario continua a essere ampiamente coinvolto nel finanziamento attraverso prestiti, sottoscrizioni e investimenti di 33 imprese commerciali che sono coinvolte negli insediamenti israeliani”. Tra le imprese finanziate da BNP Paribas figurano -tra gli altri- Booking, Airbnb e Tripadvisor ed Expedia (che sostengono l’attività turistica delle colonie), Volvo (che ha fornito macchinari utilizzati per la demolizione di case di cittadini palestinesi), Caterpillar (fornitore di lunga data dell’esercito israeliano). “Questi finanziamenti contraddicono apertamente il dichiarato rispetto per i diritti umani di BNP Paribas”, si legge nel rapporto.

La lista delle cinquanta imprese coinvolte, invece, prende in considerazione tutte quelle realtà che -direttamente o indirettamente- supportano la costruzione e lo sviluppo delle colonie israeliane nei territori palestinesi occupati illegalmente da Israele. Ad esempio con la fornitura di strumentazioni e materiali per la costruzione e l’espansione degli insediamenti o la demolizione di case, serre e campi di proprietà palestinese: la fornitura di tecnologie per la sorveglianza e l’identificazione lungo il muro e ai checkpoint; l’uso di risorse naturali, in particolare acqua e terra; attività bancarie e prestiti che permettono lo sviluppo e l’espansione delle colonie. Alcune di queste aziende sono già incluse nel database pubblicato dalle Nazioni Unite nel febbraio 2020 e che comprende 112 aziende coinvolte in attività commerciali con gli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi occupati. Facendo ricorso alle informazioni del portale  “Who profits” (centro di ricerca indipendente che denuncia il ruolo del settore privato nell’economia dell’occupazione israeliana), “Don’t buy into occupation” ricostruisce le attività delle singole imprese attive all’interno delle colonie.

La banca italiana Unicredit -che con 3,5 miliardi di dollari figura al decimo posto nella classifica stilata da “Don’t buy into occupation”- ha fornito tra il 2018 e maggio 2021 crediti e finanziamenti a diverse aziende. Tra queste ci sono la spagnola ACS Group, impegnata nell’elettrificazione della linea ferroviaria israeliana nel tratto che collega Gerusalemme a Tel Aviv: “In alcuni tratti, la ferrovia attraversa terreni pubblici e privati palestinesi”, si legge nel report. A beneficiare dei finanziamenti dell’istituto di credito italiano è anche un’altra impresa del settore dei trasporti, la francese Alstom, impegnata nella costruzione del “Gerusalem light rail” che collega gli insediamenti illegali sorti a Gerusalemme Est con i quartieri occidentali della città. Mentre la tedesca Siemens  ha firmato nel 2018 un contratto per la fornitura di 60 set di treni regionali a Israele. Unicredit finanzia anche le attività di Motorola: l’azienda statunitense compare anche nel database delle Nazioni Unite e, secondo “Who profits”, da più di dieci anni è coinvolta nelle attività delle colonie. Inoltre collabora con il ministero della difesa e con l’esercito di Israele.

Nonostante l’imponente volume d’affari che ancora ruota attorno agli insediamenti isrealiani, il report mette in luce anche alcuni elementi di (cauto) ottimismo. Ad esempio il fondo pensione norvegese Kommunal Landspensjonskasse (Klp) nel luglio 2021 ha deciso di disinvestire da 16 compagnie collegate a questo tipo di attività. Pochi mesi dopo, nel settembre 2021, la stessa decisione è stata presa dal Fondo pensionistico nazionale norvegese (Gpfg) che ha deciso di ritirare i suoi investimenti da tre compagnie coinvolte nello sviluppo e nella gestione delle colonie. Dal 2010, scrivono gli autori del report, numerose altre istituzioni, banche e imprese come Deutsche Bank (Germania), Barclays e HSBC (Regno Unito), Danske Bank (Danimarca) e il gruppo Europecar (Francia) hanno deciso di disinvestire da alcune aziende che operano con gli insediamenti israeliani.

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